Emilio Tadini

Nato a Milano nel 1927, Tadini consegue la laurea in lettere e si distingue presto tra le voci più vive del dibattito culturale del secondo dopoguerra. Nel 1947 esordisce su "Il Politecnico" di Elio Vittorini a cui farà seguito un'intensa attività critica e teorica sull'arte. Nel 1963 viene pubblicato il suo primo romanzo "Le armi l'amore", cui seguono nel 1980 "L'opera", nel 1987 "La lunga notte", nel 1991 "l'insieme delle cose" e nel 1993 "La tempesta". Dagli anni Cinquanta affianca il lavoro letterario all'esercizio della pittura, ed espone per la prima volta nel 1961 alla Galleria del Cavallino di Venezia, dove il pittore Tancredi Parmeggiani acquista una sua opera. Fin dagli esordi sviluppa il suo lavoro per cicli (Vita di Voltaire, L'uomo dell'organizzazione, Color & Co., Archeologia, Città italiane, Profughi). Nel corso della sua carriera, Tadini sviluppa uno stile artistico unico che mescola elementi surrealisti, metafisici e una profonda riflessione sulla letteratura e la filosofia. Lo stile si caratterizza per la fusione di elementi figurativi e astratti, in cui le forme e le figure umane si mescolano in un universo simbolico carico di significato. Mentre la pop art statunitense viene celebrata alla XXXII Biennale di Venezia del 1964, Tadini si rivolge alle formulazioni stilistico- narrative del pop britannico di Richard Hamilton, David Hockney, Eduardo Paolozzi e Ronald B. Kitaj. Fino alla metà degli anni Settanta formula un'originale versione del linguaggio pop, dove i contorni sagomati e il colore disteso per superfici nette veicolano un simbolismo denso di riferimenti alla psicoanalisi freudiana. Partecipa alle lezioni presso l'Accademia di belle arti di Brera e frequenta il bar Giamaica, crogiolo di intellettuali e artisti legandosi in profonda amicizia con i pittori Alfredo Chighine, Alik Cavaliere, Cesare Peverelli, con i fratelli Guido e Sandro Somarè e Valerio Adami, con il quale inaugurerà la prima mostra dello Studio Marconi nel 1965. Sul finire del decennio diviene tra le voci più sensibili per il rinnovamento della pittura figurativa. In qualità di critico introduce l'opera di artisti a lui più affini in vari cataloghi come per Chighine (galleria Il Milione, 1958), Adami (galleria del Naviglio, 1959), Alik Cavaliere (galleria Bergamini, 1959) e altri.
La costante riflessione sull'attualità delle avanguardie storiche ispira cicli centrali degli anni Settanta, dove elementi desunti dalla grafica pubblicitaria e dai fumetti convivono con l'ironica giustapposizione dell'objet trouvé di derivazione dada. Al suprematismo Tadini dedica Paesaggio di Malevič (1971), mentre la metafisica dechirichiana è al centro di opere quali Archeologia (1972- 1973), Ulisse & Co. (1973) e Magasins Réunis(1973).
Nel 1978 Tadini espone alla Biennale di Venezia il grande ciclo intitolato Museo dell'uomo (1974), e nell'edizione del 1982 la serie Disordine di un corpo classico (1981), ciclo che inaugura una fase del suo lavoro caratterizzata dall'alterazione delle tradizionali forme del corpo umano. Dal 1992 inizia un'intensa collaborazione con il Corriere della Sera come critico d'arte ed editorialista.
Nel 1993 ottiene il premio Strega con "La tempesta", romanzo intriso di riferimenti letterari e storico-artistici che ne segna la piena maturazione in senso espressionista. Tadini è stato inoltre presidente dell'Accademia di Belle Arti di Brera dal 1997 al 2000.
Muore a Milano il 25 settembre 2002. Nel 2008 il figlio Francesco Tadini e la giornalista Melina Scalise fondano l'associazione Spazio Tadini in suo omaggio, inglobando negli spazi della tipografia di famiglia, lo studio dell'artista. Nel 2015, Spazio Tadini diventa Casa Museo nel circuito Storie milanesi che raccoglie 15 luoghi della città dove hanno vissuto dei personaggi (artisti, scrittori, designer) che hanno dato un contributo artistico e culturale alla città.

Ultimo aggiornamento: 19/06/2024

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