È una narrazione efficace, e in larga misura fondata, ma anche una semplificazione, che rischia di cancellare, almeno nella percezione dei non addetti al lavori, una realtà molto più articolata e interessante.
Dopo aver dedicato singoli approfondimenti ad alcuni protagonisti di quella stagione - Francesco Clemente, Jean-Michel Basquiat, Mario Schifano - proviamo qui ad allargare lo sguardo a un intero passaggio della storia dell'arte, che ci ha lasciato artisti ancora oggi molto popolari, senza pretese critiche che non ci competono, ma ricostruendo un po' di storia poco nota al grande pubblico che frequenta le mostre.
Partiamo quindi da una domanda tutt'altro che scontata: la pittura era davvero scomparsa negli anni Settanta? E a chi spetta, se davvero spetta a un solo movimento o artista, la "primogenitura" del suo ritorno? La riflessione ci è sembrata interessante per la circostanza della chiusura, tra pochi giorni, della mostra Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi, al Palazzo delle Albere di Trento, che ci ha ispirato nel pubblicare un approfondimento su questa stagione artistica, mettendo in fila fatti, artisti e suggestioni.
La Transavanguardia: una data precisa e un critico geniale
Cominciamo dai fatti certi e consolidati. Il termine "Transavanguardia" compare per la prima volta in un saggio di Achille Bonito Oliva pubblicato sulla rivista Flash Art nell'autunno del 1979, nei numeri 92-93 di ottobre-novembre. In quel testo il critico napoletano raggruppa un ristretto nucleo di giovani artisti italiani - Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino - accomunati dalla ripresa delle tecniche tradizionali (pittura, disegno, scultura) e dal rifiuto della concezione lineare ed evolutiva tipica delle avanguardie storiche. Il nome stesso alludeva al "andare oltre" le avanguardie, con la libertà di muoversi a ritroso nel passato e in avanti nel futuro, in una dimensione dichiaratamente nomade.

Sandro Chia (1946), Lightstruck, 1983-1984, olio su cartone pressato - Mart, Deposito collezione privata. Dalla mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi", al Palazzo delle Albere di Trento - Foto di Itinerarinellarte.it
La forza dell'operazione di Bonito Oliva fu anche, e forse soprattutto, teorica e mediatica: prima di essere citati insieme nel suo intervento, i cinque artisti non avevano mai lavorato come gruppo (anche se alcuni di loro aveva esposto insieme in gallerie come Mazzoli a Modena), e provenivano da percorsi differenti. L'articolo ebbe la funzione di legittimarne l'unione. Non a caso lo studioso Denis Viva ha intitolato il suo studio più recente sul fenomeno, edito da Quodlibet nel 2020, La critica a effetto. Il successo internazionale arrivò rapidamente e trovò un momento decisivo nella partecipazione alla Biennale di Venezia del 1980.
Su un punto è importante essere chiari, per non cadere nell'errore opposto: il merito storico della Transavanguardia, quello di aver riportato la pittura italiana al centro del dibattito internazionale, in quello che fu forse l'ultimo grande momento di visibilità mondiale dell'arte del nostro paese nel Novecento, è ampiamente riconosciuto e non è in discussione. Ciò che merita di essere raccontato è il contesto: la pittura non era un territorio deserto in cui la Transavanguardia si affacciò per prima, ma un ambito nel quale erano già emerse esperienze e ricerche diverse.
I precursori: Salvo, alla pittura dal 1973
Un caso particolarmente significativo, anche sul piano cronologico, è quello di Salvo (Salvatore Mangione, Leonforte 1947 – Torino 2015). Formatosi a Torino nell'orbita della galleria di Gian Enzo Sperone, nello stesso ambiente dell'Arte Povera, di cui frequentava i protagonisti (Merz, Paolini, Pistoletto, Zorio, Penone), Salvo condivise addirittura lo studio con Alighiero Boetti. Negli anni Sessanta e nei primissimi Settanta attraversa una fase concettuale fatta di manipolazioni fotografiche, autoritratti, "tricolori" al neon e delle celebri lapidi in marmo con iscrizioni incise. Nel 1972 è invitato a Documenta 5 di Kassel, la vetrina più autorevole dell'arte concettuale del tempo....leggi il resto dell'articolo»

