Black Liquid Art Gallery presenta After the Fire. Memories, Bodies and Conflicts in Contemporary African Art, una mostra collettiva con undici artisti africani e della diaspora. La mostra fa parte di Raw for Peace, un evento internazionale dedicato all'arte come strumento di riflessione sul conflitto e sulla pace.
C'è un momento nella storia di un'epoca in cui la parola pace smette di avere significato: non perché il mondo l'abbia dimenticata, ma perché la guerra ha smesso di essere un evento ed è diventata una condizione. Siamo in quel momento. In Europa, Medio Oriente e Asia, i conflitti si moltiplicano con la velocità di chi non ha più nulla da perdere; ma è il continente africano a portare il peso più antico e più oscuro di questa condizione, uno che il mondo occidentale ha smesso da tempo di guardare perché non sorprende più. Oggi in Africa non esiste un unico fronte: la guerra è diffusa, frammentata, permanente. Non si combatte lungo una sola linea, ma ovunque e sempre, nelle foreste del Congo, nelle città del Sudan, nelle periferie del Sahel, nelle pianure del Mozambico. Un conflitto senza nome, senza data d'inizio e senza alcuna promessa di fine, che consuma vite, comunità e culture con la stessa inesorabile costanza con cui il fuoco divora ciò che trova.
L'arte africana contemporanea nasce dentro questa condizione, non ai suoi margini. Gli artisti che la abitano non la osservano dall'esterno: la portano nei loro corpi, nella loro memoria, nella forma che scelgono per esprimersi. E la forma, come insegna la storia dell'arte, da Goya a Picasso, da Jenny Holzer ad Ai Weiwei, non è un contenitore neutro del contenuto: è essa stessa pensiero, giudizio, presa di posizione. Quando Kambutzi sovrappone i colori allucinatori del suo espressionismo alla violenza dell'apartheid, quando Mabunda trasforma le armi in troni, quando Kwame Akoto dipinge la guerra come una battaglia cosmica tra bene e male, non stanno illustrando la storia: la interrogano, la giudicano, la rifiutano.
After the Fire riunisce undici artisti africani e della diaspora per i quali il conflitto non è un tema ma il territorio stesso dell'esistenza e della ricerca. Il titolo non promette redenzione: il fuoco è già passato, o forse non si è mai fermato. Ciò che resta — le ceneri, le cicatrici, i segni incisi nella materia e nella memoria — è il vero soggetto di questa mostra. Ciò che l'arte può fare non è spegnere il fuoco: è dargli forma, restituirgli la dimensione umana che la politica e la storia sistematicamente sottraggono, aprire uno spazio in cui quella dimensione possa essere riconosciuta, elaborata e trasmessa.
Lovemore Kambutzi tocca il punto più crudo e diretto di questa indagine. Il suo grande dipinto Apartheid — soldati in mimetica che picchiano civili in un villaggio periferico, tra baracche e insegne che potrebbero essere di ieri o di oggi — non concede allo spettatore alcuna distanza di sicurezza: i colori giallo-verdi, quasi allucinatori, la densità espressionista delle figure, l'intreccio di corpi e manganelli costruiscono un campo visivo da cui non si esce indenni. Kambutzi è nato in Zimbabwe ma si è formato e ha vissuto per molti anni in Sudafrica, e il suo lavoro porta la memoria viva di un sistema istituzionalizzato di segregazione razziale che ha segnato per decenni l'intera Africa australe.
Mario Macilau (Mozambico) restituisce la stessa verità attraverso il mezzo opposto: la fotografia in bianco e nero di un bambino con un Kalashnikov puntato alla testa, in Mozambico durante la guerra civile, è un'immagine che non accusa né estetizza, che non cerca effetti né costruisce una retorica della compassione. Macilau fotografa come si testimonia: con la consapevolezza che la ferita è già lì, e che guardarla basta.... leggi il resto dell'articolo»
È proprio da una guerra civile, il conflitto mozambicano del 1977–1992, uno dei più devastanti e meno ricordati della storia recente, che nasce il lavoro di Gonçalo Mabunda (Mozambico). Mabunda raccoglie le armi dismesse di quella guerra — fucili, proiettili, componenti militari la cui funzione era uccidere — e le trasforma in sculture: troni, maschere, figure monumentali. Il trono esposto, costruito interamente con materiale militare disarmato, rovescia il simbolo supremo del potere in un monumento alla propria contraddizione: il potere è fatto delle stesse cose che usa per distruggere.
Godfried Donkor (Ghana) costruisce nei suoi collage una genealogia visiva precisa e implacabile: la tratta degli schiavi e il capitalismo finanziario contemporaneo non come due epoche separate, ma come due fasi dello stesso sistema di dominio, due modi di ridurre il corpo umano a merce, risorsa, valore di scambio. Figure femminili incollate su pagine di giornali finanziari, navi coloniali che emergono dai dati di mercato, corpi che fluttuano tra quotazioni e prezzi.
