Man Ray. L'immagine come invenzione
Man Ray è stato pittore, fotografo, cineasta, oggettista, tipografo, disegnatore — e nessuna di queste definizioni lo esaurisce. Il 27 agosto prossimo cade il 136° anniversario della sua nascita, e l'Italia si appresta a celebrarlo con la più ampia retrospettiva mai dedicata all'artista nel nostro paese: dal 12 settembre la Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, presenta «Man Ray: tutto», uno dei grandi appuntamenti espositivi dell'autunno. È il terzo capitolo di un vero e proprio trittico italiano su Man Ray, che nell'arco di dodici mesi ha visto succedersi le mostre di Palazzo Reale di Milano e della Gió Marconi, sempre a Milano.
Nato Emmanuel Radnitzky a Filadelfia il 27 agosto 1890, morto Man Ray a Parigi il 18 novembre 1976, cinquant'anni fa esatti: dentro questi due nomi e queste due città sta buona parte della storia di un artista che ha trasformato la propria biografia in un continuo esercizio di reinvenzione. Se dovessimo cercare il tratto che lo distingue tra le figure fondatrici delle avanguardie del Novecento, sarebbe questo: la convinzione che l'arte non consista nel riprodurre il mondo, ma nell'inventare le immagini che poi il mondo assorbe. Fu il primo a usare la fotografia come un medium creativo a tutti gli effetti, non come strumento documentario; il primo a mettere in questione, con la stessa disinvoltura, la pittura, il cinema, l'oggetto d'uso quotidiano, il libro d'arte; l'artista dadaista americano che ha portato in Europa la libertà newyorkese, e il surrealista francese che ha reso globali le intuizioni di Duchamp.
Le origini: Filadelfia, Brooklyn, il nome inventato
Emmanuel Radnitzky nasce a Filadelfia, in Pennsylvania, da Melach e Manya Radnitzky, immigrati ebrei dall'Europa dell'Est. La famiglia si stabilisce a New York quando lui ha sette anni, nel quartiere di Williamsburg a Brooklyn. Il padre lavora nel settore tessile come sarto; la madre confeziona in casa vestiti per i figli, spesso ricavandoli da scampoli. Non è un dettaglio irrilevante: il gusto per il cucito, il collage, l'assemblaggio di elementi eterogenei, che sarà una costante della sua opera, nasce lì, dentro quelle stanze domestiche piene di stoffe.
Nel 1912 la famiglia decide di cambiare cognome in un più anonimo Ray, per attenuare la propria identità ebraica in un'America non priva di ostilità. Emmanuel, che in famiglia è soprannominato Manny, sceglie in quel momento il nome che porterà per il resto della vita. Man Ray non è dunque uno pseudonimo aggiunto in un secondo tempo, ma un atto di autofondazione: la prima delle sue invenzioni riguarda se stesso. È un dato biografico su cui l'artista tornerà per tutta la vita, coprendo con pudore quasi maniacale la propria origine, tanto che gli studiosi hanno cominciato a ricostruirla con precisione solo dopo la sua morte.
Dopo il liceo, Man Ray rinuncia a una borsa di studio in architettura e si iscrive alla Ferrer School di New York, un centro libertario di formazione artistica. Frequenta anche la galleria «291» di Alfred Stieglitz, il fotografo che nella New York degli anni Dieci sta introducendo l'arte europea più avanzata, di Picasso, Rodin, Matisse e Cézanne, e sta insieme rivendicando alla fotografia lo statuto di arte a tutti gli effetti. È da lì che tutto comincia.
New York e l'incontro con Duchamp
Nel 1915 Man Ray tiene la sua prima personale alla Daniel Gallery di New York, con opere ancora legate a un'estetica di derivazione cubista. Nello stesso anno, il collezionista Walter Conrad Arensberg gli presenta un giovane artista francese appena arrivato in America: Marcel Duchamp. È l'incontro decisivo. Tra i due nasce un'amicizia che durerà sessant'anni, fino alla morte di Duchamp nel 1968, e che sarà uno dei sodalizi più fertili della storia dell'arte del Novecento. Fu proprio Man Ray a fotografare Duchamp nei panni di Rrose Sélavy, il suo celebre alter ego femminile; e fu insieme a lui che nel 1916 fondò la Society of Independent Artists, e nel 1920 la Société Anonyme, prima istituzione dedicata alla diffusione dell'arte moderna negli Stati Uniti, promossa insieme a Katherine Dreier.
