L'Osteria dei pittori

  • Quando:   04/01/2022 - 25/02/2022
  • evento concluso

Arte contemporanea‎

L'Osteria dei pittori
M. Mafai, “Osteria romana (Osteria di via Flaminia)” (1949-50) olio su tela, cm 200x300 - Coll. privata

Fino al 25 febbraio 2022, La Nuova Pesa ospita la mostra “L’Osteria dei pittori”, da un’idea e per la cura di Roberto Gramiccia. Cinquanta importanti autori sono stati chiamati a realizzare un’opera su un semplice tovagliolo di cotone. Quello che ne è risultato è la vibrante testimonianza di un “cenacolo” di artisti che intende ricordare una celebre trattoria degli anni Cinquanta: quella dei fratelli Menghi, la cui storia è stata magistralmente narrata da Ugo Pirro. Dell’osteria dei pittori Mario Mafai era il re, ma con lui si incontravano artisti e intellettuali di prima grandezza che trasformarono quel luogo in un cantiere di arte e di intelligenza critica. Di quel luogo e di tutti i luoghi simili nel mondo questa mostra intende celebrare i fasti, indicando una possibile via di resistenza nei confronti della falce omologante del contemporaneo.

Il testo critico

Interpellare cinquanta artisti, fra i migliori, e chiedere loro di realizzare un’opera su un semplice tovagliolo di cotone, può sembrare a dir poco stravagante. Beh lo ammetto: un po’ stravagante lo è. Ma poi nemmeno tanto se si pensa all’idea che ha prodotto non solo la proposta ma l’adesione convinta di tanti artisti ed artiste, diversi per stili, storie e appartenenze generazionali. L’idea che mi ha come trafitto è quella di ricordare e celebrare un posto di Roma. Un posto semplice e speciale insieme. Una trattoria dove – come si narra – si beveva un vino dei Castelli di qualità a dir poco incerta, passata alla storia non certo per la fama del suo chef, né per i suoi piatti ma per le caratteristiche, la qualità e la provenienza dei suoi avventori.
Era la fine degli anni Quaranta, la guerra era finita da poco e all’Osteria dei fratelli Menghi, a via Flaminia, ci andavano i pittori, gli artisti, i poeti e gli scrittori, quelli del cinema e tutto il meglio dell’intelligenza e della creatività del tempo. Volete dei nomi? Per farvi orientare, eccone alcuni: Mario Mafai, Giulo Turcato, Dorazio, Consagra, Scarpitta, Sanfilippo, Accardi, Leoncillo, Attardi ma anche Fellini, Ugo Pirro, Flaiano, Monicelli, Moravia, Sandro Penna: tutta gente passata alla storia, anzi alle storie dell’arte, del cinema, della letteratura, del mondo infuocato di un’intellettualità che dalla tragedia della guerra, allora, voleva tirar fuori la forza di spaccare prima e rifare poi il mondo intero. Non cose da poco ma grandi imprese, ognuno nel proprio campo, mischiate tutte con l’aspirazione a una società planetaria più giusta e pacificata.
In quel tempo gli artisti si scontravano dividendosi fra i figurativi, come Mafai, e gli astrattisti, come Turcato. Ma una cosa li univa: erano tutti o quasi comunisti. Per la verità a unirli era anche un’altra faccenda, direi più strutturale: se li mettevi a testa in giù dalle tasche non usciva manco una lira. La fame (non la fama) era tanta… E la notizia era ed è che i Menghi accettavano, a saldo dei pranzi e delle cene, anche delle opere realizzate per lo più sulle salviette da tavola della trattoria. Questi osti-mecenati c’è da credere abbiano messo su una collezione straordinaria. Anzi, alla fine il rapporto con questi commensali del tutto fuori dall’ordinario si levigò fino al punto che molti di essi provvidero ad affrescare gratuitamente le pareti dell’osteria, trasformandola in una specie di piccolo tempio della cultura visiva del tempo.
