Si può dipingere il silenzio e dare una forma e una luce alla solitudine? Dopo avere visto le opere nella nuova importante mostra di Palazzo Roverella a Rovigo la risposta non può che essere affermativa. Una mostra dal respiro internazionale che, come sottolineato da Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cariparo, mira ad aprire nuovi filoni di ricerca ancora inesplorati su un artista a lungo dimenticato, Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916), che pure fu il più grande pittore danese della propria epoca.
Uno di questi temi, a cui è dedicata una sezione della mostra, è il rapporto tra Hammershøi e l'Italia, dove, come ricordato dal curatore Paolo Bolpagni, venne in tre occasioni, in due casi per soggiorni piuttosto lunghi. La prima volta il suo viaggio passò da Verona, Bologna, per poi girare la Toscana e di ritorno fermarsi a Padova per ammirare Giotto alla Cappella degli Scrovegni. Hammershøi non era tanto interessato al pieno Rinascimento e i suoi massimi interpreti, ma soprattutto ai "primitivi" (Giotto, Cimabue, Duccio), fino Masaccio e Masolino, il Beato Angelico, in sostanza non oltre la fine del Quattrocento.

Vilhelm Hammershøi - Doppio ritratto dell'artista e della moglie visti attraverso uno specchio, olio su tela, 1911 - collezione privata
Un secondo tema sviluppato dalla mostra di Rovigo è il suo rapporto con artisti del Nord a lui coevi, e con altri successivi, anche Italiani, che hanno certamente tratto una forte ispirazione dal suo lavoro. Hammershøi, che fu un enfant prodige (fu indirizzato allo studio della pittura fin dall'età di 8 anni) ebbe un grande successo in vita, a partire dalla Danimarca, per essere presto conosciuto e ricercato anche fuori dalla sua patria, in particolare in Germania, in Inghilterra, e quindi in Italia.
"Sono assolutamente convinto che un dipinto ha il miglior risultato, in termini cromatici, se ci sono meno colori." Vilhelm Hammershøi
Scene di interni con stanze vuote o in cui si scorge un'unica donna intenta in qualche faccenda domestica, ritratti di spalle, vedute urbane senza persone, che mostrano città colte nei soli elementi architettonici e da cui emerge un senso di svuotamento. Così il silenzio, il senso di incomunicabilità, anche all'interno dell'ambiente domestico, diventano protagonisti di un affascinante viaggio sottilmente inquietante, in cui il piano psicologico che si percepisce è sempre molto trattenuto, lontano da quell'Urlo del coetano Munch, in cui la necessità di comunicare i dolori e le umane angosce passava per l'uso potente del colore.

Vilhelm Hammershøi, Interno della chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma, 1902, Odense, Kunstmuseum Brandts © Kunstmuseum Brandts...leggi il resto dell'articolo»
Morto prematuramente nel 1916, ad appena 52 anni, due anni dopo la morte della madre, che tanto era stata presente ed aveva contato anche nella sua vita di artista, fu però ben presto dimenticato. Paolo Bolpagni individua la ragione di questo oblio nella sua estraneità ai movimenti artistici che ebbero grande visibilità in quegli anni, come il Simbolismo e il Post-Impressionismo, e alle nascenti Avanguardie.
Furono poi i registi Scandinavi come Bergman e Dreyer a riscoprire per primi le atmosfere e le rigorose geometrie degli interni rappresentati da Hammershøi (in mostra sono proiettate alcune scene tratte dal film Gertrud del 1964), mentre in Italia fu la Biennale di Venezia nel 1932 il suo ultimo passaggio in un ambito espositivo di rilievo.
Quella di Palazzo Roverella è quindi la prima mostra completa e antologica dedicata a Hammershøi in Italia, che, oltre ad esporre alcuni suoi splendidi dipinti, apre lo sguardo su altri artisti europei soprattutto coevi che, con sfumature diverse, praticarono una poetica basata sui temi del silenzio, della solitudine, delle città morte, dei "paesaggi dell'anima".

Hammershøi e i pittori del silenzio tra il nord Europa e l'Italia - foto di allestimento
I francesi Émile-René Ménard, Henri Duhem, Lucien Lévy-Dhurmer, Charles-Marie Dulac, Henri-Eugène Le Sidaner, Charles Lacoste e Alphonse Osbert, i belgi Fernand Khnopff, Georges Le Brun, Xavier Mellery, Charles Mertens e William Degouve de Nuncques, gli olandesi Jozef Israëls, Johan Hendrik Weissenbruch, Jan Jacob Schenkel e Bernard Blommers, lo svizzero Eugène Grasset, la svedese Tyra Kleen, i danesi Peter Vilhelm Ilsted, Carl Holsoe e Svend Hammershpi.
Tra questi gli italiani: Umberto Prencipe, Giuseppe Ar, Oscar Ghiglia, Vittore Grubicy de Dragon, Mario de Maria, Giulio Aristide Sartorio, Vittorio Grassi, Orazio Amato, Umberto Moggioli, Domenico Baccarini, Giuseppe Ugonia, Francesco Vitalini, Mario Reviglione, Pio Bottoni, Enrico Coleman, Napoleone Parisani, Raoul Dal Molin Ferenzona e Onorato Carlandi.
Per dare particolare evidenza a questo rapporto, il quadro scelto come copertina della mostra, dal titolo "Riposo" del 1905 (provenienza Musée d'Orsay di Parigi), in cui una donna viene ritratta di spalle, è esposto a fianco del dipinto di Oscar Ghiglia "Isa di spalle al pianoforte" del 1917-18.

Hammershøi e i pittori del silenzio tra il nord Europa e l'Italia - foto di allestimento
A completare il percorso espositivo, al piano inferiore, anche un omaggio a Hammershøi da parte di uno dei più interessanti fotografi contemporanei, lo spagnolo Andrés Gallego.
Per le altre informazioni relative alla fruizione della mostra prosegui la lettura con la scheda dell'evento.
Pubblicato il 20/02/2025
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Antonio Giuliani
Co-fondatore e attuale editore di Itinerarinellarte.it e Itinerarinelgusto.it, appassionato e collezionista di arte contemporanea, in qualità di fisico si è occupato di indagini micro-climatiche per la conservazione di manufatti artistici ed è tra gli autori di "La tomba di San Pietro: restauro e illuminazione della Necropoli Vaticana". edito da Electa. Dal 2017 coordina l'attività editoriale di questo magazine online e scrive di mostre d'arte moderna e contemporanea e di turismo dell'arte.
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