Helter Skelter. Arthur Jafa e Richard Prince

  • Quando:  09/05/2026 - 23/11/2026

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Helter Skelter. Arthur Jafa e Richard Prince

Fondazione Prada presenta la mostra Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince, a cura di Nancy Spector, nella sede veneziana di Ca' Corner della Regina, durante la Biennale Arte.

Helter Skelter mette in relazione le opere di due tra i più rilevanti artisti americani, Arthur Jafa (1960) e Richard Prince (1949), evidenziando un dialogo creativo finora inesplorato. Nati a dieci anni di distanza, Jafa e Prince condividono un approccio radicale nei confronti dell'appropriazione e della manipolazione di immagini tratte da film, romanzi pulp, fumetti, video YouTube, racconti di fantascienza, copertine di dischi, poster di rock band, prime edizioni di volumi della Beat Generation, news, cimeli di celebrità e post sui social media.

Attingendo in larga parte alla cultura popolare americana, i due artisti ne mettono a nudo la crudezza e gli inganni, adottandone al contempo miti e perversioni. Entrambi gli artisti tracciano delle topografie specifiche degli Stati Uniti: se Jafa riflette sulla sua identità di uomo afroamericano con la missione di rafforzare il cinema e l'arte Black, Prince oscilla tra una critica lucida della mascolinità bianca e il fascino per il lato oscuro della psiche americana.

La mostra riunisce oltre cinquanta opere, tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti. Sono inoltre presentati nuovi lavori di Jafa e Prince e una zine realizzata in collaborazione tra i due artisti in cui sono raccolte le immagini che si sono scambiati durante la realizzazione del progetto espositivo.

Helter Skelter si sviluppa al piano terra e al primo piano del palazzo veneziano attraverso una serie di accostamenti tematici e concettuali. I lavori dei due artisti sono messi in connessione per evidenziare le rispettive pratiche e far emergere i temi e le ossessioni condivisi. Sottolineando le affinità elettive tra i loro percorsi artistici, la mostra rivela una specifica dimensione vernacolare degli Stati Uniti, dove entrambi gli artisti vivono e lavorano: "Un paese segnato per sempre dal suo passato schiavista; un paese definito dalle straordinarie tradizioni musicali radicate nella cultura Black; un paese capace di trasformare i propri limiti in punti di forza; un paese di spiritualità, preghiera e libertà di espressione; un paese di proteste, sottoculture, umorismo e celebrità", per usare le parole di Nancy Spector.

Come spiega la curatrice: "Entrambi hanno citato il ready made di Marcel Duchamp, la radicale trasposizione di oggetti dal mondo reale al contesto artistico, come fonte di ispirazione, o come punto di riferimento per le loro rispettive pratiche. In quel passaggio dal fare (realizzando dipinti in stile cubista nella prima fase della sua carriera) al prendere (collocando un orinatoio rovesciato nell'ambito di una mostra), Duchamp ha inaugurato una sorta di pirateria artistica che costituisce il DNA delle metodologie di Jafa e Prince, distinte ma accomunate da intriganti analogie. Entrambi sono rovistatori di immagini. Senza chiedere alcun permesso, si immergono nel serbatoio straripante della cultura visiva – dalle paludi dei social media agli annali del giornalismo cartaceo, dalla galleria di specchi della pubblicità agli archivi di celluloide hollywoodiani – per prelevare tutto ciò che vogliono e convertirlo in arte solo per loro scelta. [...] Quello che emerge attraverso le lenti rifrangenti delle pratiche di appropriazione di Jafa e Prince è un'implacabile denuncia dell'America. Tanto nei soggetti quanto nei linguaggi, Jafa e Prince sono artisti profondamente americani che inglobano oggetti e immagini del mondo empirico nelle loro opere convertendoli come ready made: cavalli di Troia, per così dire, progettati per destabilizzare sistemi di credenze consolidati"....leggi il resto dell'articolo»

Il titolo della mostra "Helter Skelter" è un palinsesto di significati e riferimenti. Nella sua prima accezione è il nome di un'attrazione dei parchi di divertimento britannici, ma è anche un'espressione colloquiale che indica confusione. "Helter Skelter" è inoltre il titolo di una celebre canzone di Paul McCartney pubblicata nel 1968 nell'LP The Beatles, conosciuto come The White Album. Alla fine di quell'anno, Charles Manson, a capo della sua setta, si appropriò del termine per predire un'imminente guerra razziale apocalittica, nella quale gli afroamericani e i bianchi si sarebbero annientati a vicenda. Si intitola "Helter Skelter" anche una mostra presentata dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles nel 1992, che non includeva nessun artista nero. L'espressione ripresa nel titolo di questo progetto contiene tutta la complessità e la confusione dell'uso improprio che ne è stato fatto nella cultura popolare. È un ready made indisciplinato scelto dagli artisti per sfidare le aspettative, una perfetta definizione della natura composita di questa doppia mostra personale.

