Suzanne Jackson. Somethings in the World

  • Quando:   15/09/2023 - 14/01/2024
  • evento concluso

Arte contemporaneaMostre a MilanoMilano


Suzanne Jackson. Somethings in the World

Per la quinta edizione del programma Furla Series, Fondazione Furla e GAM - Galleria d'Arte Moderna di Milano presentano Somethings in the World, una mostra personale di Suzanne Jackson, a cura di Bruna Roccasalva.

La mostra, la prima dedicata all'artista da un'istituzione europea, offre uno sguardo sulla ricerca che Suzanne Jackson porta avanti da più di cinquant'anni e ne ricostruisce i nuclei fondamentali.

Suzanne Jackson è un'artista americana la cui pratica abbraccia un campo d'indagine ampio che esplora le potenzialità della pittura e si nutre di esperienze nella danza, nel teatro, nella poesia. La produzione iniziale di matrice pittorica e figurativa, popolata di personaggi, animali, simboli ancestrali e riferimenti alla natura, si evolve negli anni approssimandosi progressivamente all'astrazione, fino ad approdare all'elaborazione di un vocabolario molto personale in cui la pittura assume una dimensione scultorea e ambientale.

Somethings in the World nasce dall'idea di ripercorrere e presentare i diversi momenti della produzione di Jackson rintracciandone gli elementi ricorrenti, dagli esordi fino agli esiti più recenti, attraverso una selezione circoscritta e puntuale delle famiglie di opere più rappresentative. L'insieme delle ventisette opere in mostra, tra lavori iconici, inediti e nuove produzioni, crea una narrazione che accompagna il visitatore all'interno dell'universo dell'artista, evocando allo stesso tempo un confronto e un dialogo con il contesto della GAM e le opere della collezione permanente: dal nitido neoclassicismo di Canova, ai dipinti divisionisti di Segantini, Previati e Pellizza da Volpedo, fino alle straordinarie sperimentazioni di luce e materia delle sculture di Medardo Rosso.

Nelle intenzioni di Suzanne Jackson, ribadite nel titolo di questa mostra, il suo lavoro deve innanzitutto restituire la sua esperienza "nel" mondo e "del" mondo. Tutta la produzione dell'artista è infatti scandita da fasi che sono strettamente correlate alle sue vicende biografiche, e che confluiscono le une nelle altre, mescolandosi e confondendosi continuamente negli anni: un intrecciarsi costante della dimensione privata e personale con quella artistica e professionale che la mostra racconta attraverso un percorso espositivo costruito non cronologicamente ma per associazioni e corrispondenze, a sottolineare legami e continui rimandi tra temi, tecniche e linguaggi.... leggi il resto dell'articolo»

Dai dipinti onirici degli anni Settanta alle sperimentazioni radicali delle più recenti "anti-canvas", che arrivano a liberarsi dalla necessità di un supporto per diventare puro colore, la mostra restituisce la complessità e l'evoluzione di una ricerca che ha sfidato e spinto i limiti della pittura verso scenari inaspettati.

La mostra di Suzanne Jackson è la quinta edizione del progetto Furla Series, ed è il frutto della collaborazione tra Fondazione Furla e GAM, una partnership iniziata nel 2021 per promuovere progetti espositivi a cadenza annuale che offrono un'occasione unica di incontro tra i maestri del passato e i protagonisti del contemporaneo.

Furla Series è il progetto che a partire dal 2017 vede Fondazione Furla impegnata nella realizzazione di mostre in collaborazione con importanti istituzioni d'arte italiane, con un programma tutto al femminile pensato per dare valore e visibilità al contributo fondamentale delle donne nella cultura contemporanea.

Nella prima sala, opere di periodi diversi come Ma-Yaa (1994-98), 9, Billie, Mingus, Monk's (2003), entrambe mai esposte prima d'ora, e Singin', in Sweetcake's Storm (2017) mettono in luce la stratificazione come aspetto centrale, non solo dal punto di vista tecnico e materiale, ma anche in termini iconografici e di significato.

