Enrico Pulsoni. Infiniti tempi

  • Quando:   24/01/2026 - 08/03/2026

Arte contemporaneaMostre a FermoMoresco


Enrico Pulsoni. Infiniti tempi
E. Pulsoni, Senza titolo, 2002, Terra bianca

Il Tomav Experience – Torre di Moresco Centro Arti Visive inaugura negli spazi della Torre di Moresco (FM) la personale Infiniti tempi di Enrico Pulsoni a cura di Barbara Caterbetti.

La mostra, una scelta accurata di terrecotte realizzate dagli anni '80 sino a oggi, ruota intorno al tentativo di elaborare un parallelismo tra la modalità di pensiero sottesa all'esecuzione dell'artista visivo Enrico Pulsoni - nato ad Avezzano nel 1956 ma romano di adozione - e il compositore, pianista jazz statunitense Bill Evans, scomparso nel 1980.

In questo progetto, la torre del XII secolo, teatro e strumento musicale al contempo, diviene anche una sorta di pentagramma ove dar vita al crossing dei linguaggi - arte visiva e musica - realizzando un interplay fondato sul flusso ritmico ternario del brano Waltz for Debby di Evans nel quale le terrecotte si innestano come frammenti sonori, scandendone i pieni intervallati da pause, accelerazioni, ritardi e accenti come in una partitura musicale.

Nota biografica

Enrico Pulsoni, avezzanese classe 1956, architetto di formazione, è un artista capace non solo di padroneggiare vari linguaggi - disegno, pittura, scultura, teatro, installazioni - ma anche di mantenere in costante tensione la sua verve di affabulatore. È stato titolare della Cattedra di Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, attualmente è direttore della rivista online Insula Europea e coordinatore delle attività culturali della sede romana della Fondazione Filiberto e Bianca Menna.

Si forma nel gruppo teatrale Altro con Achille Perilli e Lucia Latour, espone regolarmente dal 1976 in gallerie italiane ed estere, collabora con editori d’arte, riviste letterarie e produce autonomamente le Edizioni d’arte Cinquantunosettanta. Da sempre la sua ricerca si è concentrata su alcuni cicli, da citare in particolare: Paesaggiornaliero, VoltitrasVolti e negli ultimi anni le Sette creazioni e i Sogni di spettri.

Alcuni di questi, grazie alla collaborazione di poeti e musicisti, sono divenuti veri e propri spettacoli, come nel caso di Sogni di spettri andato in scena a Roma-Berna-Basilea e Mortis Humana Via rappresentato al Teatro Basilica di Roma. Nel 2022 esce una sua monografia, pubblicata da VanillaEdizioni, Enrico Pulsoni 1975-2021, curata da Antonello Tolve. Tra le ultime esposizioni personali: 8 Mementi Molli e altre narrazioni a Roma, Diario de viaje al Museo San Francisco di La Paz, Brusii al Muspac de L’Aquila e PresepeFiore ai Musei Civici di Spoleto.... leggi il resto dell'articolo»

Le sue opere si trovano in numerose collezioni private e pubbliche sia in Italia che all’estero. Si sono occupati del suo lavoro: Maurizio Fagiolo, Jesper Svenbro, Barbara Tosi, Gaya Goldeymer, Cecilia Casorati, Filiberto Menna, Valerio Magrelli, Gianfranco Palmery, Paolo Balmas, Marisa Vescovo, Jolanda Nigro Covre, Cesare Sarzini, Giuseppe Appella, Emanuele Trevi, Carlo Fabrizio Carli, Antonello Tolve e altri.

Testo critico

'Jazz is not a what, it is a how'.
Bill Evans

Dietro quest’affermazione del compositore e pianista jazz Bill Evans si cela un’etica del gesto, che trascende il linguaggio musicale per incarnarsi in una vera e propria condizione dell’essere. Come nella pratica di Enrico Pulsoni, che, con le sue terrecotte, disvela la tensione che fa vibrare la struttura e l’intervallo che la apre, costruendo un’opera che non esiste nel cosa ma nel come: non nella forma compiuta, ma nella sua precarietà generativa, nel ritmo che la attraversa.

Entrambi cercano la verità nella pausa. Bill Evans rivoluziona l’interplay: tre voci che si ascoltano senza gerarchie. Enrico Pulsoni fa lo stesso con segno, volume e spazio: li lascia rincorrere, interferire, contraddirsi.

