Tra pennelli e immagini virtuali. La pittura italiana nei nuovi anni Venti

  • Quando:   01/04/2022 - 03/04/2022
  • evento concluso

Arte contemporanea‎

Tra pennelli e immagini virtuali. La pittura italiana nei nuovi anni Venti
Giuseppe Mulas, Looking for the night away, 2022, acrilico, olio, spray su tela di lino, 180x220 cm, courtesy dell'artista e della Galleria

Intesa Sanpaolo, da anni Main Partner di miart, porta alla fiera milanese una vera e propria mostra di cinque giovani artisti emergenti selezionati dal curatore Luca Beatrice. La mostra si terrà presso l’area lounge della Banca (fieramilanocity_MiCo, Viale Scarampo – Gate 5, Pad. 3).

Dall’1 al 3 aprile la mostra “Tra pennelli e immagini virtuali. La pittura italiana nei nuovi anni Venti” raccoglie i dipinti di Paola Angelini, Sabrina Casadei, Rudy Cremonini, Diego Gualandris e Giuseppe Mulas, che, cominciando a lavorare nel nuovo millennio, offrono uno sguardo aperto e inedito sul panorama della pittura italiana contemporanea, attraverso una rilettura globale dei nostri tempi.

Confermata anche la presenza di Intesa Sanpaolo Private Banking, che presenterà, presso l’area lounge del Gruppo, un ciclo di tre incontri su “Arte collezionismo e media” che approfondirà temi di arte e mercato.
Gli appuntamenti sono previsti il 1° aprile alle ore 17.30 con Michele Bonuomo, direttore di Arte, il 2 aprile alle ore 17.30 con Umberto Allemandi, direttore de Il Giornale dell’Arte, e il 3 aprile alle ore 17.30 con Giancarlo Politi, fondatore di Flash Art. Modereranno gli incontri Alberto Fiz e Marina Mojana di Eikonos Arte.

