MAGAZINE · Grandi Artisti

Francesco Clemente: la storia, i riconoscimenti, una nuova mostra in Italia

Francesco Clemente è una delle figure più originali dell'arte contemporanea, un artista che ha costruito un linguaggio profondamente personale fondendo simbolismo occidentale, spiritualità orientale, autobiografia e ricerca interiore. E' stata di recente inaugurata una mostra retrospettiva a lui dedicata alla Tiennale Milano, e di questi giorni è la notizia del conferimento del Sigillo delle Arti 2026.

Allen Ginsberg (Portrait) 1982-1987 - Francesco Clemente - Water-color on paper 14 x 20 ins

Tra i protagonisti della Transavanguardia italiana, Clemente ha attraversato culture, continenti e tradizioni visive diverse, sviluppando un'opera che sfugge a ogni definizione univoca. Dalla Napoli degli anni Cinquanta alla Roma dell'Arte Povera, dai viaggi in India alla scena artistica newyorkese degli anni Ottanta, il suo percorso si è sviluppato come un continuo attraversamento di confini geografici, culturali e mentali.

Le origini napoletane e la formazione romana

Francesco Clemente nasce a Napoli il 23 marzo 1952 in una famiglia appartenente alla borghesia cittadina. Fin dall'infanzia cresce in una città stratificata, dove convivono tradizione popolare, religiosità, superstizione e memoria storica: elementi che riaffioreranno costantemente nella sua produzione artistica. La sua formazione iniziale è quella di un umanista classico: prima di orientarsi verso l'arte, compie studi in lingue e letteratura classica, un background che lascerà tracce permanenti nell'iconografia mitologica e letteraria delle sue opere.

Nel 1970 si trasferisce a Roma e si iscrive alla Facoltà di Architettura dell'Università La Sapienza, senza tuttavia completare gli studi. Più che dall'architettura, viene attratto dall'ambiente artistico romano, entrando in contatto con personalità come Alighiero Boetti, Luigi Ontani e Cy Twombly. In particolare Boetti diventa una figura fondamentale per la sua formazione, sia sul piano umano sia su quello creativo.

Già nei primi anni Settanta Clemente manifesta una posizione autonoma rispetto alle correnti dominanti dell'epoca. Mentre gran parte dell'arte contemporanea si orienta verso il concettualismo e la smaterializzazione dell'opera, egli continua a privilegiare il disegno, il corpo e l'immagine figurativa. Le sue prime opere sono costituite da disegni, collage e lavori su carta che attingono alla memoria personale, ai sogni e all'introspezione. La sua prima mostra personale si tiene a Roma nel 1971. Nel corso degli anni Settanta espone disegni, fotografie alterate e lavori concettuali in diverse sedi europee, costruendo una rete di relazioni istituzionali che anticipa la visibilità internazionale del decennio successivo.

Francesco Clemente, opera esposta al Mart

Francesco Clemente, Io e lei a tavola, 1980. Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. Lascito Alessandro Grassi

I viaggi in Oriente e la scoperta dell'India

Uno degli aspetti decisivi della biografia di Clemente è il rapporto con l'Asia. A partire dalla metà degli anni Settanta intraprende una serie di viaggi che lo portano prima in Afghanistan e successivamente in India. Dal 1973 risiede e lavora periodicamente nel subcontinente, in una frequentazione che si trasformerà in presenza stabile e duraturi legami di lavoro. Queste esperienze modificano profondamente il suo modo di concepire l'arte.

Francesco Clemente, Tenda del diavolo, particolare...leggi il resto dell'articolo»

Francesco Clemente, Tenda del diavolo, 2013-2014 (particolare) | Tempera su cotone, ricamo, cuciture a mano, pali di bambù, finali in legno, corde, pesi in ferro. Collezione dell'artista. Foto Courtesy Francesco Clemente Studio

L'India non rappresenta per lui una semplice fonte di suggestioni esotiche, ma un vero e proprio luogo di vita e di lavoro. A Madras (oggi Chennai) apre uno studio e instaura rapporti con artigiani e artisti locali. Nel corso degli anni realizza numerose opere utilizzando tecniche tradizionali indiane, collaborando con miniaturisti e maestri artigiani. La cultura hindu, la meditazione tantrica, il concetto di trasformazione dell'identità e una diversa concezione del tempo entrano stabilmente nel suo immaginario. Tra le sue residenze privilegiate figura Varanasi, la città sacra sulle rive del Gange, luogo simbolo di rinascita e dissoluzione che risuona profondamente con i temi ricorrenti della sua pittura.

