Nato a Homs nel 1934 e romano per vocazione e per vita, è scomparso nel 1998 lasciando un catalogo sterminato e una leggenda ancora viva. La grande retrospettiva che Palazzo Esposizioni Roma gli ha dedicato da marzo a luglio di quest'anno, con oltre cento opere per realizzare la mostra istituzionale più importante mai allestita su di lui nella capitale, ha chiuso i battenti da poche settimane.
Mario Schifano. Visione e gesto, oltre l'immagine
Se si volesse tentare una formula per Schifano, forse la più utile sarebbe quella indicata da Goffredo Parise, uno dei suoi grandi ammiratori letterari, che nel 1963 lo definiva «l'unico vero erede di de Pisis, un ragazzo genio estremamente bello, senzatetto, subito geniale, che dipingeva con velocità fulminante». Dietro l'immagine dell'artista maledetto, del bel tenebroso romano che passa dal caffè Rosati alla Factory di Warhol, dal jet set londinese alle risse notturne, c'è la figura di un pittore che non ha mai smesso di dipingere e di reinventare gli strumenti della pittura: dalle carte incollate ai plexiglass colorati, dalle emulsioni fotografiche alle tele computerizzate, fino ai grandi teleri di dieci metri realizzati in poche ore davanti a un pubblico stupefatto. Un pittore, in senso pieno, che ha usato l'immagine contemporanea, quella dei mass media, della pubblicità, della televisione, non come citazione, ma come materia grezza per una pittura tutta gestuale, sempre riconoscibile, mai identica a se stessa.
Le origini: Homs, l'archeologia, il Museo di Villa Giulia
Mario Schifano nasce a Homs, in Libia, il 20 settembre 1934, da Giuseppe Schifano, archeologo restauratore impegnato negli scavi di Leptis Magna, e Rosa Paganini. Nel 1941, nell'ambito dello sfollamento degli italiani dalle colonie africane durante la guerra, la famiglia rientra a Roma; il piccolo Mario passa i primi anni in due campi profughi, prima a Cinecittà, poi nella caserma Lamarmora a Trastevere, e finita la guerra riprende la scuola, abbandonandola però in seconda media. È l'inizio di un percorso irregolare che diventerà uno dei tratti distintivi della sua biografia. Fa il garzone in una bottega di Trastevere, poi affianca il padre al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, dove impara a restaurare vasi e a disegnare planimetrie di tombe. L'apprendistato archeologico non gli interessa, ma segna in profondità il suo immaginario: la Chimera di Arezzo, gli affreschi etruschi, i profili degli oggetti antichi torneranno costantemente nella sua opera fino agli anni Ottanta.
Comincia a dipingere da autodidatta, muovendosi nel clima dell'informale: tele materiche, gesti di colore, gocciolature. La prima personale è del 1959, alla galleria Appia Antica di Roma. Ma la data che segna il suo ingresso nella scena è il 1960, quando Pierre Restany lo include, insieme a Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Giuseppe Uncini, nella collettiva 5 pittori Roma 60 alla Galleria La Salita: il nucleo originario di quella che sarà la Scuola di Piazza del Popolo, la variante romana della Pop Art. Nello stesso periodo Schifano ha una svolta radicale: abbandona la pittura materica e comincia a produrre grandi monocromi, carte da imballaggio incollate su tela e ricoperte di un solo colore uniforme. Sono, come li descriverà Maurizio Calvesi, superfici che «somigliavano a uno schermo preparato a ricevere, o ad un video appena acceso, che stia riscaldandosi; o se si vuole all'inquadratura di un reflex fotografico, che debba dettagliare una zona di veduta». Poco dopo, effettivamente, quegli schermi cominceranno ad accogliere immagini: numeri, lettere, segnali stradali, i loghi della Coca-Cola e della Esso, i primi segni della cultura di massa che entra prepotentemente nella pittura italiana. Coca-Cola (1962) e Esso (1964) sono opere che, viste oggi, dicono meglio di qualunque saggio quanto Schifano abbia intuito in anticipo lo statuto pittorico delle icone commerciali.