All'amore per la natura, che attraversa tutto il lavoro dell'artista, è dedicata la seconda sala con un'ampia selezione di opere inedite su carta che hanno come uniche protagoniste delle foglie (dalla serie Idyllwild leaves, 1982-84). Accanto a queste, un lavoro iconico come Triplical Communications (1969), ci parla dell'interconnessione tra lo spirito, l'umano e la natura, mentre Somethings in the world (2011), un'opera in larga scala qui esposta per la prima volta, dimostra come l'amore per la natura si traduca per l'artista anche in una costante attenzione al riciclo e al riutilizzo di materiali di recupero, tra cui la "Bogus paper", una carta dismessa e recuperata sui set teatrali. L'uso di varie tipologie di carta, rare e comuni, come supporto alternativo alla tela segna l'inizio di un'indagine sulle possibilità strutturali della pittura che porterà il lavoro di Jackson in direzioni del tutto imprevedibili.

Nella terza sala il monumentale trittico In A Black Man's Garden (1973) esemplifica la produzione degli anni Settanta in cui Jackson, utilizzando una tecnica di pittura ad acrilico simile all'acquerello, restituisce in modo poetico la bellezza della natura attraverso tutti gli elementi che la compongono, piante, animali, essere umani. Le forme sembrano fluttuare sulla superficie della tela grazie a uno sfondo bianco gesso, distintivo della produzione pittorica di questo periodo in cui le immagini sono ottenute dalla stesura progressiva di velature di colore che danno loro una consistenza evanescente e rivelano il lungo processo di lavorazione e rielaborazione. L'accostamento di questo dipinto a due opere successive come Joan's Wind (1997) e The 'white-eyes' shift (2022) chiarisce gli estremi tra cui si muove la ricerca pittorica dell'artista e i molteplici esperimenti con la materia di cui si nutre.

Il percorso continua nella quarta sala dedicata all'aspetto più scultoreo del lavoro di Jackson, con opere recenti come Red Top (2021), Quick Jack Slide (2021) e l'inedita future forest (2023), realizzata in occasione della mostra, che dimostrano come la sua continua sperimentazione di tecniche arrivi a scardinare una netta distinzione tra forme espressive e linguaggi diversi, approssimando la pittura alla scultura e viceversa.
A chiudere la mostra sono le produzioni pittoriche più recenti, una serie di lavori che consistono in densi strati di acrilico puro che fa sia da medium che da supporto, come Rag-to-Wobble (2020) e il monumentale Deepest ocean, what we do not know, we might see? (2021). Utilizzando vernici ora opache e ora iridescenti e creando variazioni di spessore e di trasparenza, l'artista stende l'acrilico in strati variamente addensati che generano forme dai contorni irregolari e organici, e fanno sì che la materia pittorica
Note come "anti-canvas" (anti-tele), di responsabilità sociale nei confronti di tutto quello che la circonda, dinamiche relazionali tra uomo e natura, artistico e non solo.
evolversi come artista deriva da esperienze e idee maturate nel tempo e la cui opera va letta come il risultato della loro sedimentazione piuttosto che di rotture stilistiche attribuite a cambiamenti estetici.
Queste opere sono state recentemente definite anche "environmental abstraction"(astrazione ambientale), un'accezione, quest'ultima, che Jackson ama particolarmente perché sottolinea come il suo approccio, che recupera e riutilizza materiali di scarto
e avanzi di pittura per dare integrità strutturale al dipinto, sia innanzitutto il riflesso del senso dell'attenzione all'etica ambientalista che contraddistingue tutto il suo percorso,

Dai dipinti onirici degli anni Settanta alle sperimentazioni radicali delle più recenti "anti-canvas", la mostra restituisce la complessità e l'evoluzione di una ricerca che ha sfidato e spinto i limiti della pittura verso scenari inaspettati.

