Nel principio, Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso. Dio disse: “Sia luce!”. E luce fu. Una luce che oggi, appare sempre più “tormentata” dai malesseri della psiche; una psiche che prova ad alienarsi dalla società, ma senza riuscirci. Una psiche che allora decide di rendere omaggio all’uomo e ne testimonia i suoi tormenti: i tormenti delle tenebre. “Genesis. La Tela Ferita” è in realtà un percorso di ricerca che vede una giovane artista, Alina Ditot, ricercare quel “Vello d’oro” da offrire, come vittima sacrificale, al buio, in cambio della luce. La Sacerdotessa sceglie di impugnare la sua spada e di ferire l’arte classica. Un’arte che l’artista pone sul rogo del passato. L’arte viene vissuta, dunque, da Ditot, come rifiuto: rifiuto al mondo della bellezza sublime. Questo rifiuto viene testimoniato dalle bruciature, legature e ferite su tela. Ditot, impugna la spada e uccide la tela. Si assiste così alla rinascita di un’arte informale che in Italia è sepolta nei cimiteri fantasma. In quei cimiteri in cui i cadaveri puzzano di vecchio e di putrefatto. La sua arte va così a vestire le pareti delle chiese sconsacrate. Quelle chiese che ospitano l’uomo peccatore, non i figli battezzati nel Giordano.
La Via Crucis ditottiana celebra le reali sofferenze dell’uomo metropolitano; quell’uomo vestito con giacca e cravatta, ma che in realtà, vive il tormento della sua anima. Genesis è la congiunzione che lega il buio alla luce. Una luce che nasce dal fuoco. Un fuoco che crea, un fuoco che forgia le armi dei guerrieri, un fuoco che brucia la tela e la umanizza. Quelle inflitte da Alina Ditot sulla tela sono ferite mortali. Ferite che solo l’artista può ricucire con lo spago. L’arte della ribellione. L’arte del contrasto. L’arte che assapora l’abisso e lo traduce in forma e colore. Un’arte informale che urla e impone le sue nuove tavole della legge. Ditot riporta in vita, quelli che sono i nuovi “10 comandamenti” contemporanei. Non regole da seguire, ma eventi da ricordare. L’artista parte dal buio per trovare la luce. Una luce che è il vero simbolo della rinascita.
Nel principio, Dio creò i cieli e la terra. Poi creò Ditot e le sue pitture nere.
Salvatore Russo
Note biografiche
Alina Ditot nasce a Iasi (Romania) nel 1980. Il suo cammino artistico la porta a calcare, nel giro di pochi anni, i più importanti palcoscenici dell’arte mondiale. Città come Parigi, New York, La Valletta, Bruxelles, Barcellona, Edimburgo, Roma, Palermo, Firenze, Verona, Napoli sono solo alcune delle mete espositive dell’artista. Gli importanti riconoscimenti arrivano soprattutto dall’estero. È stata invitata a partecipare al più prestigioso evento espositivo del 2014, “La Grande Exposition Universelle”, che si è tenuto a Parigi, all’interno della Torre Eiffel. A differenza di tutti gli artisti, lei non nasce con il pennello in mano, bensì con le forbici. Nell’idea ditottiana l’arte deve essere concepita come soluzione al malessere. Per questo motivo, attraverso l’uso delle forbici, l’artista strappa con forza la tela. Uno strappo che ne indica il malessere. Un malessere, rivolto verso i burocrati del segno e gli architetti della forma. Questo malessere, l’artista decide di curarlo attraverso l’uso dello spago. Le ferite vanno ricucite dunque. E lo si deve fare nel più breve tempo possibile. L’arte di Ditot è l’arte del nostro secolo. Un secolo in cui l’essere umano uccide se stesso. L’evoluzione del pensiero ditottiano è facilmente leggibile. Basti guardare le opere iniziali dell’artista e confrontarle con quelle degli ultimi anni. Nella sua indagine troviamo una profonda radice culturale, frutto dei suoi studi filosofici. Un’arte che si avvale di ricerche sociologiche, di temi baudelairiani, di analisi dell’inconscio, di leggi bibliche. Un’analisi che arriva ad esplorare segnicamente i più importanti disastri degli ultimi anni. Un’analisi che si confronta con temi danteschi, problematiche sociali e eresie contemporanee. Tale analisi porta la sua ricerca a trattare tematiche di interesse comune, come quelle che riguardano la prigione di Alcatraz o il campo di concentramento di Auschwitz. Di notevole interesse critico è la maniera in cui l’artista realizza le sue opere. Una maniera, che per il momento, non ci è permesso conoscere.
Mostra: ALINA DITOT. GENESIS - LA TELA FERITA
Lucca - Lu.C.C.A. Museum
Apertura: 06/09/2017
Conclusione: 01/10/2017
Curatore: Salvatore Russo
Indirizzo: Via della Fratta, 36 - 55100 Lucca (LU)
Sito web per approfondire: http://www.luccamuseum.com/it/mostre/lounge/alina_ditot
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