A differenza di molti artisti occidentali che guardano all'Oriente come a un repertorio di simboli, Clemente sviluppa un dialogo autentico con quella cultura, dividendosi per lunghi periodi tra Europa, India e Stati Uniti. Questa dimensione nomade diventerà una caratteristica permanente della sua esistenza e della sua produzione artistica.

Questa dimensione nomade, con il suo radicamento tanto nel subcontinente indiano quanto nell'immaginario occidentale, ha trovato una sintesi compiuta nella grande mostra Anima nomade, presentata al Palazzo Esposizioni di Roma dal novembre 2024 al marzo 2025. Concepita come un'unica grande installazione, la mostra dispiegava nelle sette sale del piano nobile tre nuclei di opere - le sei Tende del 2013, le dodici Bandiere del 2014 e il ciclo di wall painting Oceano di storie, realizzato in situ per l'occasione - immergendo il visitatore in un paesaggio estetico totalizzante, metafisico e mistico, cadenzato dalla rappresentazione del sé e dai riferimenti alla filosofia upanishadica e buddista.

La Transavanguardia e il ritorno alla pittura

Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta Clemente viene identificato come uno dei principali protagonisti della Transavanguardia, movimento teorizzato dal critico Achille Bonito Oliva. La Transavanguardia nasce come reazione alle rigidità dell'arte concettuale e minimalista, proponendo un ritorno alla pittura, alla figurazione e alla libertà espressiva. Al 1980 risale la prima affermazione pubblica del gruppo, con la partecipazione alla Biennale di Venezia, che sancisce l'ingresso della nuova pittura italiana nel circuito internazionale.

Insieme a Sandro Chia, Enzo Cucchi e altri artisti della nuova generazione italiana, Clemente contribuisce a riportare la pittura al centro del dibattito internazionale. Tuttavia la sua ricerca si distingue immediatamente da quella dei colleghi. Se molti esponenti della Transavanguardia guardano alla storia dell'arte occidentale, Clemente costruisce un linguaggio più intimo e visionario, popolato da autoritratti, corpi frammentati, figure ambigue, simboli sessuali e riferimenti spirituali. Le sue opere sembrano spesso collocarsi in uno spazio sospeso tra sogno e realtà, tra autobiografia e mito.

Francesco-Clemente, Porta Coeli, 1983

Francesco Clemente Porta Coeli, 1983, Tempera on linen, courtesy Clemente studio


New York e il successo internazionale

Nel 1981 Clemente si trasferisce a New York, pur continuando a vivere tra Europa e India. La città è allora il centro del mercato artistico mondiale e il luogo in cui stanno emergendo nuove figure destinate a segnare il decennio. Ben presto diventa un punto di riferimento della Downtown newyorkese, stringendo relazioni di amicizia e lavoro con artisti come Jean-Michel Basquiat e Andy Warhol, ma anche con il poeta beat Allen Ginsberg, già un eroe della sua adolescenza, che diventa uno dei suoi amici più stretti.

La sua pittura, caratterizzata da una forte componente simbolica e psicologica, trova immediatamente attenzione presso collezionisti e galleristi internazionali. A differenza di altri protagonisti degli anni Ottanta, Clemente non costruisce la propria immagine pubblica sulla provocazione o sull'estetica della cultura urbana. La sua opera conserva una dimensione introspettiva e meditativa che lo rende una figura anomala nel panorama dell'epoca.

Le collaborazioni con Warhol, Basquiat e i poeti della Beat Generation

Uno degli episodi più celebri della sua carriera è la collaborazione con Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat. Nel 1984 il gallerista svizzero Bruno Bischofberger propone ai tre artisti di lavorare sulle stesse tele. Nasce così una serie di opere collettive realizzate a quattro o a sei mani, oggi considerate uno degli esperimenti più significativi della pittura degli anni Ottanta. Il progetto funziona come una sorta di "cadavere squisito" surrealista: nelle tele risultanti convivono l'immaginario pubblicitario e seriale di Warhol, l'energia aggressiva e urbana di Basquiat e le figure enigmatiche e introspettive di Clemente.

Clemente insieme a Warhol e Bsquiat

Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente a New York nel 1984 (foto di Beth Philipps, Courtesy Galerie Bruno Bischofberger, Zürich).