Le magnifiche storie dell’amicizia fra i Menghi e questo micro-popolo inquieto di poveracci di gran lusso sono giunte fino a noi per tradizione orale ma soprattutto per merito di uno fra i commensali più intelligenti e svegli: Ugo Pirro, uomo di cinema e non pittore. Che le raccolse in un volumetto prezioso edito da Sellerio. Osteria dei pittori è il titolo di questo libro, uscito nel 1994. Ed è proprio questo titolo che ho preso a prestito per battezzare la mostra che proponiamo oggi. La scelta, apparentemente manicomiale dei tovaglioli, come supporto su cui dipingere o intervenire in altro modo, a questo punto appare meno eccentrica e arbitraria.
La mia intenzione è stata quella di ricreare un cenacolo che rinnovi i fasti di quella povera-nobilissima trattoria romana, mettendo insieme i migliori talenti di fama nazionale e internazionale che operano in area romana. La testimonianza viva di questo cenacolo saranno le salviette dipinte affisse sulle pareti della sala Babele di una Galleria particolare: La Nuova Pesa. Particolare per due o tre motivi almeno: per la sua storia, per la connotazione culturale e politica che ha sempre espresso, per il fatto di essere a due passi da Piazza del Popolo e da via Flaminia, esattamente dove l’osteria dei pittori si trovava. Ho sempre pensato che Piazza del Popolo fosse il centro del mondo e continui ad esserlo, nonostante i fasti culturali degli anni Sessanta e della Scuola che prese il suo nome siano ormai svaniti, consegnati a un passato che non sembra poter tornare.
Ecco, si può dire che il senso più riposto, ma alla fine dirimente, di questa mostra è quello non tanto di una riproposizione nostalgica del bel tempo che fu ma piuttosto di una denuncia sferzante di un’epoca, l’attuale, che non ci piace. Non ci piace perché un posto come quello dei Menghi oggi molto difficilmente potrebbe trovare cittadinanza. E non perché manchino le intelligenze e i sentimenti di un tempo ma perché quella che è venuta imponendosi è una specie di coltre omologante (e funebre), pesantemente calata su tutto ciò che non sia disposto a riprodurre il gusto dominante della cultura dominante. Parliamo di quel famigerato pensiero unico che ormai fa somigliare fra loro tutte le città del mondo, tutte le culture, tutte le cucine persino. Un pensiero che da un punto di vista politico non distingue fra sfruttati e sfruttatori ma fra vincenti e disadattati, incapaci di capire lo spirito del tempo. Un tempo che nel denaro rintraccia l’unica ragione ontologica di una realtà modellata sulla dittatura del dio Mammona e di tutti quegli strumenti – iper-tecnologia e iper-comunicazione digitale – utilizzati scientificamente per mettere a catena le coscienze inquiete e ribelli.
Coscienze inquiete come quella di Mario Mafai che, pur essendo povero e legato alla tradizione figurativa classica della Scuola di Via Cavour, era stimato e amato anche dagli astrattisti di Forma Uno. Non certo perché fosse ricco e potente. Mafai era così poco potente che quando vendeva un quadro, cosa che succedeva raramente, per la gioia invitava gli amici a festeggiare l’evento facendo il giro di Roma su una vettura a cavalli. Poi la serata inevitabilmente si finiva a bere quel vino dei Castelli che non era un toccasana per lo stomaco ma legava i destini di chi abitava un mondo che consentiva di essere (almeno nei casi fortunati) come si desiderava essere. E permetteva a Mafai di essere considerato “il re dell’osteria dei pittori”.
Oggi tutto è cambiato. Il tempo della post-contemporaneità presenta il conto: o sei come il sistema ti vuole, ortodosso e diligentemente sottoposto alla teologia della forma merce, con tutto ciò che questo comporta in termini di conformismo, oppure sei fuori. Naturalmente quella descritta non è ancora, per fortuna, una verità assoluta ma tendenziale. Esiste ancora una area di agibilità per un pensiero non rassegnato, capace di ricondursi allo spirito bohèmien dei fratelli Menghi e dei loro ospiti prestigiosi. Roma resiste. Questa mostra la possiamo ancora fare. Le cucine regionali ancora ci sono e anche la cultura del vino. Ma l’impressione è che si mantenga in vita e si riproduca e auto-potenzi solo ciò che giova esclusivamente al mercato. Un mercato e un sistema economico che, sia detto fra parentesi, ha mostrato con la pandemia tutta la sua inadeguatezza a resistere all’offesa di una calamità planetaria. E allora con L’osteria dei pittori noi vogliamo dire, anche, che la consuetudine di vicinanza e comunità che in quel luogo si esprimeva è l’unica che ci può salvare quando il cielo si oscura e arriva la tempesta. L’esatto contrario di una sotto-cultura dell’individualismo esasperato che oggi alligna fra i valori di riferimento vincenti.
