Eva Löfdahl ha costruito un corpus di opere consistente che resiste alla narrazione lineare. La sua pratica mette in evidenza punti di potenzialità all'interno dei materiali, delle forme e delle situazioni più ordinarie, permettendo all'artista di riconfigurare il significato in modi inattesi e sorprendenti.
Ciò che inizialmente può apparire come un'impenetrabilità familiare all'arte contemporanea – un rifiuto di spiegarsi o di rivelarsi – diventa, nelle mani di Löfdahl, una forma di precisione fondata sulla sua attenzione sia alle potenzialità poetiche sia alla logica materiale.
La mostra Counterflow mette in luce questo impegno, che è stato al centro della carriera artistica di Löfdahl per oltre quarant'anni. Generalmente utilizzato per descrivere fenomeni fisici quali correnti, traffico o movimenti contro una direzione dominante, il termine "counterflow" suggerisce qui una resistenza percettiva: un modo di lavorare che si muove contro le letture abituali.
La mostra riunisce tre nuclei di opere che si sovrappongono. Al centro si trova An Audile Double (2022-2024), una serie di 33 fotografie di meduse spiaggiate. Distribuite lungo la galleria, le immagini non incorniciate si estendono per diciotto metri lungo una parete e in una nicchia, apparendo quasi incidentali a un primo sguardo, ma calibrate in modo tale che ogni medusa possa essere incontrata come una forma singolare a sé. Arenate sulla riva – alcune ancora vive, la maggior parte già morte – le fotografie mostrano le meduse traslucide riflettere la luce del sole, trasformando le loro forme gelatinose in lenti temporanee. La specie, Aurelia aurita, è comunemente nota come "medusa orecchio", dal termine aurita, che significa "dotata di orecchie", in riferimento alle piccole strutture simili a orecchie presenti sul corpo. Il titolo, An Audile Double, implica quindi un'identificazione con la medusa attraverso il senso dell'udito, offrendo un punto di partenza inatteso per interpretare l'opera.
A estendersi nello spazio della mostra come una prosecuzione di questo lavoro fotografico è Untitled (2011), un insieme di sette catene metalliche che emergono dalle pareti della galleria e si adagiano sul pavimento come lunghe code. La decisione di includere questo nucleo di opere è stata ispirata dall'architettura stessa dello spazio: tubi, cavi e barre che attraversano le finestre e si impongono come dati strutturali. Le catene, osserva Löfdahl, possono "reggere elementi così forti". Si leggono come parte del vocabolario dell'edificio: un meccanismo latente di connessione, un canale bidirezionale tra l'interno della galleria e ciò che si trova all'esterno. Qui la catena diventa al tempo stesso oggetto e infrastruttura. Installata in relazione alle fotografie, estende la logica seriale della mostra nello spazio fisico. Questo significato viene ulteriormente destabilizzato dal modo in cui le catene si assottigliano in estremità più sottili, quasi tentacolari, come se le braccia orali della medusa fossero germogliate attraverso le pareti.
A completare la mostra sono due nuove opere, Untitled (2025), che introducono un ulteriore slittamento percettivo. Da lontano, queste forme compatte, costruite in vetro specchiante dipinto, frantumato e riassemblato in una struttura tridimensionale di tipo topografico, possono ricordare frammenti minerali o materia geologica. Da vicino, rivelano la loro fattura manuale: piani fratturati, bordi congiunti e una superficie che rifiuta un'immagine unica e stabile. Löfdahl le descrive come "topografiche/cubiste", capaci di cambiare radicalmente con minimi spostamenti della luce, a seconda della posizione dell'osservatore. La loro instabilità non è un effetto applicato all'oggetto, ma è incorporata nella sua costruzione: riflessione e pittura collassano l'una nell'altra, producendo un materiale che si comporta come un'immagine e un'immagine che insiste nel farsi materiale.... leggi il resto dell'articolo»
Nel loro insieme, queste opere propongono un sistema in cui la temporalità appare diversa: meno lineare e cumulativa, più porosa e contingente. La metafora perfetta di questo sistema è la medusa stessa, che occupa una posizione particolarmente peculiare sia nella mostra sia nel mondo biologico. È un organismo la cui forma è mantenuta dalla pressione dell'acqua e che scambia continuamente materia con il proprio ambiente. Se esposte a stress, danni fisici o fame, alcune tipologie di meduse possono persino ridursi su sé stesse, riassorbire i tentacoli, perdere la capacità di nuotare e stabilizzarsi come una massa simile a una cisti. Dopo un certo tempo, possono riorganizzarsi in un polipo, dal quale in seguito ne gemmano di nuove. Questo processo estremamente raro consente all'organismo di ricostruirsi secondo un diverso piano corporeo.