È in questi anni newyorkesi che nascono i primi «oggetti d'affezione», assemblaggi in cui un oggetto quotidiano viene sottratto alla sua funzione e trasformato in enigma visivo, e tra questi The Enigma of Isidore Ducasse (1920), una macchina da cucire avvolta in una coperta e legata con una corda: una citazione visiva del celebre «incontro fortuito su un tavolo anatomico di una macchina da cucire e di un ombrello» del Canto sesto dei Canti di Maldoror di Lautréamont, uno dei manifesti del futuro Surrealismo. Man Ray dimostra da subito una capacità rara: quella di tradurre in forma visiva un'intera atmosfera culturale, un modo di pensare l'immagine come cortocircuito tra parole e cose.

Man Ray L'Énigme d'Isidore Ducasse, 1920-1971 Macchina per cucire avvolta in una coperta Sewing machine wrapped in a blanket Edition of 10, Galleria Schwarz, Milan 1971 45 x 58 x 23 cm © Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026...leggi il resto dell'articolo»
Parigi 1921: la nascita del fotografo
Nel luglio del 1921 Man Ray sbarca a Parigi. Lo accoglie Duchamp, che lo porta lo stesso giorno al Café Certa, quartier generale del gruppo Dada; nel giro di poche settimane conosce André Breton, Paul Éluard, Louis Aragon, Tristan Tzara, Francis Picabia. Si stabilisce a Montparnasse, in un piccolo hotel di rue de la Condamine, e comincia a mantenersi facendo il fotografo: ritratti su commissione, immagini per riviste, campagne pubblicitarie. È un lavoro fatto per guadagnare, ma è anche il laboratorio in cui inventa il proprio linguaggio. Nel giro di due o tre anni diventa il ritrattista non ufficiale dell'élite artistica e mondana parigina: fotografa James Joyce, Ernest Hemingway, Igor Stravinskij, Coco Chanel, Marcel Proust sul letto di morte, Erik Satie, Peggy Guggenheim, Jean Cocteau, Antonin Artaud. Nessuno come lui ha lasciato un archivio visivo così esteso della Parigi delle avanguardie.
Nel 1922, quasi per caso, mentre lavora in camera oscura, alcuni oggetti finiscono per errore sulla carta fotografica esposta alla luce: le forme lasciate dalla loro impronta lo folgorano. Nasce così il rayograph, o fotogramma: un'immagine ottenuta senza macchina fotografica, semplicemente disponendo oggetti su carta fotosensibile ed esponendoli alla luce. Non è una tecnica del tutto inedita, Christian Schad l'aveva praticata poco prima, e in ambito scientifico esisteva da tempo, ma è Man Ray a farne un mezzo espressivo pienamente autonomo. Nello stesso 1922 pubblica Les Champs délicieux, dodici rayograph presentati in un albo con una prefazione di Tzara: un piccolo libro d'artista che segna una data nella storia della fotografia. Con i rayograph Man Ray propone in fondo una semplice ma radicale inversione: la fotografia non è la riproduzione di ciò che sta davanti all'obiettivo, ma un'immagine mentale prodotta dalla luce.
Kiki, Le Violon d'Ingres, la fotografia come idea
Nel 1921, poco dopo il suo arrivo a Parigi, Man Ray incontra Alice Prin, celebre modella e cantante nota come Kiki de Montparnasse, «regina» indiscussa del quartiere. Alice diventa la sua compagna e la sua modella privilegiata per gran parte degli anni Venti. Da questo sodalizio nasce nel 1924 l'immagine che è oggi la più celebre di tutta la storia della fotografia surrealista: Le Violon d'Ingres. Kiki è ritratta di schiena, seduta, il capo avvolto in un turbante che rimanda ai bagni turchi di Jean-Auguste-Dominique Ingres; sulla sua schiena Man Ray dipinge, sulla stampa fotografica, le due «effe» di un violino, e poi rifotografa il tutto. Il risultato è al tempo stesso un tributo a Ingres, che era violinista dilettante, tanto che in francese «violon d'Ingres» è diventato modo di dire per «hobby», e una dichiarazione di poetica: il corpo femminile è insieme oggetto amoroso e strumento musicale, e la fotografia può inventare significati, non solo trascriverli.