Ma poi, oltre a una trama che non ho paura di definire ideologica, di chi ha concepito questo progetto, c’è l’arte nella sua sfacciata salienza. C’è la produttiva dialettica fra il vincolo posto alla base dell’idea della mostra, rappresentato dal tovagliolo simbolo dei Menghi, e la libertà di realizzare su quella stoffa di cotone qualsiasi cosa. L’eterno dialogo fra una disciplina che argina il caos e la libertà espressiva che nutre l’instancabile desiderio di esprimere se stessi, di sublimare le proprie fragilità. Questa piccola grande sfida permetterà, fra le altre cose, di ritagliare il profilo di una campionatura ampia e ricca di ciò che esprime oggi il meglio della ricerca visiva di tanti autori diversi per stili, età, tecniche realizzative, fama e cultura. Il fil rouge che unisce questi cinquanta artisti è la qualità diversificata del loro lavoro che ha coinciso con il criterio da me utilizzato per selezionarli.
È in questa valorizzazione della centralità della qualità e delle sue multiformi espressioni che abita un’altra delle ragioni che hanno ispirato L’osteria dei pittori. Si tratta della convinzione, di cui ho parlato e scritto altre volte, che, a differenza di ciò che diffusamente si sostiene, non tutto può essere arte a condizione che sia certificato dal sistema che la governa. Non tutto può essere artistizzato a piacimento (Perniola). La qualità preesiste, anzi è condizione introduttiva indispensabile al riconoscimento dell’opera d’arte come prodotto che ha un suo valore commerciale. Una successione di eventi che sembrerebbe scontata ma che oggi il sistema dominante è riuscito incredibilmente a rovesciare. Si tratta di rimettere sui piedi il gioco più che mai serio dell’arte. Si tratta di ridarle un senso. Noi cerchiamo, nel nostro piccolo e con tutti i limiti di un evento controcorrente, di dare un contributo in questa direzione.
Che questa operazione, poi, oggettivamente rappresenti una chiamata in correità di tutti quei “colpevoli” che oggi ancora difendono la pittura contro la vulgata che la ritiene ormai una modalità espressiva superata, se non obsoleta, è requisito non casualmente perseguito. Del resto, se si assume la qualità come “stella polare”, è naturale che cadano tutti quei falsi steccati che vogliono artificiosamente rendere incomunicabili linguaggi e modalità espressive diverse. Come non aveva senso la querelle fra pittura figurativa e pittura astratta di fronte all’evidenza del fatto che esiste una buona e una cattiva pittura a prescindere dall’opzione iconica e aniconica, così non ha senso la guerra fra pittura e arte concettuale. Semmai quello che si propone è il dilemma sulla necessità o meno di concepire uno statuto delle arti visive, ancorché elastico e antiaccademico. Ma in questo scivoloso falso piano non è il caso di addentrarci in questa circostanza.
Di una precisazione, però, si avverte il bisogno: non vogliamo con questa operazione in alcun modo riferirci a una realtà loco-regionale da rivendicare con spirito municipalistico. Il nostro orizzonte non può confinarsi a una Via Flaminia degli anni Cinquanta. L’Osteria dei pittori, la sua storia, il libro che ne parla, la nostra mostra rappresentano, al contrario, un modo per riferirsi a tutte quelle spontanee esperienze che in Italia e nel mondo hanno inverato i principi che ispiravano il pensiero definito da Albert Camus: “meridiano”. Un pensiero che ritrova le sue radici nella cultura nata nel Mediterraneo, aperta all’incontro, allo scambio, se necessario allo scontro dialettico ma anche alla solidarietà fondata sull’idea di una comunità non necessariamente antropocentrica ma aperta, inclusiva e dialogante, interessata alle condizioni di vita della natura e di chi la abita, sensibili agli interessi e alle aspirazioni degli uomini e delle donne, e fra questi in particolare degli ultimi e dei vinti.
