Tegene Kunbi. Shapes of Silence
Padiglione Etiopia

  • Quando:   09/05/2026 - 22/11/2026

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Tegene Kunbi. Shapes of Silence | Padiglione Etiopia
Tegene Kunbi, Untitled, 2025-2026, olio e tessuti su tela, 300 x 300 cm. Photo by Yero Adugna Eticha © Yero Adugna Eticha. Courtesy the artist.

Il Padiglione Etiopia alla 61. Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia presenta Shapes of Silence, una mostra di Tegene Kunbi (1980, Addis Abeba), a cura di Abebaw Ayalew, aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026 nella prestigiosa cornice di Palazzo Bollani. Il Padiglione è inaugurato giovedì 7 maggio alle ore 11.30 da S.E. Demitu Hambisa Bonsa, Ambasciatrice Straordinaria e Plenipotenziaria di Etiopia in Italia e Commissario del Padiglione, insieme all'artista, al curatore Abebaw Ayalew e all'assistente curatore Yohannes Mulat Mekonnen.

Culmine dei trent'anni di pratica artistica di Kunbi, Shapes of Silence esplora il silenzio come condizione sociale e politica attraverso una nuova serie di oltre 30 opere, per la maggior parte di dimensioni monumentali, che mette in dialogo astrazione, tessuti e assemblage. Lavorando con la pittura come archivio materiale stratificato, l'artista indaga il silenzio non come un'assenza, ma come uno spazio carico, plasmato dalle aspettative culturali e dalla storia materiale.

Nel contesto curatoriale della Biennale Arte 2026, intitolata In Minor Keys, Koyo Kouoh invita ad accogliere forme di espressione che sfuggono alla centralità della parola e alla spettacolarità dominante: le «tonalità minori», intese come spazio delle voci marginali, delle narrazioni sommerse e delle micro-memorie. Shapes of Silence propone la pratica di Tegene Kunbi come una minor key nel campo della pittura odierna: un registro tranquillo ma insistente in cui il silenzio assume forma materiale, evocando la storia e le dinamiche di potere del suo paese.

In Etiopia, il silenzio inteso come pratica sociale trae spesso legittimazione dalle ricche tradizioni popolari del Paese. All'interno di queste, il silenzio assume uno status ambivalente e paradossale, lodato come virtù ma al contempo percepito come una potenziale mancanza. Il proverbio ዝምታ ወርቅ ነው («Il silenzio è d'oro») definisce il silenzio consapevole come un segno di saggezza e moderazione, ma questa valutazione è mitigata da cautela. Altre espressioni avvertono che በሽታውን ያልተናገረ መድሀኒት የለውም («Chi non nomina il proprio malessere non trova cura») o che ካለመናገር ደጅ አዝማችነት ይቀራል («Rimanendo in silenzio, si rischia l'esclusione dalle opportunità»).

Il silenzio emerge quindi non come una semplice vacuità, ma come uno spazio di moderazione, tensione e negoziazione etica. Questo spazio è anche profondamente politico, poiché il diritto di parlare e di interpretare è distribuito in modo diseguale secondo binari sociali e politici radicati: gli uomini sulle donne, il centro sulla periferia, il sacro sull'ordinario.

Nell'opera di Tegene Kunbi, la dimensione politica emerge nella scelta dei materiali: la sua pratica invita queste asimmetrie a entrare nel campo pittorico. I suoi dipinti uniscono tessuti di provenienza e significato fortemente contrastanti: tessuti lavorati a mano dalla madre accanto a tessuti industriali prodotti per i mercati africani; indumenti sacri utilizzati in contesti religiosi accanto a materiali di uso comune destinati alla produzione di materassi. Attingendo alla diversità culturale dell'Etiopia, un tempo definita da Carlo Conti Rossini come un «museo dei popoli», Kunbi incorpora anche le tradizioni tessili di diverse regioni, dove l'abbigliamento e i costumi hanno storicamente segnato l'autonomia culturale e politica, facendo convergere queste pratiche distinte in un campo visivo condiviso. Ogni materiale porta con sé storie specifiche di impegno, credenze e posizionamento politico. Una volta assemblati sulla superficie pittorica, queste categorie si frammentano e la pittura diventa uno spazio in cui materiali socialmente e culturalmente distinti sono chiamati a convivere e a dar vita a una nuova negoziazione.... leggi il resto dell'articolo»