Salvo (1947-2015), San Giovanni degli Eremitani, 1980, olio su tela - Collezione Antonio Colombo, Milano. Dalla mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi", al Palazzo delle Albere di Trento - Foto di Itinerarinellarte.it
E proprio l'anno successivo, nel 1973, sei anni prima del saggio di Bonito Oliva, che Salvo compie quella che molti fonti e saggi critici concordano nel definire una svolta significativa: il ritorno alla pittura con le tecniche tradizionali, che non abbandonerà mai più. Comincia con gli autoritratti e con i d'après dai maestri classici, dedicandosi poi a temi come San Giorgio e il drago o San Martino e il povero, con quella gamma cromatica luminosa e favolistica che diventerà la sua cifra. Nel 1973 tiene la sua personale alla John Weber Gallery di New York.
Che si trattasse di una scelta radicale e controcorrente lo dice meglio di ogni analisi una battuta dello stesso Salvo, che amava ricordare come nel 1973 dipingere un fiore fosse più scandaloso che fare pipì in mezzo alla galleria. La frase restituisce bene il clima del periodo: tornare alla figurazione nel pieno dell'egemonia concettuale era un atto quasi provocatorio. Non stupisce che quel ritorno gli attirasse a lungo le ostilità ideologiche del mondo artistico italiano, mentre il riconoscimento gli arrivava prima dall'estero, con le antologiche di Essen (1977), Gand (1982) e Lucerna (1983). Tornando alla mostra di Trento, troviamo Salvo collocato tra i "Nuovi-nuovi", ma certamente ha una sua specificità individuale.
Ontani e Mariani: altri due pionieri
Salvo non è il solo a meritare un'attenzione particolare in questa ricostruzione. Ci sono altri due artisti italiani che venivano da esperienze nell'ambito dell'Arte Povera e dell'arte concettuale (nel caso di Ontani della Body art), e che erano tornati alla pittura prima della teorizzazione della Transavanguardia: Luigi Ontani e Carlo Maria Mariani.

Luigi Ontani (1943), Angeliko man Kauffmann caffé, 1980-1986, olio su tavola - Mart, Deposito a lungo termine. Dalla mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi", al Palazzo delle Albere di Trento - Foto di Itinerarinellarte.it
Luigi Ontani (Vergato, 1943), anch'egli rappresentato da Gian Enzo Sperone, gallerista di riferimento dell'Arte Povera, è negli anni Settanta uno dei protagonisti della Body art italiana, noto per i suoi tableaux vivants, performance fotografiche nelle quali l'artista si presenta mascherato nei panni di figure del mito, della storia e della letteratura, da Bacco a San Sebastiano fino a Pinocchio, realizzate tra il 1969 e la fine degli anni Ottanta. Già in queste opere, spesso costruite come d'après da Guido Reni e dai maestri antichi, emergono il gusto per la citazione storica e il recupero del mito che ritroveremo al centro della sensibilità postmoderna. Va precisato, per rispetto della cronologia, che gli acquerelli di Ontani, la sua produzione più propriamente pittorica, diventano centrali soprattutto dalla metà degli anni Ottanta. Il recupero della tradizione iconografica, nel suo caso, è però molto più precoce.
Carlo Maria Mariani (Roma, 1931 – New York, 2021) decide a metà degli anni Settanta di tornare alla pittura assumendo come modello l'ideale di bellezza neoclassica: imita, ripete, ricalca e talvolta "corregge" i maestri antichi. La sua non era un'operazione nostalgica, ma una pratica profondamente concettuale: davanti a un'opera di un maestro del passato, Mariani non voleva copiarla, ma diventare quel maestro, impersonarlo, riprodurne stile e tecnica per creare un'opera "nuova" di quell'autore. Lui stesso si definiva «pittore come storico dell'arte».

Carlo Maria Mariani (1931-2021), Senza titolo (Malinconia del pittore), 1985 - olio su tela - Mart, Collezione VAF-Stiftung. Dalla mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi", al Palazzo delle Albere di Trento - Foto di Itinerarinellarte.it
Il suo capolavoro, La costellazione del Leone (1981), oggi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, rappresentava la scena culturale romana del tempo come un'Arcadia mitologica: vi compaiono, tra gli altri, Ontani nei panni di Ganimede, Mario Merz come Ercole, il gallerista Sperone come Apollo e lo stesso Bonito Oliva nelle vesti di un imperatore romano. Attorno a Mariani si sarebbe poi raccolto il gruppo degli Anacronisti.
Lo scenario internazionale: chi la pittura non l'aveva mai lasciata
Allargando lo sguardo oltre i confini italiani, il quadro si fa ancora più chiaro. Il "ritorno alla pittura" degli anni Ottanta fu un fenomeno internazionale e simultaneo, di cui la Transavanguardia fu una delle manifestazioni, forse la più brillante sul piano teorico (e della comunicazione mediatica), ma non l'unica né la prima.
In Germania i cosiddetti Neue Wilden (i "nuovi selvaggi") riportavano la pittura a una dimensione espressiva e materica. Peraltro in quel paese diversi gli artisti non avevano mai davvero rinunciato alla pittura. Alcuni dei grandi maestri di quel periodo (alcuni dei quali sono stati protagonisti di recenti mostre anche in Italia), come Georg Baselitz, Markus Lüpertz, A.R. Penck, Jörg Immendorff e Anselm Kiefer, dipingevano in modo figurativo da ben prima della fine degli anni Settanta.