Il 1962 e New York: l'incontro con la Pop
Ai monocromi si interessa quasi immediatamente Ileana Sonnabend, la gallerista rumena ex moglie di Leo Castelli, appena arrivata dagli Stati Uniti con il secondo marito Michael e intenzionata ad aprire una galleria in Europa. La Sonnabend lo mette sotto contratto in esclusiva; Schifano, nel 1962, può licenziarsi da Villa Giulia. Il primo grande risultato del sodalizio è la partecipazione, nell'ottobre di quello stesso anno, alla mostra The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York, la collettiva epocale che consacra ufficialmente la Pop Art americana e la sua parentela europea: in catalogo con Schifano ci sono Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Claes Oldenburg, James Rosenquist, e sul versante europeo Yves Klein, Arman, Christo, Enrico Baj.
Il rapporto tra Schifano e Sonnabend, per quanto intenso, si esaurisce però nel giro di poco più di un anno. Le ragioni sono più di una e convergenti. La gallerista, che pure aveva creduto nell'artista con vera convinzione, chiedeva coerenza rigorosa sulla linea del monocromo, un ultimatum indicato, nella cronaca critica, con la formula «Monocromi, nothing else», mentre Schifano stava già portando la propria ricerca altrove, verso quei paesaggi anemici e verso la rivisitazione della grande pittura italiana (Leonardo, Boccioni, il paesaggio) che caratterizzeranno la stagione successiva.
A questo si aggiungono le ripetute violazioni del vincolo di esclusiva da parte dell'artista, che per temperamento più che per calcolo continuava a vendere opere anche fuori dai canali della galleria. La frattura si consuma nell'aprile 1963: mentre Schifano inaugura a Roma, alla galleria Odyssia, la mostra Schifano. Tutto, che segna il suo passaggio al nuovo ciclo con opere come O sole mio, Leonardo e Grande particolare di paesaggio italiano, Ileana Sonnabend apre nella sua neonata galleria parigina la prima personale internazionale dell'artista senza la sua presenza, esponendo solo opere del 1961-62. Da quel momento Schifano procede per conto proprio, appoggiandosi soprattutto a Plinio De Martiis della galleria La Tartaruga di Roma e, a Milano, a Giorgio Marconi, che lo mette sotto contratto proprio nel 1963 e diventerà uno dei suoi principali riferimenti per tutta la vita.
Il primo viaggio negli Stati Uniti, sulla cui datazione esatta le fonti divergono, oscillando tra il 1962 e il 1963 (l'Archivio Mario Schifano lo colloca nel 1963), segna in ogni caso per l'artista un tuffo diretto nel cuore della scena artistica americana. Schifano frequenta la Factory di Warhol e conosce Gerard Malanga, poeta e collaboratore storico dell'artista americano; entra in contatto con Frank O'Hara e Jasper Johns; resta colpito soprattutto da Franz Kline e da Jim Dine; partecipa alle serate del New American Cinema Group, uno dei laboratori del cinema d'avanguardia; sperimenta per la prima volta l'LSD, sostanza che segnerà in profondità la sua vita. Il rapporto con Warhol, in particolare, sarà oggetto di reciproca curiosità e di una certa tensione competitiva. Dai viaggi americani Schifano rientra con l'idea che la Pop Art non sia un modello da importare, ma un linguaggio a cui rispondere dall'interno della propria tradizione: la stagione dei paesaggi anemici e del Futurismo rivisitato, che si apre da lì a poco, è la traduzione italiana di quella esperienza.