La stessa logica di flessibilità strutturale sembra essere al cuore della pratica di Löfdahl. Gli oggetti subiscono una sorta di "riorganizzazione cellulare", abbandonando i loro ruoli e le associazioni precedenti per diventare qualcosa di completamente altro. In Counterflow, la familiarità dello spettatore viene continuamente dissolta e riassemblata. All'emergere di uno stato di straniamento corrisponde anche un senso di rinnovata possibilità. Le opere sviluppano nuovi quadri di riferimento, pur rimanendo fedeli alla propria presenza, piuttosto che alla storia o alla narrazione.
Counterflow si dispiega come una meditazione sulla fine, sulla trasformazione e sul mistero, non traducendo queste forze in significati fissi, ma mantenendole in sospensione. Piuttosto che offrire una risoluzione, Löfdahl lascia aperta la potenzialità dell'opera; così facendo, propone un mondo in cui apertura e gioco sono condizioni fondamentali tanto della vita quanto dell'arte.
Testo: Adriana Blidaru
Note biografiche
Eva Löfdahl è nata nel 1953 a Göteborg, in Svezia, e attualmente vive e lavora a Stoccolma.
Nel 2024 Marabouparken Konsthall ha presentato una mostra antologica intitolata The Flow of Everything. Il suo lavoro è stato protagonista di una grande mostra retrospettiva al Moderna Museet di Stoccolma nel 2011. Nel 2023 le sue opere sono state presentate nell'ambito di Sleepless Nights al Moderna Museet. Tra le mostre personali precedenti figurano quelle da Veda, Firenze (2022 e 2018), Lunds Konsthall (2009), Krognoshuset Lund (2004), Moderna Museet, Stoccolma (2002), Kunstraum Düsseldorf (1998) e Galerie Nordenhake.
Ha partecipato a mostre collettive presso Marabouparken Konsthall, Sundbyberg, Svezia (2024), Artipelag, Stoccolma (2022), Göteborgs Konstmuseum (2019, 2008), Bonniers Konsthall, Stoccolma (2017, 2006), Malmö konstmuseum, Malmö (2017), Clifford Gallery, Colgate University, New York (2016), Kalmar Konstmuseum, Kalmar (2015), Art in General, New York (2013), Modernautställningen, Moderna Museet, Stoccolma (2010), Liljevalchs konsthall, Stoccolma (2005) e ARS 95, Museum of Contemporary Art, Helsinki (1995).
Nel 1995 ha rappresentato la Svezia alla Biennale di Venezia. Tra le commissioni pubbliche si ricordano Kalender Stadsparken, Lund (2013), The Entrepreneur Monument, Helsinki (2006) e Kalmar Stortorg (2003).
Löfdahl ha ricevuto lo Sten A Olssons Art Prize nel 2019, premio che ha incluso una presentazione al Göteborgs Konstmuseum nello stesso anno.
Mostra: Eva Löfdahl. Counterflow
Milano - Veda
Apertura: 23/01/2026
Conclusione: 28/03/2026
Organizzazione: Veda
Indirizzo: Via A. Romilli 20/4 - 20139 Milano (MI)
Sito web per approfondire: https://spazioveda.it
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