Queste riflessioni sul silenzio come condizione gerarchica e politica si estendono alla pratica espositiva stessa. Negli spazi espositivi, le opere d'arte sono abitualmente incorniciate da testi esplicativi, etichette, didascalie e narrazioni curatoriali che rivendicano l'autorità interpretativa. Il linguaggio parla per l'opera d'arte, mentre gli aspetti visivi e multimodali vengono messi a tacere, rafforzando una gerarchia in cui la parola scritta diventa il luogo principale della creazione di significato. In questo contesto, Kunbi approccia la pittura come una piattaforma in cui tali regimi di silenzio vengono messi in atto e allo stesso tempo destabilizzati. Le sue opere rifiutano la concezione della pittura come mezzo passivo o puramente visivo; al contrario, la pittura funziona come un archivio stratificato di impegno, memoria e storia, operando in una modalità sommessa, nella quale il silenzio assume forma materiale e il significato emerge attraverso la durata, la prossimità e la presenza materiale piuttosto che attraverso la spiegazione.

Promossa dal Ministero del Turismo Etiope in collaborazione con l'Ambasciata di Etiopia in Italia, Shapes of Silence segna la seconda partecipazione del Paese alla Biennale di Venezia, dopo il debutto nel 2024, sottolineando l'impegno dell'Etiopia nella promozione dell'arte contemporanea e del dialogo culturale internazionale. La mostra è realizzata anche grazie al sostegno di Primo Marella Gallery, galleria d'arte con sede a Milano e Lugano che rappresenta l'artista. Shapes of Silence sarà accompagnata da un catalogo in lingua inglese corredato da testi di approfondimento e vedute della mostra.

Dichiarazione dell'artista

«In qualità di artista incaricato di rappresentare il Padiglione Etiopia alla 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia, presento Shapes of Silence, un corpus di opere di grandi dimensioni che riunisce le texture, le tradizioni e i contrasti materici del mio Paese. I miei dipinti sono costruiti attraverso superfici stratificate, olio, tessuti e pigmenti, nelle quali i materiali tessili rivestono un ruolo centrale. Lavoro con materiali di origine e significato contrastanti: tessuti lavorati a mano da mia madre accanto a stoffe industriali prodotte per i mercati africani; abiti sacri accanto a materiali di uso quotidiano. Ciascuno di essi porta con sé storie di lavoro, credenze e vita quotidiana. Quando vengono riuniti sulla superficie pittorica, queste differenze iniziano a trasformarsi e la pittura diventa uno spazio in cui materiali socialmente e culturalmente distinti si incontrano e vengono rinegoziati. Nel mio lavoro, il silenzio è sia vissuto che praticato. In primo luogo, esiste all'interno della pittura stessa. Nella mia formazione artistica in Etiopia, l'astrazione è spesso considerata silenziosa perché non si conforma a un sistema linguistico di significato. Per me, l'astrazione apre uno spazio in cui il significato non è immediatamente fissato, dove la pittura resiste alla traduzione in linguaggio e dà forma al silenzio. Il secondo aspetto è personale. Vivendo e lavorando in Europa, vivo il silenzio attraverso il corpo, dove la differenza è segnata dalla visibilità. A volte questo produce ipervisibilità; altre volte, una forma di cancellazione. In entrambi i casi, il silenzio non è l'assenza di voce, ma una condizione plasmata dal modo in cui si è visti e posizionati nello spazio pubblico. Le mie opere riflettono il silenzio imposto da queste condizioni, fungendo al contempo come una pratica di resilienza. Attraverso un lavoro paziente e costante, la pittura diventa un modo per resistere alle pressioni esterne, invitando gradualmente il mondo a entrare, un materiale, uno strato tessile alla volta, mentre si lavora per raggiungere la chiarezza e l'armonia». Tegene Kunbi