L’how di Evans diventa, così, la chiave di lettura del gesto dello scultore, che chiede allo spettatore di affacciarsi su un territorio fragile, non gridato, ma governato da una bellezza che si afferma senza imporsi.

Torre Moresco, con la sua verticalità scandita e i suoi passaggi stretti, funziona da strumento musicale. Le rampe sono misure, i pianerottoli pause, l’ascesa un crescendo, le fessure tra i mattoni pentagramma. In questo luogo, le terre dell’artista diventano segmenti sonori, frammenti aperti che risuonano quando il visitatore li attraversa. E allora, entrando, non si sale per vedere le opere, si sale per percepire un modo di abitare il silenzio. Fin dal primo passo, lo sguardo è esortato a captare lo spazio quasi fosse una tessitura polifonica, un flusso ritmico sul quale le terrecotte innestano la loro improvvisazione, scandiscono pause, impongono accelerazioni, suggeriscono ritardi, proprio come una partitura jazz che richiede all’interprete di ascoltare prima di suonare.

Nato ad Avezzano, nel cuore della Marsica abruzzese, Enrico Pulsoni porta dentro di sé la memoria di una terra contadina fatta di umiltà e tenacia, di polvere, campi, fatica, semina e raccolto. Non è un dettaglio biografico, è la radice profonda di un archivio tattile che riaffiora negli anni '80 con il gesto di modellare le sue terrecotte, volutamente grezze, segnate da microfratture, sgusciature, bordi irregolari, imperfezioni che non nasconde, ma valorizza. In esse vibra il suono silenzioso di un paesaggio interiore, una risonanza che chiede di essere accolta.

Waltz for Debby di Bill Evans entra in scena in veste di compagna discreta di Enrico Pulsoni, le cui opere si intrecciano con la linea melodica del valzer jazz lirico, una miniatura poetica in 3/4, che appare trattenuta sotto il pelo dell’acqua prima di emergere.

La mostra articola una progressione ritmica, una lenta e calibrata modulazione che, salendo tra varchi angusti, passa dalla policromia iniziale, ancora legata alla memoria della pittura, a superfici via via più spoglie, più bianche, più ariose. È un’ascesa che invita a intuire il mondo sensibile come un corpo poroso: all’inizio la materia è densa, quasi trattenuta, poi si alleggerisce, si frattura, lascia emergere incrinature che non sono difetti, ma interstizi che parlano della visibilità che lambisce l’invisibile, direbbe il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty.

Il segno dell’artista, che sulle tele resta volontariamente non finito, qui si addensa in un volume che non vuole essere solido, ma sonoro. Le linee si sbrigliano, scattano, si ritirano, ritrovano all’improvviso la disciplina della geometria per poi tradirla ancora una volta, facendo convivere il rigore dell’architettura, delle griglie, degli assi cartesiani con l’imperfezione della mano, della cottura, del tempo. La sua è una scultura polisemica, che porta con sé la memoria della grafia, dell’incisione, della parola, dell’onomatopea.

E così, quando si raggiunge la sommità della torre, l’argilla sembra essersi desaturata. Enrico Pulsoni, con Infiniti tempi, ci ricorda quello che Giordano Bruno teorizza in De la causa, principio et Uno, ovvero che non esiste un tempo unico, lineare, assoluto, esistono infiniti tempi, perché esistono infiniti mondi e ciascun mondo ha il proprio ritmo interno. Nelle opere di Enrico Pulsoni questo principio diventa materia visibile. La terracotta registra tempi diversi, quello del gesto, dell’asciugatura, della tensione, dell’assestamento. È un lessico in bilico, un precipitato di tensioni, un sistema aperto di segni che si urtano, si fendono, si assestano, si disgregano per poi ricomporsi in un ordine sempre provvisorio. Come se la materia stessa fosse un pensiero che non vuole fissarsi, ma restare pensabile.

Barbara Caterbetti

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Mostra: Enrico Pulsoni. Infiniti tempi

Moresco - Tomav Experience – Torre di Moresco Centro Arti Visive

Apertura: 24/01/2026

Conclusione: 08/03/2026

Organizzazione: Tomav Experience Associazione Culturale

Curatore: Barbara Caterbetti

Indirizzo: Piazza Castello - 63826 Moresco (FM)

Inaugurazione: Sabato 24 gennaio 2026 ore 17.00



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