MAGAZINE · Grandi Artisti

Gerhard Richter. Dipingere attraverso il dubbio

Gerhard Richter è considerato da critica e mercato il più importante pittore vivente: un artista che ha attraversato sessant'anni di storia dell'arte senza mai smettere di interrogare il senso stesso della pittura, oscillando tra iperrealismo fotografico e astrazione pura con una coerenza intellettuale fuori dal comune. Di recente è stato protagonista di una grande retrospettiva alla Fondazione Louis Vuitton di Parigi.

Gerhard Richter, Lilak, 1982 (CR 494) Oil on canvas, 2 parts 260 x 200 cm each | Fondation Louis Vuitton, Paris | © Gerhard Richter 2025 Photo credit: © Primae / Louis Bourjac

Nato a Dresda nel 1932, la sua opera è oggi presente nei maggiori musei del mondo, e in Italia in misura tutt'altro che marginale. È la grande retrospettiva che la Fondazione Louis Vuitton di Parigi gli ha dedicato tra l'autunno 2025 e la primavera 2026 ad averlo rimesso al centro dell'attenzione anche del grande pubblico europeo: uno spunto per ripercorrere la storia di un artista la cui grandezza non è mai del tutto scontata, nemmeno per chi la conosce.

Le origini: Dresda, la Sassonia, la doppia dittatura

Gerhard Richter nasce a Dresda il 9 febbraio 1932, figlio di Horst Richter, insegnante, e di Hildegard Schönfelder. Trascorre l'infanzia nella campagna dell'Alta Lusazia (Oberlausitz), tra i villaggi di Reichenau e Waltersdorf, dove la famiglia si trasferisce durante la guerra. La vicenda familiare, che l'artista ricostruirà con precisione soltanto in età matura, è profondamente segnata dalle tragedie del Novecento tedesco: la sorella della madre, Marianne Schönfelder, fu vittima del programma nazista Aktion T4 di eutanasia dei malati mentali e morì nel 1945; un fratello del padre, Rudolf, ufficiale della Wehrmacht, cadde al fronte pochi mesi dopo l'inizio della guerra. Il padre della sua prima moglie, il medico Heinrich Eufinger, era stato invece membro delle SS. Anni dopo, quando questi dati riemergeranno dagli archivi, Richter dipingerà sia lo zio Rudolf (Onkel Rudi, 1965) sia la zia Marianne (Tante Marianne, 1965), senza mai commentare in pubblico la trama biografica sottesa a quelle opere.

Nel dopoguerra Dresda è una città distrutta dai bombardamenti alleati del febbraio 1945 e passata sotto la sfera d'influenza sovietica. Richter lascia la scuola a sedici anni; lavora come apprendista pittore di scena e di cartelloni pubblicitari a Zittau, poi si iscrive alla Hochschule für Bildende Künste di Dresda, dove studia dal 1951 al 1956. La formazione è interamente calibrata sul realismo socialista, la dottrina artistica ufficiale della Repubblica Democratica Tedesca. Il diploma consiste in un grande murale per il Deutsches Hygiene Museum di Dresda, realizzato secondo i canoni dell'estetica di regime. L'accademia gli assegna una menzione d'onore e uno studio per tre anni. Nel 1957 sposa Marianne (Ema) Eufinger.

Documenta 2, la fuga, Düsseldorf

La svolta arriva nel 1959, con un viaggio a Kassel per visitare documenta 2, la seconda edizione della grande rassegna internazionale d'arte contemporanea. È lì che Richter vede per la prima volta l'arte occidentale del dopoguerra dal vivo, e resta folgorato in particolare da Jackson Pollock, Jean Fautrier e Lucio Fontana. Ai suoi curatori dichiarerà anni dopo di aver capito, in quell'occasione, che «c'era qualcosa di sbagliato nella mia maniera di pensare»: in quei lavori percepiva «l'espressione di un contenuto completamente nuovo e diverso». La libertà formale dell'arte occidentale, e il modo in cui Fontana, in particolare, trattava la superficie pittorica come materia da lacerare, gli mostrarono quanto fossero angusti gli spazi di manovra offerti dal realismo socialista.