Dal testo critico di Bruna Roccasalva
Il lavoro di Jackson, personaggio poliedrico il cui evolversi come artista deriva da esperienze maturate nel tempo, va letto come il risultato della sedimentazione di queste esperienze, ovvero come una narrazione riscritta continuamente e in cui ogni volta restano le tracce di una memoria, di "esperienze di memoria" come le definisce l'artista, che nel loro accumularsi costruiscono la sua identità. Per questo, ad aprire il percorso espositivo sono tre opere di periodi diversi che raccontano come questa sedimentazione non solo sia una chiave di lettura indispensabile per inquadrare la figura di Jackson, ma entri a far parte del lavoro stesso come attitudine al fare, come modalità di approccio all'opera. La maggior parte delle opere di Suzanne Jackson, se non tutte, sono infatti il risultato di lunghi processi di stratificazione, sia da un punto di vista tecnico e materiale, che in termini iconografici e di significato: vedere come questa attitudine alla "stratificazione" cambi nel tempo vuol dire seguire l'evoluzione della sua ricerca, perché va di pari passo con i suoi esperimenti sulle capacità strutturali della pittura.
Ad accogliere il visitatore è l'imponente dipinto di una figura femminile, Ma-Yaa (1994-98), uno degli ultimi lavori della serie Yemenji - water spirit dedicata agli spiriti dell'acqua, figure femminili simbolo di prosperità che si ritrovano nelle culture dell'africa occidentale ma anche in culture più lontane, dal Brasile al Giappone e che riemergono spesso nel lavoro dell'artista. Ma-Yaa è un omaggio a Yemaya, dea madre dalla tradizione africana Yoruba, regina degli oceani e dei fiumi e divinità protettrice delle donne, una figura mitologica primordiale che si può far corrispondere a quella della "Grande Madre" presente in forme diverse in svariate culture del mondo. L'opera, qui esposta per la prima volta, introduce significativamente la mostra perché rappresenta un momento molto importante nel percorso di Suzanne Jackson, ovvero quello che segna il passaggio dalla figurazione all'astrazione e che coincide con l'inizio di quella sperimentazione pittorica che porterà il suo lavoro in direzioni del tutto imprevedibili.

Ne sono un esempio 9, Billie, Mingus, Monk's (2003) e Singin', in Sweetcake's Storm (2017). Se in Ma- Yaa la figura è composta attraverso strati di pittura acrilica che si accumulano su una superficie fatta a sua volta di strati di carta Stonehenge su lino, in 9, Billie, Mingus, Monk's la figurazione scompare quasi del tutto per lasciare il posto a una composizione astratta costruita dalla sovrapposizione di tela e carte di diversa provenienza, come carta da imballaggio, carta velina e carte giapponesi fatte a mano. L'opera, il cui titolo è una dedica ad alcune straordinarie figure della storia del jazz americano come la cantante Billie Holiday (1915-1959), il pianista Thelonious Monk (1917-1982) e il bassista Charles Mingus (1922-1979), è uno dei primissimi esperimenti dell'artista sul supporto pittorico che progressivamente la porteranno a liberarsene del tutto. Il processo di accumulo e stratificazione che contraddistingue questo lavoro si spinge oltre in Singin', in Sweetcake's Storm, uno dei primi tentativi di Jackson di sospendere l'acrilico puro: non ci sono più tela o carta a fare da supporto al dipinto, che è composto da densi strati di materia acrilica trasparente, in cui sono incorporati in modo organico materiali di diversa natura come reti per prodotti alimentari, tessuti, gusci di pistacchio. L'opera è stata realizzata all'indomani del passaggio dell'uragano Matthew, evocato all'interno dell'opera da questi elementi e da alcuni piccoli animali delineati rapidamente a grafite, come fossero sospesi in aria dalla forza del vento.
All'amore per la natura, che attraversa tutto il lavoro di Suzanne Jackson, è dedicata una selezione di opere che testimoniano come questo legame non sia soltanto un motivo ricorrente, ma influenzi in modo sostanziale il suo modo di vedere l'arte, la bellezza, la storia e la relazione con l'altro. La natura, anche quella più minuta, con le sue infinite variazioni di luce e di colore, diventa il soggetto dominante nella serie di studi che hanno come uniche protagoniste delle foglie (Idyllwild leaves, 1982-84), realizzati nel periodo in cui l'artista torna a vivere lontano dalla città, a Idyllwild, sulle montagne di San Jacinto in California, e si dedica a opere di piccolo formato ispirate all'ambiente che la circonda, iniziando a dipingere fiori, cieli, e singole foglie. Sono gli stessi anni in cui sperimenta molto con la poesia, e questi studi, come i poemi in versi, sembrano le parti di un racconto senza punti e senza virgole, i frammenti di una narrazione che si affida soltanto alla musicalità cadenzata e al potere evocativo delle singole parole.
Dalle dimensioni contenute della serie delle Idyllwild leaves si passa a un'opera in larga scala come some things in the world (2011), fatta quasi esclusivamente di una specifica tipologia di carta usata per proteggere i set teatrali durante gli allestimenti, la carta Bogus, che dimostra come la simbiosi di Jackson con la natura si traduca anche in una costante attenzione al riciclo e al riuso di materiali di recupero. Alla continua ricerca di nuovi materiali, durante la sua attività di scenografa l'artista inizia a recuperare questi grandi fogli dismessi nei set teatrali e li riutilizza in combinazione con l'acrilico per realizzare dei dipinti che fossero facilmente trasportabili. In questo lavoro l'artista gioca con le forme casuali di pezzi di carta trovati nello studio, residui di altri progetti, che vengono sovrapposti, usando il colore acrilico come collante, a formare delle movimentate superfici scultoree che tendono a proiettarsi fuori dalla parete. Come spesso avviene nel lavoro di Jackson, la forma si sviluppa in modo quasi organico a partire dalla contingenza dei materiali disponibili e dalle circostanze di vita quotidiana. A suggerire all'artista il titolo "some things in the world" (alcune cose nel mondo) è la forma dell'opera e le diverse parti di cui si compone, che richiamano la molteplicità di elementi che proprio nella loro diversità costituiscono l'identità di un continente, una cultura, una comunità.
Triplical Communications (1969) ci parla invece dell'interconnessione tra lo spirito, l'umano e la natura, e tra le persone in generale, con l'immagine di tre figure femminili dai tratti stilizzati, che si fondono armoniosamente in un gioco di equilibrate asimmetrie, rivelando una bilanciata unità e un'intima relazione. Essere cresciuta in un piccolo centro, all'interno di una comunità multiculturale fatta di indigeni, militari, e famiglie internazionali e avere un'istruzione scolastica molto liberale che dà spazio a ogni fede e religione, ha esposto Suzanne Jackson alla diversità e alla multiculturalità fin da subito, e questo l'ha portata a privilegiare sempre l'interconnessione al di sopra di ogni monocultura. Triplical Communications risale al periodo in cui l'artista si trasferisce a Los Angeles e apre nel proprio studio la Gallery 32, che diventa un punto di riferimento per la scena underground e un luogo di scambio e di dialogo per la comunità di artisti afroamericani locali. Sono anni in cui, ancora giovane, lontana dalla famiglia e in un contesto molto diverso rispetto a quelli in cui ha vissuto fino a quel momento, Jackson ha la possibilità di fare nuove esperienze sul modo in cui le persone interagiscono e si relazionano le une alle altre, e questo dipinto ne è il riflesso nella misura in cui propone un modello di comunicazione e interazione con l'altro basato su un'idea di reciprocità e unione armonica.