Altrettanto significativo è il sodalizio intellettuale con Allen Ginsberg, che produce una collaborazione editoriale e poetica di lunga durata. I due condividevano una passione per William Blake e questo li portò a realizzare insieme libri di poesia illustrata — tra cui Black Shroud e White Shroud — nei quali Ginsberg scriveva direttamente nello studio di Clemente e l'artista illuminava i manoscritti come un miniaturista medievale. In un'altra occasione, partendo da un ciclo di 108 pastelli di Clemente esposto al Castello di Chenonceau, Ginsberg scrisse 108 brevi componimenti in stile haiku, intitolati Pastel Sentences. La collaborazione si estende anche ad altri poeti della Beat Generation e dintorni, tra cui Gregory Corso, Robert Creeley, John Wieners e René Ricard, nonché allo scrittore Salman Rushdie, confermando la centralità del dialogo tra parola e immagine nella poetica di Clemente.

Il cinema e i camei nella cultura pop

Spesso trascurata nelle biografie d'arte, la presenza di Clemente nella cultura cinematografica americana degli anni Novanta è tutt'altro che marginale. Per il film Great Expectations (1998) di Alfonso Cuarón, tratto dal romanzo di Dickens e interpretato da Gwyneth Paltrow ed Ethan Hawke, realizza circa duecento dipinti originali che compaiono nel film; nella stessa epoca compare come attore nel ruolo di un ipnoterapeuta nel celebre Good Will Hunting con Matt Damon e Robin Williams. Questi episodi documentano una fluidità tra arte colta e cultura popolare che è del tutto coerente con la sua visione dell'arte come territorio senza confini.

La partecipazione cinematografica di Clemente non si esaurisce con il decennio dei Novanta. Nel 2016 compare in Adam Green's Aladdin, film scritto, diretto e interpretato dal musicista e artista newyorkese Adam Green, in un cast che riunisce figure della Downtown di New York come Natasha Lyonne, Macaulay Culkin e Alia Shawkat. Clemente vi interpreta il personaggio di Mustafa, il Genio della lampada: un ruolo volutamente straniante e fiabesco, in linea con il registro onirico e psichedelico dell'opera, che rilegge in chiave contemporanea la fiaba delle Mille e una notte come parabola sui temi del desiderio, della tecnologia e del potere. 

Poetica, simboli e ricerca interiore

L'opera di Clemente ruota attorno a pochi grandi temi ricorrenti: il corpo, l'identità, il desiderio, la spiritualità e la trasformazione. L'autoritratto occupa una posizione centrale nella sua ricerca. A differenza della tradizione occidentale, però, Clemente non utilizza il proprio volto per affermare un'identità stabile: lo trasforma continuamente, lo frammenta, lo moltiplica, lo mette in discussione. Nei suoi dipinti il corpo diventa un territorio mutevole, attraversato da energie fisiche, sessuali e spirituali.

La sua iconografia attinge a fonti estremamente eterogenee: la poesia di Allen Ginsberg e Robert Creeley, le arti tantriche dell'India e del Tibet, la storia dell'arte europea, la letteratura classica, indù e buddhista, la filosofia, la mitologia. Questa pluralità di fonti produce immagini spesso enigmatiche, che rifiutano interpretazioni univoche. Dal punto di vista tecnico, Clemente ha sperimentato una straordinaria varietà di mezzi espressivi: disegno, acquerello, pastello, affresco, mosaico, scultura, grafica e pittura a olio. Non ha mai accettato l'idea di uno stile definitivo, preferendo considerare ogni tecnica come uno strumento per esplorare differenti stati della coscienza.

Tra letteratura, editoria e installazioni monumentali

Negli anni Ottanta la sua attività si estende anche al mondo editoriale. In India contribuisce alla nascita dei celebri Hanuman Books, una collana di piccoli volumi che coinvolge scrittori, poeti e intellettuali della scena internazionale, riflettendo il suo interesse per il dialogo tra linguaggi artistici diversi.

Nel corso degli anni Clemente realizza opere per contesti architettonici e istituzionali di grande rilievo. Tra i luoghi che hanno ospitato suoi lavori permanenti o site-specific figurano il Palladium, storico nightclub newyorkese, l'Hudson Hotel, il Metropolitan Opera House di New York.

