Accanto alla sua consolidata programmazione espositiva, il MACRO conferma la propria attenzione costante alla ricerca interdisciplinare e alla dimensione del dibattito critico, proponendo un approccio che unisce grandi mostre e installazioni site-specific a una programmazione che include attività dal vivo, cinema, incontri di approfondimento e progetti che sperimentano nuovi formati di proposta culturale.
In questo contesto, dal 29 aprile, nell’ala storica del museo, una parte degli spazi dell’ex Birreria Peroni assume un ruolo centrale come spazio di coinvolgimento dedicato permanentemente all’ascolto e all’immagine in movimento. Alla sala audio e al cinema – inaugurato in corrispondenza dell’inizio della direzione di Cristiana Perrella – si aggiunge ora in permanenza una sala video, dedicata a presentare, attraverso condizioni di visione e ascolto ottimali, le più significative espressioni dell’immagine in movimento. La sala video ospità proiezioni, rassegne di videoarte, nuove produzioni e talk di approfondimento, offrendo uno spazio per la visione concentrata, in cui l’immagine in movimento viene valorizzata nelle sue capacità espressive.
Il nuovo spazio si apre con la storica rassegna di videoarte tutta al femminile She Devil, nata nel 2006 da un’idea di Stefania Miscetti, che coinvolge artiste e curatrici sia italiane sia internazionali, dalle più giovani alle più affermate. Le opere e le differenti prospettive critiche convivono all’interno di un discorso a più voci, in cui emergono la molteplicità dei mondi e delle visioni femminili. Il titolo She Devil, ispirato a un’eroina Marvel e al celebre film di Susan Seidelman del 1989, evoca con ironia e leggerezza lo spirito diabolico e bizzarro con cui l’esperienza artistica femminile attraversa il quotidiano, sovvertendone spesso le regole e offrendo nuove prospettive di lettura del mondo.
Caratterizzata dalla pluralità di punti di vista e da un uso del video che alterna forme documentarie a film d’artista, la 14ª edizione di She Devil presenta un panorama ampio e trasversale, esplorando i molteplici significati che il sentimento della paura assume nei tempi contemporanei.
Tra le artiste invitate: Monira Al Qadiri, Cecelia Condit, Raffaella Crispino, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Helen Anna Flanagan & Josefin Arnell, Regina José Galindo, Camille Henrot, Laure Prouvost, P.Staff, Janis Rafa, Tabita Rezaire, Marianna Simnett, Berta Tilmantaitė, Neringa Rekašiūaitė, Rūta Meilutytė, Aurelija Urbanavičiūtė, Yuyan Wang.
Nathalie Djurberg & Hans Berg, I Wasn’t Made to Play the Son, 2011, 6’57”. I Wasn’t Made to Play the Son combina animazione in plastilina e musica per costruire un universo visivo perturbante, in bilico tra fiaba e incubo. Le figure modellate a mano si muovono in scene cariche di tensione, in cui i ruoli familiari e le aspettative sociali vengono sovvertiti con un registro al contempo grottesco e poetico. La colonna sonora di Hans Berg amplifica il senso di straniamento, accompagnando le immagini in un percorso che indaga l’identità, il desiderio e la difficoltà di sottrarsi alle narrazioni imposte dall’esterno.... leggi il resto dell'articolo»
Marianna Simnett, Prayers for Roadkill, 2022, 6’12”. Prayers for Roadkill prende il titolo da una frase del diario di Adrian Piper, in cui l’artista esprime empatia per la micro-violenza che avviene sotto le ruote di un’automobile. Nel suo film in stop motion e nelle sculture di creature ibride tra umano e animale, Simnett attinge all’estetica dei programmi televisivi per l’infanzia d’epoca, delle aree gioco morbide e degli istituti modernisti per esplorare l’intreccio tra amore e crudeltà.
Yuyan Wang, The Devil In the Details, 2019, 4’13”. Attraverso il motivo ricorrente delle mani, The Devil In the Details rivisita il cinema horror: che stringano, scuotano, afferrino o lacerino, le mani appaiono in un loop infinito, recise dai loro contesti originali. L’appropriazione di queste immagini, strutturata ritmicamente dalla Clapping Music di Steve Reich, genera una narrazione astratta che trasforma il materiale visivo in un’esperienza viscerale.
P. Staff, Pure Means, 2021, 4’37”. Filmato nel tempo sospeso del lockdown in un deserto a tre ore da Los Angeles, Pure Means presenta una figura tatuata, il danzatore Gregory Barnett, con testa e mani fasciate, i cui gesti oscillano tra forza e collasso mentre i fuochi d’artificio detonano intorno a lui. La tensione cromatica dello split screen, rossi e blu contrapposti, espone la distanza instabile tra come ci si sente e come si viene letti.
Helen Anna Flanagan & Josefin Arnell, Blood Sisters, 2020, 9’. Blood Sisters prende come punto di partenza i rituali di iniziazione delle confraternite studentesche per costruire una cerimonia fittizia che coinvolge quattro donne mature. L’opera articola una riflessione sulla fisicità del corpo femminile, il conformismo e l’autodeterminazione.
Berta Tilmantaitė, Neringa Rekašiūaitė, Rūta Meilutytė, Aurelija Urbanavičiūtė, Swimming Through, 2022, 0’37”. La performance prende la forma di una nuotata in uno stagno rosso sangue, eseguita dalla campionessa olimpica lituana Rūta Meilutytė. Swimming Through si configura come un appello alla partecipazione attiva di fronte alla guerra in Ucraina, opponendosi alla neutralità e all’assuefazione di fronte alla violenza sistematica.