È in questo periodo che Jackson comincia a fare degli esperimenti con il colore acrilico, utilizzato in forma molto diluita e combinato con uno sfondo bianco per il quale inizialmente impiega il gesso.
Il monumentale trittico In A Black Man's Garden (1973) esemplifica in modo paradigmatico la produzione di quegli anni in cui l'artista, utilizzando una tecnica di pittura ad acrilico come fosse acquerello, restituisce in modo poetico la bellezza della natura attraverso tutti gli elementi che la compongono, piante, animali, esseri umani. Le figure sembrano forme che fluttuano sulla superficie della tela grazie allo sfondo bianco, distintivo della produzione pittorica di questo periodo in cui i dipinti sono ottenuti dalla stesura progressiva di velature di colore che danno una consistenza evanescente alle forme e rivelano il lungo processo di lavorazione e rielaborazione.
L'uso del gesso è funzionale alla composizione del dipinto, nel senso che l'artista lo usa per cancellare delle parti o per semplificare e isolare le figure che in questo modo diventano innanzitutto delle forme.
I dipinti degli anni Settanta reinterpretano immagini e simboli che rimandano a tradizioni ancestrali, al misticismo e al rapporto tra sogno e realtà, attraverso un repertorio iconografico in cui il realismo di alcuni elementi come mani, cuori, uccelli, foglie e piante, si mescola a immagini e forme di natura onirica o simbolica come profili bifronte, curve blu – che fanno riferimento al cielo e alle sfere cosmologiche –, forme rotondeggianti e organiche – a simboleggiare l'abbondanza della terra e le forze riproduttive della natura.
Il confronto tra questo dipinto e due opere successive come Joan's Wind (1997) e The 'white-eyes' shift (2022), illustra l'evolversi della sua ricerca e i molteplici esperimenti con la materia di cui si nutre. Joan's Wind, risale alla fine degli anni Novanta, ovvero al periodo in cui Jackson inizia ad usare la carta Bogus come supporto al posto della tela, un cambiamento che porta anche a una evidente trasformazione nel modo di approcciare lo spazio del dipinto e la sua composizione: non procede più per sottrazione e cancellazione, ma per accumulazione, dando ai lavori consistenza, densità e plasticità. Il clima umido della Georgia porta la carta a deformarsi rendendola malleabile, un fenomeno che Jackson sfrutta per dare una qualità tattile al lavoro: il colore sembra danzare su strati e strati di carta che formano una superficie irregolare e dai contorni accidentali, a formare un vortice che evoca lo spirare del vento, in cui si vedono fluttuare alcuni elementi tratteggiati a grafite, tra cui una piccola figura che l'artista identifica in Giovanna d'Arco. La tensione dinamica tra figurazione e astrazione che emerge in opere come Joan's Wind o Ma- Yaa, scompare gradualmente approdando agli esiti completamente astratti di lavori successivi come The 'white-eyes' shift, in cui contestualmente anche la materia pittorica si trasforma e diventa una trama fatta esclusivamente di strati acrilico che non hanno più bisogno di nessuna forma di supporto, sia esso tela o carta. In The 'white-eyes' shift la pittura acrilica dimostra le proprie potenzialità materiche e strutturali diventando infatti supporto di sé stessa e acquisendo anche una sorta di traslucenza e luminosità che si ricollega alle ricerche sulla luce del primo periodo.