Sul versante delle grandi installazioni, un capitolo a sé merita Encampment, il progetto presentato nel 2015 al MASS MoCA di North Adams, Massachusetts, e successivamente al Carriageworks di Sydney. Allusione alla sua reputazione di artista nomade, l'installazione consiste in una città di tende in miniatura realizzata in collaborazione con artigiani del Rajasthan: sei tende riccamente ornate, i cui interni contengono affreschi dipinti a mano con riferimenti autobiografici, storici, spirituali e mitologici. L'opera occupa 30.000 piedi quadrati di galleria e invita i visitatori a entrare fisicamente negli spazi dipinti, trasformando il fruitore in partecipante attivo.

La presenza nei musei e le collezioni istituzionali

Il riconoscimento istituzionale del lavoro di Clemente è vasto e consolidato. Le sue opere sono conservate tra gli altri dal Museum of Modern Art e dal Guggenheim Museum di New York, dalla Tate Collection di Londra e dal Kunstmuseum di Basilea. Le retrospettive si sono susseguite nei decenni nei più importanti musei del mondo: dalla Nationalgalerie di Berlino allo Stedelijk Museum di Amsterdam, dal Centre Georges Pompidou di Parigi al SFMoMA di San Francisco, dalla Dia Art Foundation al Philadelphia Museum of Art, dalla Royal Academy di Londra al Rubin Museum of Art di New York. Nel 1999 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York gli dedica una grande retrospettiva, che viaggia successivamente al Guggenheim di Bilbao.

Un caso di particolare interesse è il rapporto con le istituzioni della sua città natale: nel 2004 avvia un progetto di affreschi per il Museo d'Arte Contemporanea Donna Regina (MADRE) di Napoli, e negli anni successivi il Museo Archeologico Nazionale napoletano gli dedica un'ampia retrospettiva. Nel 2011 la Galleria degli Uffizi di Firenze presenta una mostra di autoritratti e del suo mazzo dei tarocchi, acquisendo poi uno degli autoritratti per la collezione del Corridoio Vasariano. È membro dell'American Academy of Arts and Letters.

Gli anni 2000 e la continuità della ricerca

L'attività espositiva di Clemente non ha subito alcun rallentamento. Tra le sue presenze in Italia ricordiamo anche la mostra organizzata dallo Studio d'Arte Raffaelli di Trento nel 2012, Emblems and Mountains: Recent Watercolors and Works on Paper, con opere su carta e acquerelli e ispirati alle montagne e alle valli delle Dolomiti.

Clemente ain mostra nel 2012 allo Studio D'Arte Raffaelli

Foto allestimento della mostra allo Studio d'Arte Raffaelli di Trento nel 2012

Tornando a New York, nell'autunno 2024 Lévy Gorvy Dayan presenta Summer Love in the Fall, la prima personale dell'artista nello storico townhouse della galleria al 19 di East 64th Street: un percorso su più piani che debutta nuovi dipinti di grandi dimensioni a olio, acquerelli e affreschi, intrecciando influenze dall'India, dall'Africa occidentale, dall'Egitto, dall'Italia e dalla Grecia classica, con al centro un'ispirazione tratta da William Blake e dalla sua espressione Love, the human form divine.

Il legame con la generazione di pittori americani con cui Clemente condivise la ribalta internazionale degli anni Ottanta rimane vivo anche nella Milano di oggi. All'inizio del 2025 la galleria milanese The Pool NYC ha presentato una mostra che accosta le sue opere a quelle di Julian Schnabel e Peter Halley, tre artisti nati a un anno di distanza l'uno dall'altro e cresciuti nella stessa città. I tre rappresentano approcci radicalmente diversi alla pittura - la figura umana intrisa di spiritualità in Clemente, il neo-espressionismo su supporti irregolari in Schnabel, l'astrazione geometrica di matrice urbana in Halley - eppure condividono quella scintilla che la mostra definisce come il battito ancora pulsante dell'unica vera City del mondo occidentale. 

Da ricordare anche il documentario A New Spirit in Painting: 6 Painters of the 1980's, diretto e prodotto da Michael Blackwood, che vede tra gli interpreti, oltre a Clemente, ancora Julian Schnabel, e Sandro Chia, Georg Baselitz, David Salle e Markus Lüpertz.