La decisione di lasciare la RDT matura in quei mesi. Nel marzo 1961 Richter compie insieme a Ema un viaggio turistico a Mosca e Leningrado: sulla via del ritorno il treno fa sosta a Berlino Ovest e lui scende, deposita il bagaglio più pesante nel deposito della stazione, torna a Dresda a prendere la moglie. Pochi giorni dopo, arrivati a Berlino Est, prendono la metropolitana per Berlino Ovest e si dichiarano rifugiati politici. È il 6 aprile 1961: mancano pochi mesi alla costruzione del muro (13 agosto 1961), che avrebbe reso impossibile la fuga. Consigliato da un amico già residente in Occidente, Richter sceglie Düsseldorf e si iscrive alla Staatliche Kunstakademie della città, che allora era uno dei centri più vivaci d'Europa: insegnavano Karl Otto Götz, e da lì a poco vi sarebbe arrivato Joseph Beuys. Tra i suoi compagni di corso Richter conosce Sigmar Polke, Konrad Lueg (che più tardi, con il nome di Konrad Fischer, sarebbe diventato uno dei più importanti galleristi europei) e Blinky Palermo. Sono gli anni della sua vera formazione, che rifonda dalle basi.

1963: il «Realismo capitalista» e i primi foto-quadri

Nel maggio 1963, insieme a Polke, Lueg e Manfred Kuttner, Richter organizza a Düsseldorf, nei locali di un mobilificio di via Kaiserstraße, la manifestazione Leben mit Pop - Eine Demonstration für den kapitalistischen Realismus, "Vivere con la Pop - Una dimostrazione per il realismo capitalista". Il titolo, ironico, contrappone al realismo socialista la nuova realtà della società dei consumi occidentale. È l'atto di nascita di un movimento di breve durata ma di grande importanza teorica, che è stato letto come la versione tedesca della Pop Art. In quello stesso anno Richter comincia a dipingere quello che diventerà il primo grande filone della sua opera: i foto-quadri, ovvero dipinti a olio che riproducono con precisione fotografie tratte da giornali, riviste, cataloghi familiari, ma sottoposte a un'operazione decisiva: la sfocatura. Con un pennello morbido, mentre il colore è ancora fresco, Richter passa sulla superficie e sfuma i contorni, producendo un'immagine che è nello stesso tempo perfettamente riconoscibile e programmaticamente incerta. La fotografia diventa così non un modello da riprodurre, ma una fonte di dubbio: l'immagine che dovrebbe garantire la certezza del visibile viene resa, per mano dell'artista, misteriosamente instabile.

Sono di questa fase alcune delle sue opere più celebri: Tisch (1962), che l'artista numera come opera 1 del proprio catalogo ragionato; Onkel Rudi e Tante Marianne (entrambi 1965); Ema (Akt auf einer Treppe) (1966), grande nudo della moglie che scende le scale, esplicito omaggio al Nu descendant un escalier di Marcel Duchamp; Acht Lernschwestern (1966), otto foto-ritratti a olio di infermiere assassinate a Chicago che ricordano da vicino, tematicamente, i Death and Disaster di Andy Warhol dello stesso periodo, ma trattati con una freddezza pittorica ben diversa; Domplatz, Mailand (1968), di cui parleremo più avanti nella sezione italiana.

Tavole cromatiche, Grigi, Astratti: gli anni Settanta e Ottanta

Alla fine degli anni Sessanta Richter apre due nuovi versanti di ricerca, entrambi radicali e apparentemente distanti dai foto-quadri. I primi sono le Farbtafeln (Tavole cromatiche, dal 1966), grandi tele suddivise in una griglia di quadrati colorati disposti secondo criteri progressivamente più aleatori, che culmineranno in 1024 Farben (1973) e 4900 Farben (2007). Sono opere in cui l'artista si tira apparentemente indietro dalla scelta (il colore è il risultato di combinazioni casuali del sistema RAL - standard internazionale di codifica dei colori creato in Germania nel 1925) ma che di fatto pongono al centro il rapporto tra scelta e caso, tra ordine e neutralità. I secondi sono i Grau (Grigi, dai primi anni Settanta), monocromi in tonalità di grigio ottenuti con pennellate uniformi, che l'artista descriverà come una registrazione di «indifferenza, rifiuto di affermare, nessuna opinione, nessuna forma».

