Marta Fontana. Il pane, ma anche le rose

  • Quando:   28/02/2026 - 08/03/2026
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Marta Fontana. Il pane, ma anche le rose

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In occasione della Festa della Donna, il Comune di Este presenta la mostra personale di Marta Fontana, un intenso percorso artistico tra installazioni, opere a tecnica mista e ceramica, realizzate dal 2019 al 2026.

La ricerca di Marta Fontana indaga qualità e abilità storicamente attribuite al femminile – la cura, la pazienza, la gentilezza, il lavoro manuale, la capacità di tenere insieme relazioni e luoghi – troppo spesso confinate all’ambito domestico o allo sfruttamento lavorativo.

Ispirata dalle parole di Joyce Lussu e Forough Farrokhzad, in Il pane, ma anche le rose l’artista crea un dialogo tra repressione ed emancipazione femminile, ribaltando il significato di materiali domestici e tradizionali: reti da letto, teglie, mattonelle, argille e ceramiche diventano strumenti di memoria, denuncia e trasformazione condivisa.

La mostra include la collaborazione di associazioni antiviolenza per le donne delle Regioni Veneto e Sardegna e un progetto partecipato realizzato con la storica ditta Este Ceramiche Porcellane, che unisce tradizione e ricerca contemporanea.

Un appuntamento culturale che accompagna l’8 marzo, per riflettere su diritti, dignità e libertà delle donne.

Testo della curatrice Petra Cason:... leggi il resto dell'articolo»

Il pane, ma anche le rose.
Questa frase la pronunciarono per la prima volta nel 1912 le operaie tessili di Lawrence, Massachusetts, scioperando non solo per un salario più dignitoso, ma per qualcosa che il salario non può misurare: l'operaia deve avere pane, ma deve avere anche rose. Perché vivere non è solo esistere, e la bellezza non è un lusso concesso ma un diritto, esattamente come il pane.
Questo distinguo, tra il necessario e il desiderato, tra la sopravvivenza e la pienezza, diventa la leva per una riflessione che investe molta parte del lavoro artistico di Marta Fontana, che da sempre indaga la condizione femminile tra passato e presente, con uno sguardo aperto e disincantato, ma in grado di distillare tratti di lirismo anche dalle vicende più dolorose.
Per Marta Fontana tornare ad Este ha una valenza simbolica, di un ritorno alla terra d'origine, il luogo degli affetti. Este è terra di lavorazione della ceramica pregiata che la città produce dal Settecento - materia che l'artista non ha mai smesso di frequentare, anche portando avanti una preziosa collaborazione con la storica ditta Este Ceramiche Porcellane.

Dopo un percorso che ha portato l'artista a confrontarsi con esperienze internazionali e gli studi d'arte all'Isia di Urbino, dal 2001 Marta Fontana vive e lavora a Carloforte, sull'isola di San Pietro in Sardegna, luogo dove le identità si stratificano come sedimenti marini, e i pigmenti naturali della terra - l'ocra, il rosso ferroso, il nero del manganese - entrano nelle sue opere come memoria incarnata. Tra questi due poli, la terra natia e la terra d'affezione, si sviluppa ancor oggi la sua ricerca artistica con esiti che riguardano intimamente le opere scelte per questa mostra.
Il materiale non è mai un mero supporto nei lavori di Fontana: si fa parte integrante dell'opera. Prendere gli strumenti e i materiali del lavoro femminile storico - le teglie da forno annerite dal fumo, le mattonelle di cemento che componevano la cucina, ambiente domestico per eccellenza, i panni di cotone per le mestruazioni, le bende che fasciavano i neonati, o le garze per sanare le piaghe - e ribaltarne la funzione permette all'artista di far emergere da essi un nuovo livello di significato.
Il sapere femminile, nell'andamento della Storia, non è stato tramandato da editti o proclami, ma "a punta di dita", condividendo nella cerchia famigliare una maestria che intrecciava racconti ed esperienze di un "fare" dalle radici profonde. Dentro l'azione del "creare" con ciò che si aveva a disposizione si è tramandata per generazioni una conoscenza sussurrata di cura ed attenzione che scandiva il tempo, dalla nascita alla morte.

L'artista riprende l'eredità di questa gestualità condivisa, e la trasforma in una vera e propria pratica artistica comunitaria: le impronte, in terracotta e in ceramica, talvolta impreziosite da invetriature o smalti che ne esaltano la sostanza, sono presenti in molte delle opere che compongono la mostra estense di Fontana. Come nelle reti da letto degli anni Cinquanta, liberate dal telaio metallico che le reggeva, nello spazio diventano qualcosa di inatteso: superfici di incontro, abbracci sospesi tra il corpo e il mondo.
Su di esse Fontana ha cucito le impronte realizzate assieme alle compagne di classe della giovinezza, unite come sorelle; le donne della propria famiglia; o donne conosciute nei percorsi di ricerca e di vita.
Ogni elemento che arricchisce la rete è una presenza, interconnessa: il filo di rame diventa emblematico dell'energia che lega in una trama invisibile esistenze unite indissolubilmente.
Un tavolo al centro dello spazio espositivo invita a proseguire questa pratica condivisa, lasciando la propria impronta sulla terra, parte di un processo creativo che apre al senso di comunità.