Il principale riferimento commerciale e progettuale di Clemente negli ultimi anni è la Vito Schnabel Gallery, con sedi a New York e Saint Moritz, che lo rappresenta dal 2019. Dal loro primo incontro a oggi, Schnabel ha realizzato con Clemente cinque mostre personali tra New York, Saint Moritz e Los Angeles, culminate nel 2021 in Twenty Years of Painting: 2001–2021, allestita negli spazi dell'ex Ufficio Postale di Santa Monica - prima personale dell'artista a Los Angeles in vent'anni. Da ricordare anche la mostra Angelus Novus a New York nel 2023 e Travel Diary all'inizio del 2026, accompagnata da un catalogo dedicato ai sette anni di collaborazione tra i due, con un saggio di Joachim Pissarro e una conversazione tra Clemente e l'artista Kiki Smith. 

La moda come territorio d'arte: il caso Saint Laurent

Negli anni più recenti Clemente ha esplorato con coerenza il confine tra arte e industria della moda, rifiutando ogni collaborazione meramente decorativa a favore di interventi in cui la sua visione rimane intatta. Per la campagna estiva 2025 di Saint Laurent, il direttore creativo Anthony Vaccarello gli commissiona una serie di ritratti delle muse della maison: Zoë Kravitz, Isabella Ferrari e le modelle Penelope Ternes e Ajus Samuel. Non si tratta di fotografie di moda con un'inflessione artistica, ma di dipinti veri e propri: ogni opera ritrae la soggetta con un look della collezione primavera-estate 2025, traducendo giacche in broccato, camicette in pizzo con volant e abiti sartoriali in pennellate espressive ed eteree.

Veduta della mostra alla Triennale

Francesco Clemente: In Between Exhibition view Alba, 2024 Portrait of Zoë Kravitz, Saint Laurent Summer 25, Commissioned by AnthonyVaccarello, 2025 Foto /Photo Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano

Vaccarello racconta di aver scoperto il lavoro di Clemente negli anni Novanta e di aver immaginato immediatamente la propria collezione filtrata attraverso il suo uso poetico del colore. La campagna viene prodotta in collaborazione con la Vito Schnabel Gallery e ottiene vasta risonanza internazionale, venendo letta dalla stampa specializzata come un atto che ridefinisce il linguaggio della campagna di moda, sostituendo la documentazione fotografica con un'interpretazione pittorica autentica.

Il Clemente Bar: un affresco vivente nel cuore di Manhattan

Tra tutti i progetti recenti, quello che forse più sorprende per la sua originalità è la creazione di uno spazio fisico permanente a New York. Tutto nasce quando Daniel Humm, il celebre chef a capo dell'Eleven Madison Park, contatta Clemente con l'intenzione originaria di collaborare soltanto alla creazione di un singolo cocktail per il ristorante. Quella proposta si trasforma rapidamente in una partnership integrale, che porta all'apertura di un intero bar al piano superiore della sala da pranzo.

Il Clemente Bar apre il 10 ottobre 2024, al civico 11 di Madison Avenue, e diventa immediatamente uno dei luoghi più discussi della scena culturale newyorkese. La prima impressione che lo spazio offre è anche il suo capolavoro: un affresco monumentale dipinto direttamente da Clemente sul soffitto della tromba delle scale d'ingresso, affiancato da due murales che si dispiegano lungo il perimetro dell'area principale del bar. Si tratta della prima installazione permanente dell'artista nella città di adozione.

Foto del Celmente Bar

Clemente Bar, Photo by Justin Sisson

Clemente ha dichiarato di condividere con Humm un amore irragionevole per New York, e ha descritto il bar come un tributo alla città, sottolineando anche il valore simbolico del menu plant-based: le piante evocano abbondanza, rinnovamento e nonviolenza. Oltre ai murales di Clemente, lo spazio ospita lampade a forma di fungo progettate da Carsten Höller, mobili realizzati da Brett Robinson e un intervento architettonico firmato da Brad Cloepfil. Il programma dei cocktail, fedele alla filosofia dell'Eleven Madison Park, punta su una complessità a stratificazione progressiva e su un'eleganza formale che rispecchia il rigore del ristorante.

L'eredità e la posizione nell'arte contemporanea

A più di cinquant'anni dall'inizio della sua attività, Francesco Clemente continua a essere una figura centrale dell'arte contemporanea internazionale. Vive e lavora principalmente tra New York, l'India e il Nuovo Messico, mantenendo quella dimensione transnazionale che ha caratterizzato tutta la sua esistenza.