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Gerhard Richter, 4900 Farben, 2007 - Lacquer on Alu Dibond, 196 panels 48,5 x 48,5 cm each | Fondation Louis Vuitton, Paris © Gerhard Richter 2025 | Photo credit: © Primae / Louis Bourjac

Nel 1972 Richter rappresenta la Repubblica Federale Tedesca alla Biennale di Venezia con l'installazione 48 Portraits: 48 ritratti a olio di scrittori, filosofi, scienziati e compositori del passato (tra cui Giacomo Puccini), dipinti da fotografie in bianco e nero. Non compare un solo politico, un solo militare, un solo artista visivo: la scelta è una specie di pantheon laico della cultura europea. Con quell'installazione, che nel 2015 sarebbe entrata a far parte della collezione della Nationalgalerie di Berlino, Richter conquista definitivamente un posto sulla scena internazionale.

La stagione degli Abstraktes Bild, gli astratti, si apre pienamente nei primi anni Ottanta. Dopo alcune esplorazioni informali degli anni Settanta, Richter mette a punto il procedimento che diventerà la sua cifra più celebre: applica il colore sulla tela con la spatola (il Rakel, una grande racla di legno o plexiglass), poi lo raschia, lo trascina, sovrappone strati che rimescolano e cancellano quelli precedenti. Il risultato sono superfici stratificate, in cui il colore emerge e si ritira, dove il caso e il controllo dell'artista si contendono ogni centimetro della tela. Il 1986 è l'anno della svolta: Richter comincia a produrre gli Abstraktes Bild di grandi dimensioni che diventeranno il cuore del suo lavoro degli ultimi trent'anni.

18 Ottobre 1977, Betty, Birkenau: la memoria come dubbio

Nel 1988 Richter completa un ciclo di quindici tele dal titolo 18. Oktober 1977. La data si riferisce al giorno in cui i tre principali esponenti della Rote Armee Fraktion - Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe - furono trovati morti nelle loro celle del carcere di Stammheim, ufficialmente suicidi. Le tele, tutte in tonalità di grigio e ottenute a partire da fotografie della polizia, ritraggono gli arresti, i cadaveri, i funerali, oggetti trovati nelle celle. Il ciclo, che è forse il più discusso della sua opera, non prende posizione politica: non celebra i terroristi né li condanna, non giudica la versione ufficiale né le teorie del complotto. Registra un evento che aveva diviso la Germania e lo consegna alla pittura, nella convinzione che la pittura sia l'unico linguaggio capace di tenere insieme la contraddizione. Nel 1995 il Museum of Modern Art di New York acquisisce l'intero ciclo.

Sul versante opposto, quello dell'intimità familiare, Richter continua a dipingere ritratti dei suoi cari con la stessa tecnica dei foto-quadri. Nel 1988 dipinge Betty, ritratto della figlia nata dalla prima moglie Ema: la ragazza è girata di tre quarti, guarda verso l'esterno del quadro, in un'immagine che è diventata una delle icone della sua opera ed è oggi al Saint Louis Art Museum. Nel 1995 la seconda moglie, la scultrice Isa Genzken (sposata nel 1982, dopo il divorzio da Ema), si separa da lui; nel 1995 Richter sposa Sabine Moritz, già sua studentessa e madre dei suoi tre figli minori.

Nel 2007 Richter completa la vetrata sud del transetto della cattedrale di Colonia, l'edificio gotico più celebre della Germania: una vetrata di 106 metri quadrati composta da circa 11.500 quadrati di vetro colorato disposti secondo un ordine casuale, che riprende il principio delle Farbtafeln traducendolo in un elemento architettonico. L'opera divise la Chiesa, con l'arcivescovo Meisner che la giudicò «più adatta a una moschea» per l'assenza di ogni riferimento figurativo, e ha finito per essere una delle attrazioni più visitate della città. Nel 2014 arriva un altro ciclo capitale, Birkenau: quattro grandi tele astratte realizzate a partire da fotografie clandestine scattate nel 1944 da un membro del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, immagini che Richter aveva tenuto con sé per decenni senza sapere come affrontarle pittoricamente. Aveva provato prima la strada del foto-quadro fedele; poi, insoddisfatto, aveva raschiato tutto e coperto le tele di stratificazioni astratte grigie, nere, rosse, verdi. Le quattro tele di Birkenau sono oggi in deposito permanente al Reichstag di Berlino.