Piazza del Popolo, Roma anni Sessanta
Al ritorno da New York, Schifano è uno degli assi della scena romana. Il caffè Rosati e il caffè Canova, in piazza del Popolo, diventano il quartier generale di un gruppo di artisti destinati a essere ricordati collettivamente come Scuola di Piazza del Popolo: oltre allo stesso Schifano, Franco Angeli, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Renato Mambor, Cesare Tacchi, Mario Ceroli, Pino Pascali, Jannis Kounellis. Attorno a loro gravita una costellazione di scrittori (Alberto Moravia, Elsa Morante, Sandro Penna, Goffredo Parise, Alberto Arbasino), di registi (Fellini, Pasolini, Antonioni), di critici (Cesare Vivaldi, Maurizio Calvesi, Maurizio Fagiolo dell'Arco). La Roma di quegli anni è al centro dell'immaginario internazionale: La dolce vita è del 1960, il «boom» è al suo apice, e Schifano è uno dei suoi ritratti viventi....leggi il resto dell'articolo»
Sul piano pittorico, dopo i monocromi arriva la stagione dei «paesaggi anemici» (dal 1963-64): tele in cui frammenti di natura - profili di monti, sagome di palme, evocazioni marine - affiorano sotto un velo di plexiglass colorato, quasi visioni memoriali filtrate da una pellicola artificiale. La pittura di Schifano comincia in questi anni a essere programmatica: opera per cicli, ciascuno con un titolo e una logica visiva. Nel 1964 è alla XXXII Biennale di Venezia; nel 1965 partecipa alla Biennale di San Paolo del Brasile; nel 1967 realizza il ciclo Io sono infantile, che attira l'attenzione critica di Maurizio Calvesi e Maurizio Fagiolo dell'Arco. Nel frattempo comincia a lavorare con il gallerista Plinio De Martiis della Tartaruga, e sviluppa un rapporto duraturo con lo Studio Marconi di Milano di Giorgio Marconi, che diventerà uno dei suoi principali riferimenti sul piano nazionale.
Londra, Anita Pallenberg, Marianne Faithfull: la stagione rock
La dimensione internazionale di Schifano non passa solo per New York. Con Anita Pallenberg, e poi anche dopo la fine di quella storia, Schifano frequenta assiduamente Londra a partire dalla metà degli anni Sessanta. È lui che, insieme al produttore cinematografico Ettore Rosboch, presenta Anita ai Rolling Stones: nel 1965, all'ombra di un concerto al Circus Krone Bau di Monaco, la Pallenberg inizia una relazione con Brian Jones, che di lì a poco lascerà per Keith Richards, con cui resterà per tredici anni. Da queste frequentazioni Schifano esce con un ruolo tutto suo nella mitologia rock: nel 1969 conosce Marianne Faithfull, allora compagna di Mick Jagger, e i due iniziano una breve ma clamorosa storia sentimentale. Faithfull lascia temporaneamente Jagger e la casa londinese di Cheyne Walk per fuggire con Schifano; la foto della cantante e del figlio Nicholas che salgono di corsa nella macchina del pittore romano, immortalata dai paparazzi, è entrata nella cronaca dell'epoca. La leggenda vuole che Jagger, ferito, abbia scritto Wild Horses proprio in reazione a quell'episodio, un dettaglio che circola in molte biografie ma su cui è opportuna la cautela storiografica, essendo la genesi della canzone attribuita da Keith Richards a Marlon, il figlio suo e di Anita.
La contiguità con la musica rock non è mai puro gossip. Nel 1967 Schifano fonda e produce un gruppo, Le Stelle di Mario Schifano, esperienza di rock psichedelico italiano fortemente ispirata al Velvet Underground e agli Exploding Plastic Inevitable warholiani: un unico album, Dedicato a..., oggi oggetto di culto tra i collezionisti, in cui la prima facciata è occupata da un free-out strumentale di diciassette minuti. È un'anticipazione, in chiave italiana, del progetto d'artista come impresa multimediale che di lì a poco caratterizzerà la sua opera. Sul piano cinematografico produce fra il 1967 e il 1970 la Trilogia per un massacro (Anna Carini vista in agosto dalle farfalle, Satellite e Umano non umano), tre film sperimentali che gli varranno l'attenzione di Marco Ferreri e la partecipazione a Cannes.