Penck A. R., Verteidigung (Defence), 1982 - Sonnabend Collection Mantova - Installation view - Foto di Itinerarinellarte.it
Negli Stati Uniti il neoespressionismo di Julian Schnabel e David Salle e la nuova figurazione di Eric Fischl si affermavano in parallelo alla vicenda italiana; la critica Marcia Tucker aveva già battezzato la tendenza, nel 1978, con la formula ironica di Bad Painting. In Francia, nel 1981, nasceva la Figuration Libre di Robert Combas e Hervé Di Rosa.
Il momento che "certifica" pubblicamente questo ritorno su scala internazionale non è italiano ma londinese: la mostra A New Spirit in Painting, tenuta alla Royal Academy of Arts di Londra nel 1981, curata da Christos Joachimides, Norman Rosenthal e Nicholas Serota. La rassegna riuniva trentotto artisti, tra cui Baselitz, Lüpertz, Schnabel e lo stesso Sandro Chia, accanto a "grandi vecchi" mai usciti dalla pittura come Francis Bacon, Willem de Kooning e, caso anomalo se si pensa alla pittura in senso tradizionale, Andy Warhol. È proprio la presenza di questi ultimi a raccontare la verità più semplice: la pittura figurativa non era mai morta. Era stata spinta ai margini del discorso critico dominante, ma artisti come Bacon o Hodgkin avevano continuato a lavorarci per tutto il decennio "concettuale". Vale la pena ricordare, per inciso, che questo grande ritorno internazionale ebbe un limite oggi molto discusso: le sue mostre-manifesto furono quasi esclusivamente maschili, e la stessa A New Spirit in Painting non includeva alcuna artista donna.
Il graffitismo e il neoespressionismo americano
Sul versante statunitense, il ritorno alla pittura assunse anche i panni della strada. Il graffitismo di Jean-Michel Basquiat e Keith Haring, nato dai muri e dalla metropolitana di New York, portò dentro le gallerie un'energia figurativa, gestuale e immediata che era l'esatto opposto della smaterializzazione concettuale. Basquiat, come abbiamo raccontato nel dettaglio in un articolo dedicato, trasformò il linguaggio del writing urbano in una pittura colta e politica, diventando in pochi anni una delle figure-simbolo del decennio.
Non è un caso che proprio a New York, nel 1984, il gallerista Bruno Bischofberger promuovesse le celebri tele "a quattro e a sei mani" firmate insieme da Andy Warhol, Basquiat e Francesco Clemente: un incontro che riuniva idealmente il padre della Pop Art, l'energia del graffitismo e la sensibilità visionaria della Transavanguardia italiana. Tre generazioni e tre continenti espressivi diversi, uniti dal ritorno del fare pittorico al centro della scena.

Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente a New York nel 1984 (foto di Beth Philipps, Courtesy Galerie Bruno Bischofberger, Zürich).
L'Italia degli anni Ottanta: una scena affollata di gruppi e di critici
Tornando in Italia, la vicenda del decennio è molto più ricca di quanto la sola etichetta "Transavanguardia" lasci intendere. Una delle apparenti contraddizioni di quegli anni fu che, in un'epoca di crescente individualismo, una parte importante delle esperienze artistiche venne ancora associata a gruppi di artisti, quasi sempre costruiti e promossi da critici che, come ha scritto il curatore Jean-Christophe Ammann, in Italia si confrontavano in vere e proprie "guerre di religione" per l'egemonia culturale.
Al fronte teorizzato da Bonito Oliva si contrapponeva quello del suo grande antagonista, il critico Renato Barilli, che insieme a Francesca Alinovi e Roberto Daolio raccolse un ampio e variegato gruppo di artisti sotto l'insegna dei Nuovi-nuovi. Il nome nacque da una mostra bolognese del marzo 1980, dal titolo Dieci anni dopo. I Nuovi-nuovi, concepita in continuità e in dialettica con l'Arte Povera, con l'aggettivo "nuovi" riferito proprio ai poveristi. Vi rientravano, tra gli altri, proprio Salvo, Luigi Ontani e Aldo Mondino: artisti accomunati, come recita il testo curatoriale della mostra trentina, dal desiderio di rimettere in gioco immagini e linguaggi del passato secondo prassi tipicamente postmoderne, con soluzioni che, a detta dello stesso Barilli, erano «intenzionalmente leggere, eleganti, deliziosamente arabescate», in contrasto con quelle «brutaliste, neoespressioniste» dei transavanguardisti. Barilli si era peraltro interessato alla nuova tendenza già con la mostra Ripetizione differente, allo Studio Marconi di Milano, nel 1974.
C'è poi la stagione degli Anacronisti, raccolti principalmente dal critico Maurizio Calvesi e noti anche come "pittura colta" o "citazionismo", che, seguendo l'esempio di Carlo Maria Mariani, affrontavano il passato attraverso un ritorno alla forma e alla composizione classica. La differenza con gli altri postmoderni era sottile ma precisa: dove i Nuovi-nuovi "ripetevano differentemente", marcando la distanza dai modelli, gli Anacronisti "ripetevano tautologicamente", omettendo di fatto le virgolette della citazione e cercando la massima aderenza ai maestri antichi. Tra i nomi del gruppo, oltre a Mariani, Stefano Di Stasio, Omar Galliani, Paola Gandolfi, Alberto Abate, Ubaldo Bartolini e Bruno d'Arcevia; il gruppo partecipò alle Biennali di Venezia del 1982 e 1984 e alla Quadriennale di Roma del 1986.
Nuovo Futurismo, Officina San Lorenzo e gli altri
La mappa non si esaurisce qui. Dalla sensibilità dei Nuovi-nuovi prende le mosse il Nuovo Futurismo, nato a Milano nel 1984 attorno alla Galleria Diagramma di Luciano Inga Pin, sempre con il sostegno critico di Barilli. Il movimento, che annovera artisti come Marco Lodola, Umberto Postal, Innocente, Gianni Cella, Dario Brevi e il duo Plumcake, guardava al "secondo Futurismo" di Balla e Depero e al suo sconfinamento nelle arti applicate, trasformando plexiglas, PVC, vetroresina e colori sintetici in oggetti luminosi e neo-pop vicini al design. Nella loro dimensione ludica e "minore", i Nuovi Futuristi anticiparono per certi versi soluzioni che sarebbero poi diventate globali con Jeff Koons o Takashi Murakami.

Marco Lodola (1955), Senza titolo, 1989, plexiglas - Collezione privata, Trento. Dalla mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi", al Palazzo delle Albere di Trento - Foto di Itinerarinellarte.it
Accanto ai grandi raggruppamenti orchestrati dai critici, il decennio produsse esperienze più isolate e per certi versi più pure. La più significativa fu quella dell'Officina San Lorenzo (o gruppo del Pastificio Cerere), a Roma: sei artisti coetanei - Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella e Marco Tirelli - che tra il 1973 e il 1981 avevano occupato gli spazi di un ex pastificio nel quartiere San Lorenzo, creando una comunità di lavoro. La loro novità, rispetto a tutti gli altri gruppi del decennio, era proprio l'assenza di un critico-mentore: si erano scelti tra loro. La loro ricerca, lontana dal citazionismo e concentrata sui materiali e su una tavolozza inizialmente scarna, li rende una delle vicende più originali e meglio invecchiate dell'intero decennio, anche se la loro introduzione sulla scena internazionale, avvenuta grazie alla mostra Ateliers organizzata da Bonito Oliva nel 1984, li ha a lungo fatti percepire, a torto, come una "seconda generazione" della Transavanguardia.
Il quadro si completa con altre sigle più effimere ma indicative del fermento teorico dell'epoca: il Magico Primario teorizzato da Flavio Caroli (con una mostra proprio a Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1980), che tentò l'ambiziosa costruzione di un gruppo europeo; e l'Astrazione Povera di Filiberto Menna (1982-1985), che in controtendenza rispetto al dilagare del neoespressionismo colorato e figurativo rivendicava il ritorno a un'astrazione rigorosa in bianco e nero, sotto il motto modernista "il meno è il più".
Mario Schifano: un pittore che non si era mai fermato
In questo panorama merita un posto a parte la figura di Mario Schifano, cui abbiamo dedicato un recente approfondimento specifico. Protagonista della Pop Art italiana e della Scuola di Piazza del Popolo già negli anni Sessanta, Schifano è l'esempio più eloquente dell'artista che alla pittura non aveva mai smesso di credere, attraversando indenne il decennio "concettuale" degli anni Settanta con la sua sperimentazione instancabile: dai monocromi ai paesaggi anemici, dai Paesaggi TV alla tela emulsionata. Negli anni Ottanta la sua vicenda torna a intrecciarsi con quella dei giovani protagonisti del decennio: nel 1977 è tra i primi artisti di rango ospitati da Emilio Mazzoli, il gallerista modenese che di lì a poco sarebbe diventato il punto di riferimento della Transavanguardia, e stringe un rapporto duraturo proprio con Achille Bonito Oliva. Il suo gesto pittorico più memorabile del decennio è del 16 maggio 1985, quando in piazza SS. Annunziata a Firenze, davanti a seimila persone e con Bonito Oliva a commentare al microfono, Schifano dipinge dal vivo La Chimera, un'unica opera di quattro metri per dieci: la dimostrazione plastica che la pittura poteva ancora essere evento, visione che si fa gesto davanti a tutti.