Questo processo di ripensamento della pittura in termini plastici diventa esplicito in una serie di opere recenti che esemplificano l'aspetto più scultoreo della produzione dell'artista, come Red Top (2021), Quick Jack Slide (2021) e l'inedita future forest (2023), realizzata in occasione della mostra. Questi lavori dimostrano come la sperimentazione continua di Suzanne Jackson arrivi a scardinare anche una netta distinzione tra forme espressive e linguaggi diversi, approssimando la pittura alla scultura e viceversa. In Red Top e Quick Jack Slide l'inserimento di un elemento di recupero, le tegole del tetto nel primo caso e una sedia in vimini nel secondo, conferisce stabilità strutturale e plasticità alla materia acrilica di cui sono composte le opere che, libere dal vincolo della parete, fluttuano nello spazio reagendo agli spostamenti d'aria. In future forest, infine, primo esperimento prettamente scultoreo di Jackson, la pittura diventa una pelle che riveste il corpo dell'opera, risultato dell'assemblaggio di diversi materiali recuperati in studio. La natura totemica di questi lavori ci riporta alla vicinanza dell'artista con alcune culture indigene, non solo quella africana, ma anche la cultura dei nativi americani con cui era entrata in contatto durante la sua infanzia in Alaska. Anche la forte spinta a riutilizzare materiali di recupero, in un'ottica di rispetto dell'ambiente, può essere ricondotta alla cultura assorbita in quei territori, in cui non solo vive una quotidianità in simbiosi con la natura ma impara l'importanza del riciclo, perché le scarse risorse disponibili erano sempre sfruttate in modo da evitare sprechi.