Tuttestelle e la sala da pranzo per Gianni Agnelli
Uno degli episodi più singolari della biografia di Schifano è la commissione ricevuta nel 1968 per la sala da pranzo dell'appartamento romano di Gianni Agnelli e Marella Caracciolo, in via XXIV Maggio a Palazzo Mengarini Albertini Carandini. Il progetto si sviluppa in due tempi. La prima versione, intitolata Festa cinese, è un enorme ciclo di tele rosso fuoco popolato da guardie comuniste, bandiere, falci e martelli, in piena sintonia con lo spirito del Sessantotto. L'opera, che secondo alcune fonti nasce come regalo di Marella al marito, secondo altre come commissione diretta dell'Avvocato, viene comunque rifiutata dagli Agnelli, che non intendono ospitare la loro consueta rete di interlocutori internazionali circondati da guardie rosse dipinte. Viene poi acquistata dal critico e dirigente Rai Leone Piccioni ed è oggi conservata al Museo del Novecento di Milano. Al suo posto Schifano dipinge, sempre nel 1968, un secondo polittico (quattordici tele di grande formato) con cieli notturni fluorescenti punteggiati di stelle, palmizi ispirati ai paesaggi libici della sua infanzia e querce. Il ciclo appartiene alla serie Tuttestelle, che occupa Schifano tra il 1967 e il 1968 ed è oggi tra i suoi cicli più celebri. La ricostruzione di questa sala da pranzo, con l'accompagnamento di stelle e palme sulle pareti, ha aperto la retrospettiva romana del 2026 nella Rotonda del Palazzo Esposizioni.

Mario Schifano Interno di casa romana, 1968 (dettaglio) smalto, spray, grafite e pastello su tela, 303 × 720 cm, polittico Collezione privata Foto Giorgio Benni © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano
Anni Settanta: la crisi, la tecnologia, il ritorno
Gli anni Settanta sono per Schifano un decennio complesso, segnato dall'aggravarsi della dipendenza dalle droghe, ma anche da una ricerca artistica che non conosce battute d'arresto. Comincia a lavorare intensamente con la fotografia e con la televisione: nascono i Paesaggi TV, opere in cui l'artista fotografa lo schermo televisivo (spesso interferendo direttamente sull'immagine in movimento) e poi trasferisce l'immagine su tela emulsionata, ripassandola infine con smalti, colori acrilici e interventi gestuali. È una procedura complessa che fa di Schifano uno dei primi artisti al mondo a usare l'immagine televisiva non come citazione, ma come strato pittorico primario: il televisore diventa un dispositivo di produzione dell'immagine tanto quanto la macchina fotografica lo era stata per Man Ray o Warhol. Nascono anche cicli come Compagni compagni (1968), di stampo politico, Vero amore (1965) e più avanti, negli anni Ottanta, i grandi cicli Architetture, Cosmesi, Biplani, Orti botanici, Gigli d'acqua, Campi di grano, Onde. La sua è una produzione sterminata (si parla di oltre 30.000 opere) che a volte è stata argomento contro l'artista, ma che va letta come il risultato di una pittura concepita come flusso, come rigenerazione ininterrotta.
Mazzoli, Bonito Oliva e gli anni Ottanta
Alla fine degli anni Settanta, Schifano incontra due figure destinate a segnare la seconda parte della sua carriera. La prima è Emilio Mazzoli, il gallerista modenese che nel 1977 aveva aperto il suo spazio in via Nazionale e che sarebbe diventato, di lì a poco, il gallerista di riferimento della Transavanguardia: Schifano è tra i primi artisti di rango ospitati nella nuova galleria, in una compagnia che include Vincenzo Agnetti, Gilberto Zorio, Enrico Castellani, Giovanni Anselmo. Il rapporto tra Schifano e Mazzoli sarà lungo e intenso: culmina nelle mostre e nei cataloghi degli anni Ottanta e Novanta, tra cui Mario Schifano 1970/80. Laboratorio umano e pittura a Cesena nel 1980 e Udienza del 1993, entrambi con testi di Achille Bonito Oliva. Ancora oggi Mazzoli, alla domanda su quale artista amerebbe ricordare, risponde senza esitare: «Mario Schifano. Un grande artista e un caro amico».