Dichiarazione dei curatori

La storia dell'arte visiva etiope può essere intesa come il risultato dell'intreccio di due traiettorie: la storia dell'arte come discorso e la pratica artistica intesa come creazione. Queste due modalità si influenzano a vicenda in modo continuo, ma non sono ugualmente valorizzate. La storia e la teoria dell'arte, prevalentemente testuali, assumono spesso il ruolo di autorità interpretativa, incaricata di inquadrare, interpretare, categorizzare e rappresentare, mentre la pratica artistica, visiva e multimodale, viene relegata in secondo piano, trattata spesso come silenziosa e bisognosa di spiegazioni. Il linguaggio scritto ha a lungo occupato una posizione interpretativa privilegiata rispetto all'immagine.

Questa gerarchia si estende anche oltre il discorso artistico a strutture sociali più ampie, dove le forme di lavoro manuale sono state storicamente svalutate. In Etiopia, gli artigiani hanno spesso occupato una posizione marginale all'interno della gerarchia sociale. Un'eccezione significativa, tuttavia, si riscontra nella tradizione della pittura. Fino agli inizi del XX secolo, la pittura in Etiopia era orientata principalmente verso soggetti religiosi. I pittori non erano semplici artigiani, ma spesso venivano formati all'interno di istituzioni ecclesiastiche, lavorando a stretto contatto con testi sacri come narrazioni bibliche, agiografie e omelie. In questo contesto, il pittore occupava una posizione ambigua, essendo al tempo stesso artefice e interprete, operando all'intersezione tra parola e immagine. Questo duplice ruolo gli conferiva uno status particolare, affine a quello del clero, e gli garantiva privilegi che solitamente non venivano concessi ad altre forme di lavoro artigianale.

Storicamente, la pittura etiope non si impone come immagine né richiama l'attenzione sulla propria forma. Piuttosto che rappresentare la realtà materiale, essa mira a manifestare una presenza spirituale, invitando lo spettatore a guardare oltre l'immagine verso i fenomeni che essa rivela. Tempo e spazio sono sospesi attraverso l'assenza di prospettiva, sfondo e profondità illusionistica, privilegiando invece una superficie pittorica appiattita. Questa attenzione alla bidimensionalità ha plasmato la concezione locale dell'astrazione, dove questa non è vista come un allontanamento dalla rappresentazione, ma come un'estensione di una logica visiva già esistente.

Tegene ha iniziato la sua pratica pittorica nell'ambito della tradizione iconografica ecclesiastica, creando un parallelismo tra la sua opera personale e la storia più ampia della pittura etiope. Il suo successivo avvicinamento all'astrazione, attraverso una composizione piatta e a tutto campo, si inserisce nel solco di una lunga tradizione pittorica etiope del XIX e XX secolo.

Shapes of Silence prende questa condizione come punto di partenza. Attingendo alla lunga storia della pittura etiope, in particolare alla sua negoziazione tra parola e immagine, la mostra concepisce il lavoro di Tegene Kunbi come una piattaforma in cui tali relazioni vengono rimesse in discussione e riconfigurate. I suoi dipinti rifiutano la concezione dell'immagine come passiva o subordinata. Al contrario, attraverso superfici stratificate e materialmente dense che attingono a diverse tradizioni visive e tessili, la sua opera funge da archivio di lavoro, memoria e conoscenza incarnata. Nello spirito di una «minor key», dove il significato emerge attraverso la modulazione, la misura e la risonanza piuttosto che attraverso la dichiarazione, i dipinti di Kunbi attivano il silenzio come luogo di presenza. Piuttosto che cedere al linguaggio, essi resistono alla traduzione immediata, invitando a un incontro sensoriale prolungato in cui il significato rimane aperto, relazionale e radicato nella materialità.