Se Basquiat ha incarnato l'energia della metropoli americana e Warhol il volto mediatico della società dei consumi, Clemente ha rappresentato una terza via: quella dell'esplorazione interiore. La sua opera ha contribuito a riportare nell'arte contemporanea temi come il mito, la spiritualità, il viaggio e la ricerca del sé, dimostrando che la pittura poteva ancora essere uno strumento per indagare i territori più profondi dell'esperienza umana. Il bar che porta il suo nome a Manhattan, gli affreschi dipinti direttamente sulle pareti di spazi pubblici, i ritratti commissionati dalle grandi maison della moda: tutti questi episodi recenti parlano di un artista che non ha mai smesso di abitare il presente, portando il suo sguardo nomade ovunque la forma abbia qualcosa da dire.

L'attualità in Italia: da Triennale Milano alla grafica di Urbino

Anche il 2026 si configura come un anno di grande ritorno di Clemente nel proprio paese. Dal 29 maggio al 6 settembre 2026 Triennale Milano ospita Francesco Clemente: In Between, curata da Francesca Pietropaolo con Robert Storr, in partnership con la Vito Schnabel Gallery: si tratta della prima grande retrospettiva in un'istituzione pubblica italiana dedicata all'artista in oltre quindici anni - l'ultima era stata quella al Museo MADRE di Napoli nel 2009 - e della prima che Milano gli dedichi su questa scala.

Veduta della mostra alla Triennale

Francesco Clemente: In Between Exhibition view Self-Portrait as St. John, 2011 Portrait of Ajus Samuel, Saint Laurent Summer 25, Commissioned by Anthony Vaccarello, 2025 Winter Flowers in Spring II, 2025 A Poppy Heavy with Its Fruits and The Rain of Spring 3-2-2021, 2021 Foto /Photo Delfino Sisto Legnani- DSL studio © Triennale Milano

La mostra riunisce circa settanta opere che coprono oltre cinquant'anni di pratica, dagli autoritratti delle origini agli acquerelli e agli affreschi più recenti, con prestiti dal Virginia Museum of Fine Arts e dalla Peter Marino Art Foundation, affiancati da lavori dallo studio dell'artista, incluse opere inedite e nuovi dipinti. Il percorso è liberamente cronologico e privilegia le corrispondenze e le risonanze tra tempi e geografie piuttosto che la progressione lineare. Tra le presenze più significative, per la prima volta dal 1982 - quando furono inclusi nella mostra Zeitgeist al Martin-Gropius-Bau di Berlino - vengono riuniti i tre dipinti fondamentaliMy House, My Parents e My Journey. La mostra include anche il ritratto di Zoë Kravitz realizzato per Saint Laurent, segnalando come la committenza di moda e il percorso artistico autonomo si intreccino senza soluzione di continuità. In occasione della mostra, l'11 giugno 2026 il teatro di Triennale ospita Albainclemente, spettacolo scritto e interpretato da Alba Clemente, attrice e moglie dell'artista, con la regia di Guido Torlonia.

Pochi giorni prima, il 3 giugno 2026, Clemente è stato protagonista di un evento che riannoda i fili della sua storia con la grafica italiana. L'Accademia di Belle Arti di Urbino, in sinergia con l'Università degli Studi "Carlo Bo", gli ha conferito il Sigillo delle Arti 2026 - onorificenza già assegnata a figure come Werner Herzog, Emilio Ambasz, Charles Ray, Emilio Isgrò e Marco Bellocchio, e definita dall'Accademia stessa come un riconoscimento del tutto originale e inedito nel panorama istituzionale italiano.

Francesco Clemente

Francesco Clemente

La presenza dell'artista a Urbino è legata a un progetto concreto: la realizzazione di una grafica d'arte originale presso il 2RCABAU – Centro Internazionale della Grafica d'Arte, che rinnova una collaborazione quarantennale con la storica stamperia 2RC, un legame artistico e umano che ha attraversato generazioni e rappresenta uno dei capitoli più significativi della grafica d'arte contemporanea italiana. 

Principali collezioni pubbliche: Museum of Modern Art, New York; Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Metropolitan Museum of Art, New York; Tate Collection, Londra; Kunstmuseum, Basilea; Art Institute of Chicago; Galleria degli Uffizi, Firenze (Corridoio Vasariano); Museo MADRE, Napoli.


Pubblicato il 11/06/2026dalla Redazione

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