Le Violon d'Ingres, 1924, stampa ai sali d'argento, 39x30 cm. Collezione privata © Man Ray 2015 Trust / ADAGP-SIAE – 2025, image: Telimage, Paris
L'immagine appare sul numero 13 della rivista Littérature diretta da Breton nel giugno 1924, l'anno in cui esce il primo Manifesto del Surrealismo. Nel maggio 2022 una stampa originale di Le Violon d'Ingres, firmata e datata di pugno dall'artista e realizzata da lui stesso, è stata battuta da Christie's a New York per 12,4 milioni di dollari: la fotografia più costosa mai venduta all'asta. Un dettaglio che, quasi un secolo dopo, testimonia in modo brutalmente concreto quanto lontano abbia viaggiato l'idea di immagine inaugurata da Man Ray.
Solarizzazione, cinema, oggetti: la libertà del linguaggio
Nel 1929 arriva a Parigi da New York una giovane americana, Lee Miller, che diventa assistente e amante di Man Ray fino al 1932. È nel laboratorio condiviso con lei che Man Ray perfeziona la solarizzazione, una tecnica di stampa che, esponendo brevemente la carta alla luce durante lo sviluppo, produce un effetto di alone luminoso attorno alle figure, una linea di contorno che sembra scritta con la luce. Sono di questi anni i suoi ritratti più iconici: il volto sospeso di Larmes (1932), con le lacrime di vetro sulle ciglia; il ritratto di Meret Oppenheim nuda davanti a un torchio da stampa; la doppia esposizione di Noire et blanche (1926), con il volto di Kiki reclinato accanto a una maschera africana.
Parallelamente Man Ray si dedica al cinema. Tra il 1923 e il 1929 gira Le Retour à la raison (1923), Emak Bakia (1926), L'Étoile de mer (1928, su un poema di Robert Desnos) e Les Mystères du château de dé (1929, commissionato dal visconte Charles de Noailles): quattro film brevi che sono tra i vertici del cinema d'avanguardia degli anni Venti e che introducono nel linguaggio filmico procedimenti fotografici come i rayograph in movimento, la solarizzazione, la doppia esposizione. Nel frattempo continua a produrre oggetti d'affezione entrati nell'immaginario del Novecento: Cadeau (1921), un ferro da stiro con una fila di quattordici chiodi acuminati incollati sulla base; Indestructible Object (1923), un metronomo con la fotografia di un occhio - quello di Lee Miller nella versione successiva - incollata sull'asta oscillante; À l'heure de l'observatoire, les amoureux (1932-34), un lungo dipinto orizzontale con le labbra di Lee Miller sospese come una nuvola sopra l'Observatoire di Parigi.

Man Ray, À l'Heure de l'Observatoire, les Amoureux. Collection Clo et Marcel Fleiss, Paris © Man Ray Trust ADAGP, Paris, by SIAE
L'esilio americano e il ritorno a Parigi
Nell'agosto del 1940, poche settimane dopo l'invasione tedesca della Francia, Man Ray fugge da Parigi; essendo di origine ebraica, in Francia occupata rischierebbe la vita. Si imbarca a Lisbona per gli Stati Uniti e si stabilisce a Hollywood, dove trascorrerà undici anni. È un periodo che lui stesso considererà infelice, professionalmente parlando: l'America dei primi anni Quaranta non è pronta a comprendere il suo lavoro come lo era stata Parigi. Ma in California succede qualcosa di importante sul piano personale: incontra Juliet Browner, ballerina e modella del Bronx, che diventa la sua compagna. I due si sposano nel 1946 con una cerimonia doppia insieme a Max Ernst e Dorothea Tanning. In quegli anni Man Ray si dedica soprattutto alla pittura, con serie come Equations shakespeariennes e Alphabet for Adults, quest'ultima destinata a diventare uno dei nuclei più importanti della sua ricerca sul rapporto tra parola e immagine.
Nel marzo del 1951 Man Ray e Juliet si imbarcano per Parigi. Il ritorno segna una rinascita: si stabiliscono in un piccolo studio di rue Férou, a due passi da Saint-Sulpice, dove l'artista continua a lavorare fino agli ultimi giorni della sua vita. Riprende la ritrattistica, ricomincia a sperimentare con la fotografia a colori, produce disegni a inchiostro, oggetti, libri d'artista. Nel 1961 la Biennale di Venezia gli conferisce la medaglia d'oro per la fotografia: è il primo riconoscimento internazionale ufficiale di un'arte alla quale Man Ray ha ridato dignità e statuto. Nel 1963 pubblica la sua autobiografia, Self-Portrait, che sarà tradotta in italiano nel 1975. Nel 1976, pochi mesi prima di morire, riceve dal governo francese l'Ordre des Arts et des Lettres per merito artistico.