La mostra

Gli artisti italiani scelti per questo breve spaccato generazionale – o infra-generazionale, i quarant’anni di Rudy Cremonini nato nel 1981, Paola Angelini nel 1983, Sabrina Casadei nel 1985, Diego Gualandris è del 1993 e il più giovane Giuseppe Mulas del 1995 – hanno cominciato a lavorare nel nuovo millennio e infatti non c’è in loro traccia di novecento se non in termini di memoria. Come esistono i nativi digitali per definire il rapporto con la tecnologia, allo stesso modo possiamo parlare di pittori le cui scelte iconografiche sono legate all’ultima grande rivoluzione, in atto in particolare dal 2007, da quando cioè nella nostra vita quotidiana sono entrati gli smartphone cambiando ancora una volta, e c’è chi dice per sempre, il rapporto con le immagini. Eppure qui si parla di pittura in senso stretto e rispetto ad altri momenti della storia dell’arte alla fine del XX secolo – la Transavanguardia, la nuova figurazione, la pittura mediale degli anni novanta, la pittura fotografica e asciutta dei Non Luoghi – ci troviamo ora di fronte a opere che sono solo e soltanto “quadri”, non invadono lo spazio, non si fanno performance, non amoreggiano con altri linguaggi. Una pittura che si fida di se stessa e non sente il bisogno di salvarsi in corner, rinuncia fortunatamente a quella precisazione altrove indispensabile, ad esempio la mai chiarita differenza tra “fotografi e artisti che usano la fotografia”. Qui non sono “artisti che usano la pittura”, ma più semplicemente pittori, o se preferite pittrici e pittori. Altre considerazioni. Questa degli anni Venti ha perso ogni specificità localista o regionalista – che a ben pensarci è sempre stato il nostro forte – per assumere il necessario tono globale indispensabile ai nostri tempi. Alla domanda: riusciamo a riconoscerne, dallo stile, un’estetica prettamente italiana? La risposta, probabilmente no, e questo vale anche per la Germania, l’America o l’Inghilterra giusto per citare alcuni luoghi dove l’identità artistica nazionale è stata a lungo considerata un elemento di forza. La pittura, oggi, peraltro non corrisponde più alle griglie novecentesche di figurazione versus astrazione, qui talvolta addirittura compresenti nello stesso quadro. Ci sono dipinti che reggono meglio alla presenza dell’immagine, altri che lavorano sulla struttura, tra segni, gesti, campiture di colore. Pochi, indubbiamente, sono narrativi, al contempo non si applica il dogma dell’aniconico assoluto. Tutto ciò comporta la pressoché totale rinuncia allo stile, che non significa non riuscire a riconoscere il linguaggio di un artista ma togliersi di dosso, da parte sua, quella sicurezza, quella coazione a ripetere che rischia di trasformarsi in cliché. A supporto c’è una sintassi, una grammatica, non un repertorio di immagini e figure. Per definire la pittura italiana dei nostri anni Venti fin qui è stato detto tutto ciò che non è. Tocca però ragionare ora in positivo, provando a spiegare cosa è. Innanzitutto uno spazio di libertà: gli artisti non si riconoscono in correnti o gruppi, conducono una ricerca individuale (non individualista, anzi c’è un bel clima di collaborazione e stima tra loro), permettendosi il lusso di surfare tra gli stili. È pittura molto contemporanea quando si distacca dalla mimesi con la fotografia, per qualcuno un rifiuto categorico, sia quando rilegge l’universo in chiave fantasy portandolo oltre l’esplosione parossistica in Diego Gualandris. Uno dei termini più consueti nel linguaggio contemporaneo è distopico, comune soprattutto tra le generazioni recenti che faticano a credere in un futuro migliore del nostro presente i cui comportamenti scellerati hanno posto le basi per un mondo decisamente peggiore, che non guarda avanti. Per Gualandris il teatro è una favola, un negozio di giocattoli tenuto a bada e in ordine, che di notte esplode nella più totale anarchia, in una linea continua dal Soldatino di piombo di Hans-Christian Andersen alla serie Pixar Toy Story. È pittura contemporanea quando recupera il passato, mai in chiave di citazionismo postmodernista. Guardi i quadri di Paola Angelini e pensi subito alle esperienze figurative degli anni ottanta – probabilmente condividiamo l’amore per il gigantesco talento di Sandro Chia – di cui però non viene messo in scena il remake né la rilettura quanto un’analisi critica. Ciò che finisce in un quadro, dal punto di vista del pittore e del critico, corrisponde alla somma degli elementi che vanno a definire ciò che siamo, le immagini sulle quali ci siamo nutriti, con la differenza che mentre un tempo queste definivano una scelta di campo e di stile, oggi costituiscono una sorta di diario emozionale. E a tal proposito l’autobiografismo o l’autofiction, il termine rimanda ancora una volta alla letteratura, si addensa nei dipinti blu di Giuseppe Mulas che raccontano e si trasfigurano in emozioni di vita vissuta, tra visioni notturne e sensuali, la Tragedia dell’infanzia per citare Alberto Savinio (piace molto anche ad Angelini). Pittura di particolari, incontri, libri letti, stati d’animo. E di sfide: perché Rudy Cremonini dipinge vasi di fiori? Cosa può esserci ancora di contemporaneo nel dipingere un vaso di fiori dopo Morandi? Certe questioni non perdono di attualità e la pittura si riafferma ancora una volta come “esercizio di stile” nel senso migliore del termine, alla Raymond Queneau per intenderci. Liberato dal problema de cosa, Cremonini dipinge “pittura figurativa” in assenza di soggetto, un romanzo per immagini quasi privo di personaggi. Né, al contrario, si deve limitare lo sguardo alla pura astrazione di fronte ai lavori di Sabrina Casadei: ciò che osserva e riporta è frutto di un ragionamento sulla natura e sull’ambiente, tra i pochi argomenti che incalzano nella cultura di oggi, segnando, questo sì, un profondo distacco generazionale tra il prima e il dopo.