Mario Schifano Il parto numeroso della moglie del collezionista, 1984 smalto e acrilico su tela e cornice, 235 × 375 cm Collezione Valsecchi Foto Giorgio Benni © MARIO SCHIFANO, by SIAE © Archivio Mario Schifano
La seconda figura è appunto Achille Bonito Oliva, il critico che nel 1979 codifica la Transavanguardia italiana. Con Schifano il rapporto è antecedente: Bonito Oliva scrive di lui già negli anni Settanta e lo accompagna con testi, cataloghi e curatele fino agli anni Novanta. È a lui, insieme al regista Aldo Rostagno, che nel 1985 si deve il progetto che è forse l'evento performativo più memorabile della biografia dell'artista: il 16 maggio 1985, in piazza SS. Annunziata a Firenze, davanti a seimila persone, Schifano dipinge dal vivoLa Chimera, un'unica opera di quattro metri per dieci composta da dieci tele affiancate, in occasione dell'inaugurazione dell'«Anno degli Etruschi» promosso dalla Regione Toscana. Il soggetto è la celeberrima Chimera di Arezzo, il bronzo etrusco del IV secolo a.C. rinvenuto nel 1553 e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, un ritorno alla materia archeologica dei suoi anni giovanili a Villa Giulia, in una scala monumentale. Bonito Oliva commenta l'esecuzione al microfono, come un cronista di ciclismo. All'inizio la piazza è ostile, ci sono contestazioni e monetine lanciate; poi, man mano che le sagome delle bestie prendono forma sullo schermo di quaranta metri quadri, il silenzio si fa attonito. È uno degli atti più puri della sua idea di pittura: visione che diventa gesto, immediatamente, davanti a tutti. L'opera fu acquistata dal gallerista padovano Mastrogiacomo ed è oggi conservata in collezione privata (e periodicamente esposta al pubblico, come è avvenuto al Meeting di Rimini nel 2019 e più di recente al Mart di Rovereto).

La Chimera di Mario Schifano (collezione privata), esposta al Mart in occasione della mostra "Etruschi del Novecento" (foto di Itinerarinellarte.it)
Gli ultimi anni, il computer, l'eredità
Gli anni Novanta portano Schifano al confronto con la nuova rivoluzione tecnologica. Tra i primi in Italia, lavora con il computer come strumento pittorico: nel 1996 la STET-Telecom gli commissiona una nuova immagine dell'azienda in occasione del lancio di Internet in Italia, e Schifano produce una serie di tele nate dalla manipolazione digitale delle immagini, che ne diventano il simbolo. Nel 1997 partecipa a Minimalia al Palazzo Querini Dubois di Venezia, in un percorso curato da Achille Bonito Oliva sull'arte italiana del secondo Novecento.
Mario Schifano muore nel suo studio di via delle Mantellate, a Trastevere, il 26 gennaio 1998, colpito da un infarto: aveva 63 anni. Lascia un'opera immensa, un archivio molto complesso, oggi coordinato dall'Archivio Mario Schifano, che dal 2023 pubblica il catalogo ragionato in più volumi curato da Marco Meneguzzo, e una posizione di mercato che dopo la sua morte ha continuato a crescere. Il record mondiale per una sua opera all'asta è del 25 ottobre 2022: da Sotheby's a Parigi, nell'asta Modernités, Tempo moderno (1962, 180x181 cm) è stato aggiudicato per 2.334.000 euro, doppiando il precedente record di 1.302.000 euro realizzato pochi giorni prima da Christie's a Parigi con La stanza dei Disegni, un'altra opera del 1962. Le sue tele del primo periodo, i monocromi, i paesaggi anemici, sono oggi tra i lotti più contesi dell'arte italiana del dopoguerra sui mercati internazionali.