Abebaw Ayalew, Curatore – Yohannes Mulat Mekonnen, Assistente curatore

Biografie

Tegene Kunbi (Addis Abeba, 1980) ha completato la laurea in Pittura ed Educazione Artistica presso la School of Fine Arts dell'Università di Addis Abeba nel 2004. Successivamente ha lavorato come docente presso il Kotebe College of Education. Nel 2008 ha ricevuto la borsa di studio DAAD, che gli ha permesso di proseguire i suoi studi in Germania presso la Universität der Künste di Berlino, dove ha conseguito il Master of Fine Arts nel 2011. Attualmente vive e lavora tra Addis Abeba e Berlino. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive internazionali in città come Milano, Parigi, New York, Lugano, Berlino, Amsterdam, Tokyo, Nagoya, Nairobi, Accra, Dakar e molte altre. Nel 2022 ha ricevuto il Grand Prix Léopold Sédar Senghor, premio principale della Biennale Dak'Art – tra le piattaforme più importanti per l'arte contemporanea africana – consegnatogli da Macky Sall, Presidente della Repubblica del Senegal, durante la cerimonia di apertura della 14ª Biennale di Arte Contemporanea Africana di Dakar. Le sue opere sono caratterizzate da intensi contrasti cromatici, pennellate materiche e dall'integrazione di tessuti tradizionali etiopi, che conferiscono alle tele risonanza culturale e spirituale. Kunbi lavora su tele di diverse dimensioni, da composizioni intime a grandi formati monumentali, combinando istinto e struttura, modulazione del colore e pattern ritmici, sviluppando uno stile riconoscibile che unisce riferimenti alla tradizione africana e all'arte moderna internazionale.

Abebaw Ayalew è nato nel 1976 nella provincia di Gojjam, in Etiopia. Si è laureato nel 1998 in Storia presso l'Università di Addis Abeba, dove ha ottenuto il Master in Storia nel 2002 con una tesi sulla storia dell'arte etiope. A seguito del conseguimento del titolo, è entrato a far parte del corpo docente del Dipartimento di Storia dell'Università di Addis Abeba. Ha condotto un'ampia attività di ricerca sul campo sull'arte etiope, in particolare nelle regioni settentrionali e centrali del Paese. Ha inoltre partecipato a numerosi progetti di conservazione del patrimonio culturale. Nel 2019 è stato nominato Vicedirettore Generale dell'Ethiopian Heritage Authority; dal 2022 ne è Direttore Generale.

Yohannes Mulat Mekonnen è un regista e ricercatore in ambito curatoriale etiope che opera all'intersezione tra antropologia visiva, cinema e pratiche espositive. Attualmente è Gerda Henkel Research Fellow presso il Rautenstrauch-Joest-Museum di Colonia e Visual Anthropology Fellow presso il Global Heritage Lab dell'Università di Bonn. Il suo lavoro indaga le dimensioni etiche e politiche della rappresentazione, con particolare attenzione alle relazioni asimmetriche prodotte dalle pratiche rappresentative.

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Mostra: Tegene Kunbi. Shapes of Silence
Padiglione Etiopia

Venezia - Palazzo Bollani

Apertura: 09/05/2026

Conclusione: 22/11/2026

Organizzazione: Ministero del Turismo Etiope – Ambasciata di Etiopia in Italia

Curatore: Abebaw Ayalew

Indirizzo: Castello 3647 - 30122 Venezia (VE)

Anteprima: 6–8 maggio 2026, ore 10.00-19.00

Orari: 9 maggio – 27 settembre ore 11.00-19.00; 29 settembre – 22 novembre ore 10.00-18.00; chiuso il lunedì

Aperture speciali: 11 maggio, 1° giugno, 7 settembre, 16 novembre

Ingresso: libero

Info: ethiopianpavilion@gmail.com



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