Furio Cavallini

Furio Cavallini nasce a Piombino (Livorno) nel 1929, primo di tre fratelli di una famiglia operaia. Con lo scoppio della guerra, nel 1941, si trasferisce a Riparbella (Pisa), città natale del padre, nelle colline dell’alta Maremma tra Cecina e Volterra. Qui prende forma la sua personalità, il suo sguardo critico e la sua educazione sessuale. Lavora come tagliaboschi al fianco del padre, Giuseppe Cavallini, anarchico militante, in periodo drammatico dovuto allo scontro bellico tra le armate tedesche e americane. Legge tantissimo, trovando in Cassola e il suo immobilismo la sua libertà di raccontare attraverso l’oggetto le emozioni e le sue contaminazioni umane. Lavora con il padre al taglio del bosco fino al 1945. Nel 1946 la famiglia ritorna a Piombino e anche Furio, come il padre, va a fare l’operaio metalmeccanico alla Magona. Segue le lezioni di nudo all’Accademia di belle arti di Firenze. Nel 1952 lascia la fabbrica e la città portuale e si trasferisce a Firenze e diplomarsi in pittura.

A Firenze conosce e frequenta il gruppo Pittori delle Dune (Gino Gonni, Emilio Ambron, Renzo Baraldi, Silvano Bozzolini, Beppe Lieto, Ormanno Fieraboschi e Hubert Queloz). Approfondisce lo studio del disegno, ricercando nella pittura umanistica e rinascimentale del capoluogo toscano la sua identità espressiva. Grazie alla vendita di alcuni suoi disegni nelle gallerie d’arte di Milano sceglie di abbandonare Firenze per la città lombarda. Prosegue i suoi studi all’Accademia d’arte di Brera. Qui frequenta i corsi di Aldo Caprai, il leader del gruppo i Pittori di Brera e del movimento esistenzialista.

Nel 1953 va a vivere a Milano, frequenta l’Accademia di Brera e partecipa alla vita culturale dell’epoca. L’informale, il realismo, l’atomismo di Baj, lo spazialismo di Fontana, entrano nel suo lessico ma senza sconvolgere la sua identità toscana. Nel 1954 conosce Bianciardi al bar Jamaica. Il caffè degli artisti, degli oppositori, spazio laico dei bohemiens, isola felice dei perdigiorno, ma soprattutto crocevia di incontri dove imbandire veri e propri dibattiti. È la critica feroce verso la frenesia dei tempi moderni, contro il concetto effimero e ipocrita con cui lo Stato grida al “miracolo economico italiano”, a catalizzare le coscienze dei frequentatori del bar. Qui entra in contatto con il gruppo del “Realismo Esistenziale” in particolare con Giuseppe Guerreschi e Tino Vaglieri. Il loro è un realismo espressionista svincolato dalla partecipazione attiva alla politica e privo di ideologismi, punto di vista quest’ultimo che Cavallini rafforza nella sua cura verso il dettaglio, offrendo all’oggetto, nella sua essenza materica la possibilità di ampliare in modo dei significati che in esso trovano compimento. A Milano Cavallini amplia il cerchio delle sue amicizie, conosce Oreste del Buono e Camillo Pennati. Mal nutrito e pieno di debiti, lascia la pittura e grazie all’ingegner Conconi entra a lavorare alla Motomeccanica di Milano. Il contatto diretto con i prodotti chimici e i ritmi di lavoro estenuanti lo fanno ammalare di tubercolosi.

Nel 1956, pagati tutti i debiti, viene ricoverato nel sanatorio di Firenze per una grave crisi polmonare e contemporaneamente espone con successo le sue opere del periodo milanese. Ripresosi presto dalla malattia torna a dipingere e la città toscana lo premia con mostre personali, riconoscendogli la sua identità di pittore contemporaneo. Problemi familiari lo riportano a Piombino, dove continua a dipingere e torna a lavorare in fabbrica come impiegato, luogo dove conosce Deanna Moretti, la donna che diverrà sua moglie e musa nelle sue rappresentazioni di nudo. Dal loro matrimonio nascono Giovanni e Giulia.

Nel 1966 lascia Piombino per andare a vivere con la famiglia a Firenze dove realizza mostre di successo. Ottiene una cattedra come assistente di laboratorio al liceo artistico, lavoro che gli permetterà di dedicarsi integralmente alla pittura. Nel 1973 vince una cattedra di pittura al liceo artistico di Busto Arsizio, torna con tutta la famiglia a Milano. Nel 1977 abbandona l’insegnamento per dedicarsi integralmente alla pittura. Gli interni, l’oggetto e la sua presenza quotidiana diventano, insieme alle giacche, i suoi soggetti prediletti.

Nel 1987 orfano della propria vena creativa, Cavallini si trasferisce, grazie a Ugo Guarino, per alcuni mesi nell’ex manicomio di Trieste. Qui condivide il suo tempo con gli ex ospiti della struttura sanitaria, rimasti lì sospesi tra una vita malata e una vita normale. Sono anni di ricerca, di fervore creativo, dove spinge al massimo il suo bisogno di dare una forma morale alle sue giacche, mentre scandaglia le profondità di quell’umanità distorta e alienata con cui condivide la sua quotidianità. Qui realizza un numero consistente di ritratti, dipinti ma soprattutto disegni su cui torna negli anni successivi a ricercare la perfezione assoluta. Dipinge e poi con la carta di giornale toglie la superficie in eccesso per ritornare successivamente a definire la forma di ogni singola pennellata. La ricerca della forma pura dei primi anni adesso cede il passo alla dirompenza del gesto, il particolare diventa allora parte di una dimensione astratta con cui raccontare e catturare la bellezza dell’infinito. Nel 1997 torna con la moglie a Riparbella. Ripercorre la sua infanzia, ricerca i paesaggi condivisi con il padre, lasciando al paesaggio un posto d’onore nella sua visione artistica. Nel 2004 si trasferisce a Cecina, città dove muore nel 2012.

Fonte: mostra Furio Cavallini ovvero il Crazy Horse di Bianciardi

Ultimo aggiornamento: 28/09/2021

Furio Cavallini nello studio di Riparbella (2003) - foto di Mario Dondero

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