Il percorso espositivo si apre al piano terra e nel cortile di Ca' Corner della Regina con il dialogo tra due installazioni di grandi dimensioni: Folk Songs (2006) di Richard Prince e Big Wheel II (2018) di Arthur Jafa. Radicate nella cultura automobilistica americana, entrambe le opere evocano una narrazione on the road che glorifica i valori dell'emancipazione. La natura martoriata delle sculture e lo stretto legame dei materiali con la violenza – correlati ai monster truck e agli esplosivi – rendono le installazioni dei manufatti disturbanti, resti archeologici del futuro, civiltà perdute definite dalle atrocità del proprio passato. Nelle stanze adiacenti, la relazione formale tra il celebre video di Jafa Love Is the Message, The Message Is Death (2016) e l'iconica serie di fotografie di Prince Untitled (Sunsets) (1981-82) evidenzia la presenza simbolica del sole nelle opere dei due artisti, mentre la nota serie Untitled (Girlfriend) (1993) di Prince e il video LOML (2022) di Jafa dialogano sui temi del desiderio e della perdita.

La sala centrale del primo piano ospita Untitled (Entertainers) (1982-83), opera scultorea di Prince che assembla scatti pubblicitari di aspiranti attori tratti dallo squallido contesto dei peep show di Times Square, accanto a una nuova e più grande versione di __Array (2026), scultura stratificata realizzata da Jafa nel 2020. L'installazione comprende un panteon di figure tra intellettuali, musicisti, criminali e artisti, oltre a immagini storiche. I due lavori diventano autoritratti compositi, in cui si articolano molteplici dimensioni dell'identità e dell'identificazione.

Le opere incluse nelle stanze laterali del primo piano approfondiscono le connessioni esplicite e sottili tra le pratiche dei due artisti. Il concetto di "mostruosità" è rappresentato da un lato dall'autoritratto Man Monster – Duffy (2018) di Jafa che per l'occasione ha assunto le sembianze di una prostituta nera transgender della metà del XIX secolo; dall'altro dalla serie de Kooning Paintings di Prince, realizzata a partire dal 2006, che è al contempo un omaggio all'espressionista astratto e un'esplosione del suo vocabolario in nuove dimensioni erotiche e intersessuali. La whiteness, l'identità bianca, intesa come costrutto sociale e culturale, è approfondita nel video The White Album (2018) di Jafa, così come, in maniera più marginale, nei White Paintings (1980-92) di Prince che decostruiscono i cartoni animati in un etere di pigmento bianco, svelando l'ostilità e la paura sottese a certe correnti dell'umorismo statunitense.

In Spiritual America (1983), una fotografia di cui Prince si appropria e che ritrae una preadolescente Brooke Shields nuda, l'artista affronta in modo provocatorio il potere delle immagini di accendere un dibattito, svelare significati nascosti, liberare ciò che è represso e destabilizzare il significato. Anche se non è inclusa in mostra, l'opera è evocata dalla presenza della fotografia da cui prende il titolo: uno scatto di Alfred Stieglitz del 1923 che ritrae un cavallo imbrigliato e castrato. La stampa fotografica, un tempo appartenuta a Georgia O'Keeffe, fa ora parte della collezione personale di Prince. Spiritual America di Stieglitz è presentata accanto al video BEN GAZARRA (2024) di Jafa, che riconfigura Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese nella versione prevista in origine, ossia con sfruttatori e clienti interpretati da attori neri. La scelta del regista e del produttore fu in seguito scartata, nel timore che potessero emergere allusioni razziste. La reinterpretazione di Jafa svela questa trama nascosta nel capolavoro di Scorsese, mostrando il ciclo inesorabile di violenza mosso dall'ossessione di salvare una prostituta minorenne. Come sottolinea Spector: "Sia per Jafa sia per Prince queste due opere evidenziano al meglio i loro superpoteri artistici, la loro abilità nell'utilizzare tropi esistenti, senza permessi, per portare in superficie l'immaginario sotterraneo, le verità sepolte su cui si basa il funzionamento della cultura americana".

Jafa e Prince sono due appropriatori seriali: usano contenuti culturali esistenti come fondamento della loro arte. Per Prince, che ha esordito nel 1977 rifotografando immagini pubblicitarie, la sua "pratica senza licenza" segna l'inizio di un processo trasformativo. Nel caso di Jafa, a sua volta interessato alla mutazione delle immagini, l'appropriazione sfida la nozione stessa di possesso, riflettendo il rapporto conflittuale che i neri hanno con il concetto di proprietà, visto che, nel contesto della schiavitù, erano di proprietà altrui.