Man Ray si spegne nella sua casa parigina il 18 novembre 1976, dopo un breve ricovero per un'insufficienza respiratoria. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, poco distante dai luoghi che aveva percorso per cinquant'anni; sulla sua tomba Juliet, che gli sopravvivrà fino al 1991, farà incidere una frase che è la sintesi perfetta della sua vita di artista: «Unconcerned, but not indifferent», non preoccupato, ma nemmeno indifferente.
Poetica: dipingere ciò che non può essere fotografato
«Dipingo ciò che non può essere fotografato, ciò che proviene dall'immaginazione, dai sogni o da una spinta inconscia. Fotografo le cose che non desidero dipingere, le cose che hanno già un'esistenza». La frase, spesso citata, è il manifesto più conciso della sua poetica. Man Ray non separa i mezzi in gerarchie: pittura, fotografia, oggetto, film, disegno sono per lui strumenti diversi di un'unica ricerca. Ma non li mescola in modo confuso: ognuno serve a fare qualcosa che gli altri non possono fare. La fotografia serve a registrare ciò che è già lì, e a renderlo enigmatico modificando l'angolazione, la luce, l'accostamento. La pittura serve a costruire ciò che non esiste, a dare forma a immagini mentali. L'oggetto serve a spiazzare, a introdurre una piccola crepa nella familiarità del mondo.
C'è, in questa strategia, un'idea centrale che collega Man Ray a tutte le avanguardie storiche e insieme le supera: l'arte come atto linguistico, come costruzione di segni. Non a caso il titolo della sua autobiografia americana è un gioco di parole, e non a caso il ciclo Alphabet for Adults è una vera e propria grammatica visiva. È lo stesso principio che sta alla base della sua scelta di trasformare il proprio nome, di firmare con il timbro «Original» le proprie stampe fotografiche, in polemica con l'idea di serialità, e di rifiutare la distinzione tra opera unica e opera moltiplicata. In un mondo che aveva appena scoperto la riproducibilità tecnica dell'immagine, Man Ray ha proposto la strada opposta: l'invenzione irriducibile dell'immagine, che vale come tale a prescindere dal medium in cui prende forma.
Man Ray e l'Italia: la Biennale del 1961, Milano, il legame con Marconi
Il rapporto tra Man Ray e l'Italia comincia in modo istituzionale con la Biennale di Venezia del 1961 e la medaglia d'oro per la fotografia: un riconoscimento che consacra ufficialmente lo statuto artistico della sua ricerca fotografica. Ma la vera stagione italiana di Man Ray, quella dei rapporti diretti con artisti, galleristi e collezionisti, si apre alla fine degli anni Sessanta, e ha come teatro principale Milano. Nel 1969 Giorgio Marconi, gallerista di via Tadino che aveva aperto lo Studio Marconi nel 1965, inaugura la prima grande mostra italiana di Man Ray: Je n'ai jamais peint un tableau récent, aperta nell'aprile del 1969. Il titolo è già una dichiarazione: non c'è un «quadro recente», ogni opera è sempre riportata a un'idea che non ha età. Da quel momento Marconi diventa uno dei principali interlocutori europei dell'artista, e il rapporto proseguirà anche dopo la morte, attraverso una lunga frequentazione con la vedova Juliet, custode dell'archivio.
Sempre a Milano, e sempre nel breve giro di anni tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, un altro gallerista e studioso, Arturo Schwarz, dedica a Man Ray nel 1971 una vasta retrospettiva alla propria Galleria Schwarz, con 225 opere realizzate tra il 1912 e il 1971, che confluirà poi nella grande monografia Man Ray: The Rigour of Imagination (1977). Schwarz, che è anche il curatore delle edizioni multiple di Duchamp e uno dei massimi esperti internazionali di Dadaismo e Surrealismo, produce con Man Ray tutta una serie di oggetti in edizione limitata, alcuni dei quali, come il celebre Main Ray del 1935-71, con una palla da biliardo d'avorio inchiodata a una mano di bronzo dipinta, sono oggi tra i pezzi più contesi sul mercato.