È per questo che la nostra storia parte da una trattoria vicino a Piazza del Popolo ma vola anche al Cabaret Voltaire di Zurigo, a Le Chat Noir di Parigi, ai luoghi delle jam session di Chicago o New York e, tornando in Italia, ai Caffè Aragno e Greco nella Roma del primo-Novecento, al Jamaica di Milano, al Florian di Venezia, a Rosati, a Canova, al Bar della Pace, a Pommidoro per ritornare a Roma. Proprio Pommidoro di Aldo Amici, amico caro scomparso pochi mesi fa, aveva raccolto il testimone di Menghi facendo diventare la sua trattoria di Piazza dei Sanniti a San Lorenzo un posto cruciale per chi ama l’arte e gli artisti. Ma Aldo, dopo sua moglie Anna, se n’è andato e Pommidoro ha chiuso. E questa scomparsa, questa chiusura sono in qualche modo il simbolo di un tempo che tristemente si esaurisce, rendendo più povera la nostra città.
Chi scrive, del resto, ha sempre nutrito non solo per Roma ma per le Scuole romane una particolare ammirazione, direi un amore da studioso ma anche da collezionista. Questa mostra, mi pare, possa inserirsi in questa tradizione, anche se la frantumazione che ha disperso molte delle energie tipiche del nostro tempo e dei nostri territori non va nella direzione della ricomposizione di gruppi o di scuole. Ma la mia convinzione è che la storia non arriva mai al capolinea. Che tutto è possibile. Ancora di più durante, e soprattutto dopo, l’esperienza terribile della pandemia. Il fatto stesso che cinquanta artisti importanti abbiano accettato di realizzare le proprie opere su dei tovaglioli ne è una dimostrazione.
Un’ultima notazione riguarda l’accurato e appassionato lavoro di ricerca di Mauro Magni, uno dei cinquanta, che ha consentito di arricchire la mostra di una fascinosa “colonna sonora” costituita dai rumori di piatti e stoviglie, dai brusii, dalle atmosfere sonore dell’osteria attraversate dalle voci dei protagonisti di quella irripetibile temperie. E così, oltre ad ammirare i tovaglioli d’artista che vengono proposti, si possono ascoltare i preziosi frammenti delle conversazioni di Ugo Pirro, Giulio Turcato, Federico Fellini, Giulietta Masina, Carla Accardi, Alberto Moravia, Mario Monicelli, Renzo Vespignani, Edolo Masci e tanti altri. Si tratta di un contrappunto all’esperienza visiva che aumenta e moltiplica il valore pedagogico dell’operazione che, mentre valorizza l’attuale ricerca estetica, rievoca un tempo nel quale si creavano i presupposti degli sviluppi futuri, artistici e culturali. Un colpo ancora rivolto a quella “dittatura del presente” che caratterizza la vulgata egemonica vincente. La valutazione del passato, infatti, è indispensabile per avere un’idea di futuro; altrimenti saremmo consegnati alla stagnazione e al deperimento. Ci auguriamo che questo valore pedagogico riesca ad appalesarsi a pieno e che venga colto e apprezzato dalle Istituzioni che della città dei fratelli Menghi governano i destini.

Roberto Gramiccia

Titolo: L'Osteria dei pittori

Apertura: 04/01/2022

Conclusione: 25/02/2022

Organizzazione: La Nuova Pesa

Curatore: Roberto Gramiccia

Luogo: Roma, La Nuova Pesa

Indirizzo: Via del Corso, 530 - 00186 Roma

Orari: 10:00 - 13:30 / 16:00 - 19:30

Gli ingressi saranno contingentati nel massimo rispetto delle vigenti
regole. Sarà altresì possibile prenotare la visita ai seguenti contatti:
Tel. 06 3610892 - Mail. nuovapesa@farm.it

Sito web per approfondire: http://www.nuovapesa.it/

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