Gerhard Richter, Birkenau, 2014

Gerhard Richter, Birkenau (937-1), olio su tela, 200 x 260 cm, 2014

Richter e l'Italia: da Fontana a Piazza del Duomo al Centro Pecci

Il rapporto tra Richter e l'Italia comincia, come si è visto, con la folgorazione per Lucio Fontana a documenta 2 nel 1959, ed è poi punteggiato da una serie di episodi importanti che rendono l'artista tedesco tutt'altro che un ospite occasionale nel nostro Paese. Nel 1966 si tiene la sua prima mostra commerciale italiana, alla Galleria La Tartaruga di Roma di Plinio De Martiis, la stessa galleria che aveva lanciato la Scuola di Piazza del Popolo. Nel 1968 riceve la commissione che avrebbe prodotto il capolavoro più direttamente legato all'Italia: Domplatz, Mailand (Piazza del Duomo, Milano), voluto dalla Siemens Elettra per gli uffici milanesi dell'azienda. È il più grande foto-quadro figurativo mai realizzato da Richter fino a quel momento (oltre 2,7 metri per lato) e ritrae la Piazza del Duomo vista dall'alto, con la mole della cattedrale e la Galleria Vittorio Emanuele II. L'opera rimane per trent'anni negli uffici Siemens; poi, nel 1998, viene venduta all'asta da Sotheby's Londra e passa nelle mani della famiglia Pritzker, che la espone al Park Hyatt di Chicago. Nel maggio 2013 Sotheby's a New York la ribatte all'asta per 37,1 milioni di dollari, all'epoca il prezzo più alto mai raggiunto in asta da un artista vivente.

Negli anni Settanta e Ottanta Richter espone regolarmente in Italia, con una rete di galleristi tra i più importanti della scena nazionale: Il Naviglio a Milano, Lucio Amelio a Napoli, La Bertesca a Genova, Renzo Spagnoli a Firenze, Mario Pieroni a Roma, lo Studio Marconi a Milano. Del 1973 è il ciclo dedicato a Tiziano, presentato per la prima volta alla Bertesca di Genova nel dicembre di quell'anno e poi incluso nella rassegna La ripetizione differente allo Studio Marconi di Milano nell'ottobre del 1974: opere in cui Richter dipinge da fotografie della Vergine annunciata di Tiziano conservata a Venezia, in un dialogo con la grande tradizione veneta filtrato dal foto-quadro. Sempre nel 1973 partecipa a Contemporanea, la rassegna internazionale organizzata da Achille Bonito Oliva nel Garage di Villa Borghese a Roma, con Alpen (Stimmung) del 1969. Nel 1982 è protagonista di una personale al Padiglione d'Arte Contemporanea (PAC) di Milano, e nel 1996 di un'altra al MUSEION di Bolzano.

Ma la mostra italiana più importante mai dedicata a Richter è quella organizzata dal Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato tra l'ottobre 1999 e il gennaio 2000, curata da Bruno Corà: una retrospettiva ordinata cronologicamente che riuniva oltre sessanta dipinti e più di seicento tavole della raccolta di fotografie e disegni Atlas, il grande archivio visivo dell'artista, cominciato negli anni Sessanta e ancora in corso. La rassegna, che si apriva con la Große Sphinx von Gise (1964) e comprendeva Onkel Rudi, Acht Lernschwestern, i paesaggi corsi degli anni Sessanta, gli Stadtbilder, molti Abstraktes Bild, ricevette il plauso di tutta la critica internazionale. Fu in quell'occasione che Richter donò al Centro Pecci un'edizione speciale di Onkel Rudi, oggi in comproprietà con il Comune di Prato.

Gerhard RIcher al Centro Pecci

Centro Pecci - Works by Gerhard Richter, exhibition view, photo © Carlo Fei

Numerose collezioni pubbliche italiane conservano opere dell'artista. Il MAXXI di Roma possiede Stadtbild Sa (1969); il Castello di Rivoli ha in deposito 256 Farben; la Nationalgalerie di Berlino, come si è detto, ha acquisito 48 Portraits. Tra le collezioni private italiane spiccano quelle di Giuliano Gori alla Fattoria di Celle di Pistoia e della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino. Del 2010 è la mostra Gerhard Richter e la dissolvenza dell'immagine nell'arte contemporanea, allestita al Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Palazzo Strozzi a Firenze, che ha messo in dialogo l'opera del tedesco con quella di artisti più giovani ispirati dalla sua ricerca.