Negli anni Ottanta Prince ha sviluppato una pratica di appropriazione chiamata "ganging", che consiste nell'assemblare diapositive 35mm in griglie tassonomiche fondate su alcune sottoculture americane, come nel caso di Bitches and Bastards (1985-86) e Criminals and Celebrities (1986). Il formato composito testimonia il suo istinto di vedere in modo relazionale. Jafa, a sua volta collezionista di immagini, in un primo momento realizza quaderni di collage dedicati ai trionfi e agli orrori della vita dei neri negli Stati Uniti. Passando alla pratica digitale, inizia a inserire immagini scaricate dal web in una linea del tempo, creando il video SloPEX (2023). L'opera è composta da 841 fotografie e immagini in movimento, in un flusso continuo che affascina il pubblico con una serie di riferimenti visivi alla storia, la scienza, lo spazio, le celebrità, il cinema, la musica e l'arte.

La cultura della celebrità, così come si manifesta nei mass media americani, è un'importante fonte di ispirazione per entrambi gli artisti. Nella serie delle Publicities (iniziata nel 1999), Prince raccoglie in un'unica composizione primi piani autografati di star del cinema, della musica e dello sport, sui quali a volte interviene graficamente. Nello stesso modo, Jafa popola i suoi assemblage fotografici di figure celebri: superstar della musica, icone pop, atleti leggendari, fenomeni dei social media, ma anche scrittori, intellettuali e personaggi storici.

Nella loro pratica entrambi gli artisti richiamano i principi della protesta della controcultura e dell'attivismo sociale, pur rimanendo nell'ambito artistico. Le tele verticali intitolate Protest Paintings sono caratterizzate da forme di cartelli o striscioni incorporati nella tela. Prince li utilizza per creare simboli vuoti per il dissenso. Fa eccezione Untitled (Protest Painting) (1994), che riporta l'iscrizione tronca "I Am A Man", slogan del movimento per i diritti civili e, in particolare, dello sciopero dei netturbini di Memphis nel 1968. Nella fotografia di grandi dimensioni I Don't Care About Your Past, I Just Want Our Love To Last (2018), Jafa approfondisce la questione spinosa della rappresentazione esplicita, scegliendo di mostrare la brutalità della supremazia bianca e immortalare l'intensità della sofferenza della comunità nera in un'immagine appropriata dell'era di Jim Crow, in cui furono promulgate un insieme di norme che dal 1876 al 1965 imposero la segregazione razziale.

Nel video akingdoncomethas (2018) Jafa crea un montaggio di filmati trovati sulla comunità Black della chiesa statunitense, inframmezzati da scene di incendi a Los Angeles, concentrandosi sull'oratoria pentecostale e sulla musica gospel. Il titolo è un termine inventato che in parte si riferisce alla fede nella fine dei tempi annunciata dalla Bibbia, un'apocalisse da cui sorgerà il paradiso in terra. Jafa spiega così il suo approccio alla fede: "Credo nei neri che credono". La salvezza è nell'atto, non nell'oggetto, della fede; è nella convinzione che un futuro migliore sia possibile. Jafa e Prince contemplano e complicano il concetto di "America spirituale", con la sua bellezza sofferente e i suoi sogni distopici.

In occasione della mostra "Helter Skelter", Fondazione Prada pubblica un libro illustrato concepito graficamente da Peter Saville e Graphic Thought Facility. Il volume include un'introduzione di Miuccia Prada, Presidente e Direttrice di Fondazione Prada, una conversazione tra Arthur Jafa e Richard Prince, due sezioni fotografiche create dagli artisti, un ampio saggio di Nancy Spector e una serie di testi critici di noti studiosi, curatori e autori, come Beth Coleman, Ashon Crawley, Aria Dean, Jack Halberstam, Ernest Hardy, Ashley James, Randy Kennedy, Martin Lund, Dorian Lynskey, Greil Marcus, Amy Taubin e Peter Watts.

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Mostra: Helter Skelter. Arthur Jafa e Richard Prince

Venezia - Fondazione Prada - Ca' Corner della Regina

Apertura:09/05/2026

Conclusione:23/11/2026

Organizzazione:Fondazione Prada

Curatore:Nancy Spector

Indirizzo:Ca' Corner della Regina, Gran Canal - Venezia (VE)

Contatti: T. +39 041 8109161
info@fondazioneprada.org


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