L'opera Sa Meri (la donna di casa) si sviluppa su una serie di piastrelle degli anni Quaranta e Cinquanta, quelle degli anni di Joyce Lussu, la poetessa e partigiana - alla quale voce l'artista si ispira costantemente - che andava nelle piazze della Sardegna centrale incitando le donne ad uscire di casa, a prendere possesso delle loro esistenze. I contorni degli oggetti domestici, tracciati con grafite e pastelli bianchi, si mescolano ai dettagli degli abiti folklorici sardi (i broccati pesanti, i ricami sontuosi, la spilla tradizionale, le foglie di quercia che, impresse sui veli che vestono le donne sposate, indicano indelebilmente il loro status sociale). In quell'indumento festivo che per un solo giorno all'anno trasformava le donne da serve in dee, Fontana legge tutta la complessità del femminile di cui è intrisa la cultura sarda: la bellezza come concessione ma anche - grazie alla collaborazione con le antropologhe dell'Università di Cagliari e agli studi sul matriarcato presunto e reale della Sardegna antica - la traccia di un potere sommerso che ancora pulsa.

Per raccontare del dolore che talvolta diventa parte drammatica di una quotidianità che logora fino alla morte, Marta Fontana riscrive le storie di unioni familiari attraverso la grafia scarna dei genogrammi: ma in quelle croci segnate a matita stanno le testimonianze di tragedie, donne uccise nel contesto familiare, sia esso numeroso come in passato, o composto dalla sola coppia, come narrano le mattonelle di più recente fattura. Il dramma è perpetuato. Troverà mai fine?
Un lembo di un antico lenzuolo matrimoniale, tinto con buccia di melograno, conserva nei semi cuciti - semi secchi, non germinati - le lettere della parola CASA impresse in rosso e nero. La "A" - ripetuta come un respiro sincopato - tiene traccia indelebile delle donne che muoiono nell'isolamento della coppia, nell intimità che diventa trappola. Ogni quattro giorni una morte. La statistica entra nell'opera, e la pervade come un grido silenzioso.
I centrini - quei merletti domestici donati all'artista da donne a lei vicine, inamidati con lo zucchero e modellati in forma di seno - da oggetti di decoro diventano il simbolo di una ritrovata sensualità: emancipata dal ruolo relegante della maternità, la donna riscopre la sua essenza anche nell'espressione del piacere, e la fitta rete di connessioni che compone il pieno di questi algidi seni riporta alla vastità di connessioni che il femminile è in grado di trasmettere al mondo, a partire dal sé.

L'artista attinge a piene mani dalle parole di donne coraggiose, libere, maestre di vita, come Forough Farrokhzad, la poetessa iraniana che ha cantato il corpo, il desiderio, la ribellione, e Joyce Lussu, che di quella ribellione ha fatto vita e scrittura. Sono compagne invisibili di una ricerca che dura da anni e che in questa mostra trova una sintesi: il dialogo tra repressione ed emancipazione, tra la docilità imposta e la resistenza che cresce silenziosa.
Marta Fontana non illustra questi temi: li abita, li trasforma in immagine, in gesto, in materia viva. E ci ricorda che ogni opera d'arte è, in fondo, un atto di pretesa, il rifiuto di accontentarsi di esistere, quando si dovrebbe, finalmente, vivere.

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Mostra: Marta Fontana. Il pane, ma anche le rose

Este - Sala Turi Fedele e Renata Carminati – Ex Chiesetta dell'Annunziata

Apertura: 28/02/2026

Conclusione: 08/03/2026

Organizzazione: Comune di Este

Curatore: Patra Cason Olivares

Indirizzo: Piazza Trento - 35042 Este (PD)

Inaugurazione: Sabato 28 febbraio 2026, ore 18.15, con un saluto e dialogo di Lea Melandri

Evento di chiusura: Domenica 8 marzo, ore 17.00, presentazione delle attività del Centro Veneto Progetti Donna di Padova con intervento musicale di Maria Elisa Rizzo, Irene Romagnolo, Cristina Trovò e Sergio Marchesini

Orari: Dal lunedì al sabato 16.00 – 19.00; Domenica 10.00 – 12.00 / 16.00 – 19.00

Ingresso: Ingresso libero



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