Il mercato: uno dei pittori più costosi al mondo

Il rapporto tra Richter e il mercato dell'arte è a suo modo un altro paradosso della sua carriera: l'artista più teorico e più dubbioso della sua generazione è anche uno dei più venduti al mondo. Il record d'asta attuale è del 10 febbraio 2015: da Sotheby's a Londra un Abstraktes Bild del 1986 (CR 599), 300,5 x 250,5 centimetri, è stato aggiudicato per 30,4 milioni di sterline (circa 46,3 milioni di dollari), diventando l'opera più costosa mai venduta all'asta da un artista europeo vivente. Nel maggio 2022 un altro Abstraktes Bild, del 1994, ha raggiunto 38,2 milioni di dollari da Christie's a New York. Sei delle dieci opere più costose di Richter passate all'asta appartengono alla serie degli astratti, ma l'unica opera figurativa nella top ten è proprio Domplatz, Mailand. Richter stesso, interrogato sulla vertigine dei prezzi delle sue opere, ha commentato in un'intervista al Phaidon: «È assurdo come la crisi bancaria: è impossibile da capire ed è sciocco».

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Gerhard Richter, Abstraktes Bild (1986). Stima £20mn © Sotheby's

L'attualità: la retrospettiva alla Fondation Louis Vuitton

La grande retrospettiva della Fondation Louis Vuitton di Parigi, aperta dal 17 ottobre 2025 al 2 marzo 2026 e curata da Dieter Schwarz e Nicholas Serota, è stata la più ampia mai dedicata a Richter dopo la retrospettiva del 2012 che aveva toccato Tate Modern di Londra, Nationalgalerie di Berlino e Centre Pompidou di Parigi in occasione degli ottant'anni dell'artista. La mostra parigina ha occupato tutte le trentaquattro sale del museo di Frank Gehry al Bois de Boulogne, distribuite su quattro livelli, con oltre 270 opere che coprono l'intero arco della carriera dell'artista, dal 1962 al 2024: dipinti a olio, sculture in vetro e acciaio, disegni a matita e inchiostro, acquerelli, fotografie sovradipinte. Ordinata cronologicamente, la rassegna è stata pensata come una sorta di riepilogo definitivo, tanto più significativo quanto più l'artista si è ormai avvicinato ai novant'anni. Il catalogo, curato dagli stessi Schwarz e Serota, è pubblicato dall'editore Citadelles & Mazenod.

Installation view mostra Richter a Parigi

Installation view: Gerhard Richter, © Fondation Louis Vuitton

La mostra di Parigi è il capitolo più recente di un dialogo che dura da oltre dieci anni: Richter era stato tra i protagonisti della presentazione inaugurale della Fondation Louis Vuitton, nel 2014, con un gruppo di opere della collezione, e da allora la Fondation ha continuato ad acquisirne. Il fatto che questa istituzione, una delle più giovani e ambiziose d'Europa, abbia scelto Richter come proprio interlocutore privilegiato dopo Basquiat, Joan Mitchell, Mark Rothko e David Hockney, conferma in modo eloquente che la sua posizione, tra gli artisti viventi, resta senza rivali.

Se una lezione emerge dal ripercorrere sessant'anni di lavoro, è forse questa: che tutta la pittura di Richter si è costruita su un principio di sospensione. Non tra figurazione e astrazione, come spesso si dice: la sua opera figurativa è sempre già astratta nella sfocatura, e la sua opera astratta è sempre già figurativa nella stratificazione di immagini che sotto la spatola sono state cancellate. La sospensione è quella tra il dipingere e il dubitare del dipingere. È ciò che ha permesso a un uomo cresciuto sotto due dittature, il nazismo e la RDT, di fare della pittura il luogo dove le certezze si posano, ma non si fissano mai. Dipingere attraverso il dubbio, e non malgrado esso.

Gerhard Richter

Gerhard Richter, Jindřich Nosek (NoJin), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Principali collezioni pubbliche: Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf; Nationalgalerie, Berlino (comprende il deposito a lungo termine di oltre 100 opere e le quattro tele di Birkenau); Museum Ludwig, Colonia; Albertinum, Dresda; Tate Modern, Londra; Museum of Modern Art, New York (comprende il ciclo 18. Oktober 1977); Centre Pompidou, Parigi; Saint Louis Art Museum, Saint Louis (Betty); Fondation Louis Vuitton, Parigi; MAXXI, Roma; Castello di Rivoli, Torino.

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Pubblicato il 11/08/2026dalla Redazione


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