Gli artisti

Paola Angelini, San benedetto del Tronto, 1983

Durante le ore di lezione al liceo scientifico, Paola Angelini era solita trascorrere il tempo disegnando. Quel gesto semplice e artigianale, che le procurava una sensazione di intimo piacere, anni dopo, è divenuto il nucleo fondante per la costruzione del suo lavoro. Le sue opere nascono da un’attenta rilettura del patrimonio visivo e artistico del passato e dall’osservazione dell’individuo: ricorrendo a costanti incursioni nella storia dell’arte, ai ricordi personali e al presente, l’artista riflette su questioni come l’identità della pittura contemporanea e la connessione tra spazi e temporalità differenti. Nel delineare questo immaginario, Angelini prende coscienza della complessa rete di relazioni che trasformano il colore, gli oggetti e le singole figure in entità tangibili: in L’abisso e Il sognatore (2021), la pittura si offre come un’esperienza che punta a sovvertire l’approccio contemplativo tradizionale, coinvolgendo e stimolando attivamente l’osservatore. Una delle caratteristiche tipiche del suo linguaggio consiste nell’utilizzo di una tavolozza ricca e conciliante che mira a purificare le forme, non tanto per esibire un puro esercizio di stile, quanto più per suggerire la possibilità di un confronto tra le proprietà dello spazio e le categorie estetiche. Allo stesso modo, i personaggi presenti nei suoi dipinti possono assumere forme molteplici e discordanti, configurandosi come creature algide dai tratti appena accennati, o come presenze vivide ed emblematiche che abitano uno spazio incantato.

Sabrina Casadei, Roma, 1985

La produzione di Sabrina Casadei è spinta dal tentativo di individuare e rappresentare la gamma di energie vitali che animano la natura. A un primo sguardo le sue opere sembrano vere e proprie esplosioni organiche: cristallizzate, aeree, vegetali, caotiche. Solo in seguito a un’osservazione più approfondita è possibile riuscire a carpire e interpretare il groviglio di ricami che scivola sulla tela grezza, fino a sovrapporsi in un campo aperto di forze e tensioni contrastanti: sono cieli in tempesta e fondali rocciosi che si stagliano con coraggio di fronte al nostro sguardo. Alla ricerca del bilanciamento perfetto tra gesto, colore e astrazione, Casadei combina un uso della pennellata – a tratti ampia, a tratti nervosa – che le permette di sprigionare sul supporto un flusso di istinti liberi e spregiudicati. Ne risulta la creazione di un paesaggio continuamente mutevole, capace di penetrare la materia e di alterarne le proprietà: rifiutando l’idea di dominare le forze proprie della natura, Casadei abolisce gli schemi e le strutture geometriche, in favore di una rappresentazione che si ricollega alle istanze del pensiero ecologico. In questo modo, ogni manifestazione del reale si lega alle altre attraverso un filo simbolico: in opere come Iperboreo e Velvet (2021), l’artista elabora un’espressività sinestetica che, da un lato, con i suoi filtri tattili, incuriosisce e avvicina lo sguardo ai dettagli disseminati nelle esplosioni cromatiche e, dall’altro, ne alimenta la fantasia, guidandolo verso la ricerca di un significato

Rudy Cremonini, Bologna, 1981

Rudy Cremonini approda alla pittura da giovanissimo e da autodidatta: a soli sedici anni, dopo aver ricevuto in regalo una scatola di colori, comincia a mettere a punto la sua tecnica, traducendo in pennellate libere ed evanescenti le sue intuizioni personali. Negli anni, la produzione di Cremonini si è concentrata sempre più sull’amplificazione di una voce interiore, piuttosto che sugli stimoli offerti dalla realtà esterna. Partendo da un incipit liberatorio assimilabile alla ritualità sciamanica, l’artista riversa sulla tela un flusso di tonalità polverose che si dissolvono con delicatezza in un’atmosfera onirica e pacata: figure umane, paesaggi, fiori e animali – definiti da pochi ma precisi tratti – pervadono l’immagine e si fondono in un tutt’uno con la struttura compositiva. Il variare dei soggetti testimonia la disponibilità dell’artista ad accogliere il cambiamento, ma l’elemento che lega in maniera indissolubile le sue opere è indubbiamente il punto di vista, sempre esterno e distaccato. Souvenir (2022) e The Large Window (2018), con le loro campiture ampie e distese e la loro prospettiva vertiginosa, sono la prova del modus operandi prediletto. Cremonini, nei panni e nella posizione ambigua e strategica del voyeur, prevarica il confine tra interno ed esterno, assenza e presenza, per poter osservare al meglio la scena che egli stesso sceglie di raffigurare