Cecelia Condit, I’ve Been Afraid, 2020, 6’30”. I’ve Been Afraid costruisce un’enciclopedia musicale sull’abuso femminile: come avviene, e perché le donne restano. Tre storie si intrecciano in voiceover attorno alla violenza familiare. Emoji, cartoon e immagini digitali creano un contrasto tra la forma giocosa del video e il contenuto sulla violenza domestica.
Laure Prouvost, It, Heat, Hit, 2010, 7’. Attraverso una sequenza rapida di commenti scritti e frammenti di episodi quotidiani, It, Heat, Hit mette in movimento una narrazione in cui immagini innocenti e piacevoli si alternano ad allusioni alla violenza e immagini disconnesse. L’atmosfera diventa progressivamente più cupa e inquietante, scandita dal ritmo di un tamburo.
Tabita Rezaire, Peaceful Warrior, 2015, 5’39”. Peaceful Warrior è un tutorial di cura che invita a un amore radicale verso di sé e a connettersi con saperi ancestrali. In un paesaggio ipnotico ispirato all’antica cosmologia egizia, Tabita Rezaire intraprende un percorso decoloniale di guarigione e liberazione da omofobia, transfobia, grassofobia, suprematismo bianco, patriarcato, abilismo e stigmatizzazione dell’età.
Monira Al Qadiri, Oh Body of Mine, 2025, 10’. Girato a Chittagong, Oh Body of Mine segue petroliere dismesse mentre vengono spiaggiate e smontate a mano. Le immagini sono accompagnate da un adattamento parlato de Il battello ebbro di Arthur Rimbaud: il viaggio visionario è qui invertito, poiché la nave raggiunge la riva solo per essere smembrata.
Janis Rafa, Winter Came Early, 2015-16, 3’. L’opera indaga la mortalità e il lutto in relazione al mondo naturale. Winter Came Early mostra l’impatto violento di un mezzo meccanico che per dieci secondi scrolla un mandorlo, provocando la caduta prematura delle sue foglie, catturata da una fotocamera ad alta velocità a 2000fps.
Camille Henrot, Dying Living Woman, 2005, 6’15”. Dying Living Woman è un intervento sul film horror Night of the Living Dead (1968) di George Romero. Henrot ha grattato manualmente la pellicola originale, fotogramma per fotogramma, cancellando la figura della protagonista Barbara. Restano solo i suoi movimenti in preda al panico, trasformati in una traccia luminosa e spettrale.
Raffaella Crispino, Morire Bisogna, 2022, 2’11”. Giovani donne intonano la Passacaglia della Vita, un canto medievale anonimo che riflette sulla presunzione umana di avere un destino diverso da quello degli altri di fronte alla morte. La performance si svolge in una serra progettata nel 1854 dall’architetto Alphonse Balat come modello di studio per le serre reali del Belgio.
Regina José Galindo, Autofobia, 2009, 7”. Nella video-performance Autofobia, l’ombra dell’artista diventa il bersaglio di un atto violento rivolto contro il sé, messo in scena con una pistola da 9mm. Galindo si confronta con l’espressione “avere paura anche della propria ombra”, metafora di una costante esposizione al pericolo e alla necessità di autodifesa che attraversa l’esperienza femminile, in Guatemala come altrove.
She Devil nasce nel 2006 da un’idea di Stefania Miscetti. Dopo le prime due edizioni (2006 e 2007), dal 2009 la rassegna coinvolge più curatori, consolidando il suo successo con un’edizione speciale internazionale al Museo d’Arte Contemporanea MNAC di Bucarest. Nel 2010 partecipa alla mostra La Follia dell’arte al Festival di Ravello, mentre nel 2011 la quinta edizione viene presentata al MACRO di Roma. La sesta edizione del 2014 conferma l’attenzione dei media, e nel 2015, oltre alla settima edizione, si svolgono le prime due tappe di She Devil on tour a Terni e Belfast. Nel 2016 l’ottava edizione si affianca a She Devil. Leipziger Edition: Home, alla Galerie KUB. Nel 2017 il tour arriva in Lituania con la nona edizione a Vilnius. Nel 2018, oltre alla decima edizione, selezioni della rassegna sono presentate a Roma e al Centro Pecci. Nel 2019 She Devil 11 è accompagnata dalla pubblicazione del libro-catalogo, pubblicato da CURA. Nel 2021 e 2022 si tengono rispettivamente la dodicesima edizione al MAXXI e presso lo Studio. Nel 2023, in occasione della quarta edizione di BIENALSUR, un’edizione speciale si svolge al MUNTREF di Buenos Aires, con oltre cinquanta video dalle passate edizioni e una selezione argentina inedita.
Mostra: She Devil 14
Roma - MACRO
Apertura: 29/04/2026
Conclusione: 30/08/2026
Organizzazione: MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma
Curatore: Stefania Miscetti
Indirizzo: Via Nizza 138 - 00198 Roma (RM)
Orari: secondo gli orari del MACRO
Sito web per approfondire: https://www.museomacro.it
Facebook: https://www.facebook.com/macromuseoroma
Instagram: https://www.instagram.com/macromuseoroma
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