La Chimera di Mario Schifano (collezione privata), esposta al Mart in occasione della mostra "Etruschi del Novecento" - Foto di Itinerarinellarte.it
Anacronismi e discronie: la mostra di Trento
È esattamente questa complessità che la mostra Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi, in corso al Palazzo delle Albere di Trento fino al 6 settembre 2026, mette in scena. Promossa dal Mart e curata da Margherita de Pilati e Ivan Quaroni, la rassegna riunisce circa settanta opere di quasi cinquanta artisti, indagando quarant'anni di arte italiana attraverso la chiave del rapporto "anacronistico" con il tempo e con la storia.
Il percorso è organizzato proprio secondo le grandi correnti di cui abbiamo parlato: si apre con la Transavanguardia (Chia, Cucchi, Clemente, Paladino), prosegue con gli Anacronisti (Di Stasio, Galliani, Gandolfi, Mariani), i Nuovi-nuovi (Salvo, Ontani, Mondino) e i Nuovi Futuristi (Lodola, Postal, Innocente, Plumcake), per poi seguire i "corsi e ricorsi" del rapporto con la storia, il mito e l'iconografia sacra fino alle generazioni più recenti, con Francesco Vezzoli, Nicola Samorì, Guglielmo Castelli, Giulia Andreani, fino agli under 35. Tra le opere storiche esposte spiccano, non a caso, un San Giovanni degli Eremitani di Salvo del 1980 e un Io e lei a tavola di Clemente dello stesso anno, entrambi databili a quella soglia cruciale tra i due decenni.

Foto allestimento mostra "Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi". A sinistra opera di Sandro Chia, a destra opera di Mimmo Germanà (1944 - 1992) Meraviglia, 1987 - Foto di Itinerarinellarte.it
La tesi curatoriale sviluppa proprio il concetto che una parte significativa dell'arte italiana abbia scelto di lavorare "contro il proprio tempo", instaurando un rapporto irregolare e deliberatamente anacronistico con la storia. Una tesi che va a esemplificare la migliore risposta alla domanda da cui siamo partiti. Il "ritorno alla pittura" degli anni Ottanta non fu l'invenzione di un momento o di un singolo critico, ma l'affiorare in superficie di una corrente carsica che non aveva mai smesso di scorrere: quella di chi, come Salvo già nel 1973, o come Schifano lungo tutta la sua carriera, aveva capito che si poteva tornare a dipingere senza per questo rinunciare a essere pienamente contemporanei.
Anacronismi e discronie. Arte italiana dagli anni Ottanta ad oggi. Trento, Palazzo delle Albere, fino al 6 settembre 2026. A cura di Margherita de Pilati e Ivan Quaroni. Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

Pubblicato il 02/09/2026dalla Redazione
Riproduzione riservata.
È vietata la riproduzione, anche parziale, dei contenuti pubblicati su questo Magazine con qualsiasi mezzo, senza il preventivo consenso scritto ed esplicito dell'Editore, salvo quanto espressamente consentito dalla legge sul diritto d'autore.
Itinerarinellarte.it

itinerarinellarte.it è un sito che parla di arte in Italia coinvolgendo utenti, musei, gallerie, artisti e luoghi d'arte.