Diego Gualandris, Bergamo, 1983

Cresciuto ad Albino, un piccolo paese di montagna, Diego Gualandris ha sviluppato la sua ricerca muovendosi costantemente tra pratica artistica e produzione di racconti scritti popolati da creature fantastiche. Questo spazio di sperimentazione, influenzato dalla cultura di massa, dal fumetto e dalla letteratura fantascientifica, è divenuto il fondamento volutamente ambiguo e affascinate della sua opera. In tale prospettiva, la pittura – scelta come medium privilegiato – assume valenze molteplici: è un agente che elude i confini tra scenari immaginari e realtà quotidiana, e che, al contempo, tenta di ridefinire un impianto visivo partendo dalla mitologia e dai simboli della memoria collettiva. Che si tratti di una riscrittura storica o di una visione connotata da implicite valenze erotiche, il lavoro di Gualandris indaga e decodifica la natura più intima dell’immagine radicata nelle formule narrative della leggenda e del racconto orale. Solitamente di grande formato e rigorosamente a olio, i suoi dipinti prendono vita da una complessa rielaborazione degli strumenti pittorici tradizionali: il colore, diluito con l’olio per friggere, viene steso trascinando sulla tela pezzi di stoffa, peluche e pennelli fabbricati con setole inusuali che testimoniano l’ostilità dell’artista nei confronti della razionalità della tecnica. In opere come Gracula (2020) o Maxixe (2021) è possibile riscontrare l’approccio surreale, e quasi psichedelico, con cui Gualandris altera i toni, le forme e i dettagli fino a inglobarli in una sedimentazione di strati che genera forme intricate, spumose e fantastiche, ampliando e deformando l’esperienza dell’atto visivo.

Giuseppe Mulas, Alghero, 1995

Di origine algherese, Giuseppe Mulas vive e lavora a Torino, dove si è diplomato presso l’Accademia Albertina di Belle Arti. I suoi lavori, definiti da una pittura materica e pluristratificata, si contraddistinguono per una sintesi fra tematiche e modalità espressive apparentemente contraddittorie: da una parte, il confronto tra la solitudine del presente e i ricordi legati all’infanzia; dall’altra, un’ironia appena accennata attraverso l’utilizzo dei doppi sensi. Proprio questa analisi caratterizza la sua primissima produzione, in cui l’artista fonde il mondo di ieri con quello di oggi, il suo lato bambino con quello più adulto, nel tentativo di fissare sulla tela frammenti di vita riaffiorati alla mente. Il tutto immerso in un’atmosfera enigmatica, tra l’onirico e il simbolico, dove corpo, nature morte e ambienti domestici si fanno strumenti per scandagliare il suo mondo interiore, imprigionato nel blu della notte. Le sue opere più recenti, come Melancholy Took Me e Looking for the Night Away (2022), si pongono in linea di continuità con questa poetica. La percezione di un universo attonito e misterioso è ancora preponderante, così come la memoria dell’infanzia e l’utilizzo del colore blu, o forse sarebbe meglio scrivere blue, in inglese, come i titoli di tutte le sue opere, come il colore della malinconia. Tatuata sulla pelle, la notte rimane l’ambientazione prediletta di entrambi i quadri, ambientazione che si riversa all’interno di corpi adagiati su un letto disfatto, oppure in sella al cavallo di un carosello sognato.

Titolo: Tra pennelli e immagini virtuali. La pittura italiana nei nuovi anni Venti

Apertura: 01/04/2022

Conclusione: 03/04/2022

Curatore: Luca Beatrice

Luogo: Lounge Intesa Sanpaolo, Gate 5, Pad. 3, Miart - Milano

Indirizzo: Milano (MI)

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