Cenni biografia

Suzanne Jackson (St. Louis, Missouri, 1944) vive e lavora a Savannah, Georgia.
Nella sua lunga carriera di artista visiva in cui si è dedicata ad esplorare le potenzialità della pittura, Jackson ha incrociato anche altri linguaggi come la poesia, la danza e il teatro molteplicità di esperienze che hanno segnato il suo percorso portandola a sperimentarsi come ballerina, insegnante, gallerista, scenografa, sono confluite nella sua pratica pittorica, in una perfetta permeabilità tra arte e vita.
Trascorre la prima infanzia a San Francisco, dove la famiglia si era stabilita pochi mesi dopo la sua nascita, e a otto anni si trasferisce a Fairbanks, nei territori dello Yukon, divenuti stato federale dell'Alaska alla fine degli anni Cinquanta. Crescere all'interno di una comunità di frontiera, aperta, multietnica e solidale nell'affrontare le difficoltà di un ambiente difficile, è un'esperienza determinante che la porta a sviluppare una forte fiducia nelle possibilità individuali e un senso di solidarietà in grado di superare le differenze culturali. E' qui che vive una quotidianità in simbiosi con la natura, ed è in questo piccola e semi isolata città, dove durante i lunghi inverni l'accesso limitato a beni e servizi portava chiunque ad evitare sprechi, che Jackson impara l'importanza del riciclo come rispettoso uso delle risorse. In quegli anni comincia a formarsi nella danza e si manifesta la sua vocazione al disegno e alla pittura, cui si avvicina come autodidatta.
Nel 1961 si trasferisce in California per studiare pittura al San Francisco State College (ora University) e danza al Pacific Ballet. Dopo il diploma in pittura e un tour in Sudamerica come ballerina, nel 1967 si sposta a Los Angeles dove prende lezioni di pittura da Charles White ed entra in contatto con la comunità locale di artisti tra cui David Hammons, Timothy Washington, Alonzo Davis, Dan Concholar, Senga Nengudi, Gloria Bohanon, Betye Saar ed Emory Douglas. Tra il 1968 e il 1970 Jackson trasforma il suo studio in una galleria, la Gallery 32, in cui espone gli artisti a cui è legata, e dove realizza per la prima volta a Los Angeles una mostra dedicata esclusivamente alle artiste di colore (Sapphire Show: You've come a long way baby!, 1970). Gallery 32 diventa un luogo di aggregazione e un punto di riferimento per la scena artistica alternativa, in cui gli artisti hanno la possibilità di incontrare altri artisti, confrontarsi e discutere.
Nonostante i frequenti spostamenti tra Los Angeles e San Francisco resta instancabilmente attiva per la comunità artistica locale: fa parte del Los Angeles Black Artists Council (1969-70), organizza la mostra Black Expo al San Francisco Civic Center (1972), partecipa alla California Art Commission e al California Art Council (1974-78) e coordina il programma di occupazione CETA per artisti professionisti (1976-78). In questo periodo comincia ad esplorare le potenzialità dell'acrilico e pubblica anche due libri di raccolte di disegni e poesie What I love: Paintings, Poetry and a Drawing (1972) e Animal (1978).

Il lavoro come ricercatrice nel progetto Black Masters (1974), preparatorio per una mostra sulle memorie ancestrali della popolazione afroamericana delle Americhe, è per lei l'occasione di approfondire per la prima volta le proprie radici culturali e di assorbire così nuove suggestioni.
Agli inizi degli anni Ottanta si allontana da Los Angeles e va ad insegnare in un piccolo paese di montagna, Idyllwild, nella California del Sud, dove vive per alcuni anni. Dopo un breve rientro a San Francisco, nel 1990 ottiene un master in scenografia alla Yale School of Drama ed inizia una intensa attività come designer di costumi e scenografie che la portano a muoversi tra la East e la West Coast.

Insegna per un breve periodo scenografia nel St. Mary' College of Maryland e nel 1996 accetta l'incarico di docente di pittura al Savannah College of Art and Design, città in cui si trasferisce definitivamente e trova le condizioni ideali per portare avanti la sua ricerca artistica. Suzanne Jackson ha ricevuto premi e riconoscimenti prestigiosi, tra i quali: Jacob Lawrence Award, Academy of Arts and Letters, New York (2022); Anonymous Was A Woman, NYFA, New York (2021); NYFA Murray Reich Distinguished Artist Award, NYFA, New York (2020); Joan Mitchell Foundation Painters & Sculptors Grant, New York (2019). Tra le mostre più recenti ricordiamo la personale Suzanne Jackson: Listen' N Home a The Arts Club of Chicago (2022) e la sua prima retrospettiva Five Decades al Telfair Museum di Savannah (2019). Ha partecipato a numerose mostre collettive e il suo lavoro è nelle collezioni permanenti di importanti istituzioni internazionali come: Museum of Modern Art, New York; San Francisco Museum of Modern Art; Baltimore Museum; California African American Museum, Los Angeles; MCA San Diego; The Art Institute of Chicago; the Buffalo AKG Art Museum. Suzanne Jackson è rappresentata dalla galleria Ortuzar Projects di New York.

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Mostra: Suzanne Jackson. Somethings in the World

Milano - GAM - Galleria d’Arte Moderna

Apertura: 15/09/2023

Conclusione: 14/01/2024

Organizzazione: Fondazione Furla e GAM

Curatore: Bruna Roccasalva

Indirizzo: via Palestro, 16 - 20121 Milano

Orario: da martedì a domenica 10.00-17.30 | lunedì chiuso | ultimo accesso un'ora prima della chiusura

Ingresso: intero € 5,00 | biglietto ridotto € 3,00 | ingresso gratuito il primo e il terzo martedì del mese dalle ore 14.00 e ogni prima domenica del mese

Per info: +39 02 884 459 47 |  c.gam@comune.milano.it



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