Frédéric Bruly Bouabré (Costa d'Avorio, 1923–2014), nel 1948, a seguito di una visione mistica, decise di inventare un alfabeto per la sua lingua madre, il bété, creando un sistema di 449 sillabe rappresentate da piccoli disegni su cartoncino accompagnati da brevi didascalie in francese. Le opere esposte articolano questa consapevolezza attraverso il conflitto come soggetto diretto: nella serie Val des guerriers aux épées, venti carte raffigurano guerrieri a cavallo in combattimento ravvicinato nei colori vividi di una palette quasi festiva. Dieu n'aime pas la guerre (2012) accompagna le bandiere delle nazioni con l'affermazione del titolo, ripetuta come un rosario laico.
Kwame Akoto Almighty God (Ghana) introduce la dimensione della guerra cosmica, della battaglia tra le forze del bene e del male. Nel dipinto By All Means Satan Will Die, una figura angelica dalle ali piumate emerge da uno sfondo rosso sangue; l'iconografia cristiana si fonde con la tradizione visiva africana in un'immagine di potenza travolgente e inquietante.
Gerald Chukwuma (Nigeria) risponde alla violenza con il silenzio della materia trasformata. I grandi pannelli in legno bruciato e inciso, nei toni del bronzo e del rame ossidato, con motivi che richiamano cosmogonie e alfabeti ancestrali, sono superfici che portano visibilmente la memoria del fuoco: non il fuoco della distruzione, ma quello della purificazione, della scrittura, della trasmissione del sapere attraverso le generazioni.
Kawote Ejioye (Nigeria) porta il conflitto nella sua forma più contemporanea: quella della colonizzazione culturale. La figura ritratta indossa un'uniforme interamente coperta dal monogramma Louis Vuitton e porta un basco militare: la sovrapposizione rivela che il dominio militare ed economico non sono mai stati veramente separati, che la guerra non finisce quando le truppe si ritirano ma continua nei mercati, nei consumi, nelle aspirazioni.
Alex Peter Idoko (Nigeria) lavora con un pirografo, incorporando il fuoco nella superficie stessa delle opere. In Strive, una figura soffia verso le fiamme in un gesto sospeso tra il tentativo di domarle e la possibilità ambigua di alimentarle. In Idoko, il fuoco non è purificazione ma memoria: la materia bruciata conserva il segno della distruzione e lo trasforma in linguaggio visivo.
John Hopex (Nigeria) porta in mostra la precisione chirurgica dell'iperrealismo. In Dangerous Liaisons, una figura femminile resa in bianco e nero abbraccia con abbandono una bomba dorata: non la tiene per paura, né per necessità. La tiene come si tiene ciò che si ama. Il contrasto cromatico incornicia la domanda centrale dell'opera: perché gli uomini si precipitano verso la guerra con la stessa passione irrazionale con cui corrono verso la propria distruzione?
La mostra si chiude con Owusu Ankomah (Sekondi, Ghana, 1956–2025), la cui recente scomparsa rende le opere esposte ancora più preziose e urgenti. Il suo dipinto — in cui i simboli Adinkra ricoprono l'intera superficie della tela mentre un volto emerge appena da dietro di essi — rappresenta il culmine di una ricerca durata tutta la vita. Ankomah sviluppò il concetto di Microcron: un simbolo assoluto che condensa universi dentro universi, espressione di una realtà cosmologica eterna e infinita. «Il numero totale delle menti nell'universo è uno», affermava. In Ankomah, il conflitto trova la sua risposta più silenziosa e radicale: la visione come atto politico, la persistenza della cultura come forma suprema di resistenza.
After the Fire non offre soluzioni. Ma le opere di questa mostra dimostrano che l'arte può fare qualcosa che la politica non riesce a ottenere con la stessa precisione: restituire al conflitto la sua dimensione umana, individuale, corporea e spirituale, quella dimensione che la guerra cancella sistematicamente riducendo gli esseri umani a numeri, a fronti, a effetti collaterali.
Mostra: After the Fire
Memorie, corpi e conflitti nell'arte africana contemporanea
Roma - Black Liquid Art Gallery
Apertura: 24/04/2026
Conclusione: 14/06/2026
Organizzazione: Black Liquid Art Gallery
Curatore: Antonella Pisilli
Indirizzo: Via Piemonte 69 - 00187 Roma (RM)
Inaugurazione: venerdì 24 aprile 2026, ore 18:00
Orari: martedì-sabato 12:00-19:00
Info: blackliquidart@gmail.com | +39 339 9647300
Sito web per approfondire: https://www.blackliquidart.com/it/
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