Anche il Veneto conserva importanti tracce dell'artista: la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia possiede un disegno del 1916, Silhouette, preparatorio al celebre dipinto La danzatrice di corda si accompagna con le sue ombre, e un rayograph senza titolo del 1927; la Fondazione Museo d'Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo custodisce La Jumelle (1939), uno dei suoi dipinti surrealisti più intensi. Peggy Guggenheim, del resto, fu fotografata più volte da Man Ray a Parigi negli anni Venti: due americani a Parigi, entrambi convinti che le avanguardie andassero non solo ammirate ma vissute.
L'attualità: il trittico italiano del 2025-2026
Il cinquantesimo anniversario della morte di Man Ray, che ricorre proprio in questo 2026, è stato l'occasione per una concentrazione di iniziative senza precedenti in Italia. Tre grandi mostre si sono succedute in poco più di un anno, ciascuna con una prospettiva propria, tanto da configurarsi come un vero trittico. La prima, Man Ray. Forme di luce, si è tenuta a Palazzo Reale di Milano dal 24 settembre 2025 all'11 gennaio 2026, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, con circa trecento opere tra fotografie vintage, disegni, litografie, oggetti e documenti: una retrospettiva ampia, promossa dal Comune di Milano nell'ambito dell'Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026. La seconda, Man Ray: M for Dictionary, è stata presentata dalla Fondazione Marconi e da Gió Marconi a Milano dall'11 aprile al 24 luglio 2026, curata dallo storico dell'arte Yuval Etgar con Deborah D'Ippolito e l'allestimento dello studio Kuehn Malvezzi: un progetto raffinato, esplicitamente pensato come reinterpretazione della storica mostra del 1969, che ha messo al centro il pensiero linguistico dell'artista come chiave di lettura dell'intera opera.
Il terzo capitolo, quello che apre l'autunno, è Man Ray: tutto, che si inaugura il 12 settembre 2026 alla Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani-Rocca a Mamiano di Traversetolo, alle porte di Parma, dove resterà fino al 13 dicembre. Curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, la mostra riunisce oltre 250 opere tra fotografie, dipinti, sculture, oggetti, grafiche, libri e film, dichiarandosi come la più completa retrospettiva mai dedicata a Man Ray in Italia. La scelta curatoriale è esplicita già nel titolo: non privilegiare l'una o l'altra delle discipline praticate dall'artista, ma abbracciarle con pari dignità: fotografia, pittura, scultura, design, grafica, editoria, cinema. Solo la loro compresenza può restituire la vera fisionomia della sua ricerca.
La Villa dei Capolavori, che ospita la collezione permanente di Luigi Magnani con opere di Tiziano, Dürer, Van Dyck, Goya, Canova, Renoir, Monet, Cézanne, Giorgio Morandi, Burri e giorgio de Chirico, negli ultimi anni ha costruito una linea espositiva di dedicata alle avanguardie del Novecento: da Miró a Cocteau, da Munari a Warhol. «Man Ray: tutto» porta a compimento quel percorso nella figura di un artista che li ha attraversati tutti, e che li ha in qualche modo anticipati. Il catalogo, edito da Dario Cimorelli Editore, raccoglie saggi dei curatori e di importanti studiosi (tra gli altri Silvana Annicchiarico, Alice Ensabella, Marco Meneguzzo, Alessandro Nigro, Alessandra Vaccari) e restituisce lo stato dell'arte degli studi mannrayani.
Il 2026 offre quindi al pubblico italiano una grande occasione per riscoprire Man Ray con tutti i suoi talenti artistici. E scoprire, magari, che molte delle immagini che oggi ci sembrano familiari, nella pubblicità, nella moda, nel cinema o nei social, le aveva pensate, un secolo fa, un ragazzo di Filadelfia che aveva cambiato nome per diventare Man Ray.

Man, Ray, Autoritratto, con, mezza, barba, 1943, Man, Ray, Trust, ADAGP, Paris, by, SIAE
Principali collezioni pubbliche: Centre Pompidou, Parigi; Museum of Modern Art, New York; Metropolitan Museum of Art, New York; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Tate, Londra; Israel Museum, Gerusalemme; Collezione Peggy Guggenheim, Venezia; Fondazione Museo d'Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, Venezia.
Pubblicato il 29/07/2026dalla Redazione
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