L'attualità: la grande antologica romana
La retrospettiva Mario Schifano al Palazzo Esposizioni di Roma, aperta dal 17 marzo al 12 luglio 2026 e curata da Daniela Lancioni, va vista in questo contesto: la mostra istituzionale più importante che sia stata mai dedicata all'artista nella sua città, per lo meno nell'ultimo decennio. Promossa dall'Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e da Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d'Italia (main partner Eni, con il supporto della Fondazione Silvano Toti), la mostra ha riunito oltre cento opere provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e internazionali, ripercorrendo l'intero arco della sua produzione: dagli informali degli anni Cinquanta ai monocromi del 1960, dalla mostra Tutto del 1963 alla Galleria Odyssia di Roma alle nuove iconografie mediate dalla fotografia e dai temi della storia dell'arte (dai Futuristi a Malevič), dai Paesaggi TV ai grandi teleri «fuori misura» degli anni Ottanta e Novanta, fino ai lavori conclusivi dedicati a temi sociali. Il catalogo, edito da Electa, con 344 pagine e 350 illustrazioni, è oggi lo strumento critico più aggiornato sull'artista.
La mostra ha coinciso, sul piano editoriale e critico, con la prosecuzione del Catalogo ragionato dell'opera pittorica, avviato nel 2023 dall'Archivio Mario Schifano, e con una crescente attenzione internazionale sul lavoro di Schifano. Chi non ha fatto in tempo a vedere la mostra romana troverà nel catalogo un supporto significativo per comprendere un'opera che, come tutte quelle davvero grandi, chiede tempo per essere ricostruita nel suo insieme.
Visione, gesto, oltre l'immagine: così abbiamo scelto di sintetizzare la sua impronta nella storia dell'arte, dal superamento dell'informale alla fine del XX secolo.
La visione, in Schifano, è prima di tutto una pratica quotidiana. Negli anni Settanta e Ottanta l'artista lavora nelle sue case romane circondato da televisori sempre accesi, in molti casi con l'audio spento. Giorgio Marconi, in un'intervista del 2006, l'ha descritto come uno che «teneva accesi diversi televisori nella stessa stanza», uno che «viveva in un flusso di informazioni in movimento»; l'anglista Mario Praz, che gli fu vicino di casa a Palazzo Primoli, si lamentava presso amici dei «televisori accesi a pieno volume» nello studio del pittore. La sintesi migliore l'ha data lui stesso, in un'intervista ad Alberto Moravia del 1974: «Io veramente non sono un pittore, ma uno che ha una grande attitudine a guardare».
Il gesto, ma non più nel senso di quell'informale che aveva dominato la scena artistica del Secondo Dopoguerra. In un momento in cui il concettuale e la smaterializzazione dell'opera dominavano il dibattito internazionale, Schifano ha continuato a scommettere sulla mano, sulla stesura, sulla velocità dell'esecuzione. Anche nelle opere apparentemente più «meccaniche», come le tele emulsionate e i Paesaggi TV, l'intervento pittorico a mano libera resta il momento finale, quello che trasforma l'immagine registrata in pittura. Achille Bonito Oliva, sintetizzando il lavoro dell'artista negli anni Ottanta, parla di «una pittura sempre di superficie realizzata spesso all'aperto, a volte davanti al pubblico»: la Chimera di Firenze del 1985 è la messa in scena estrema di questa idea, ma il gesto è la costante che attraversa tutta la sua opera matura.
L'oltre l'immagine è il punto d'arrivo, ed è ancora Bonito Oliva, in un testo dedicato alla mostra Tutto del 1963, ad averne dato una definizione difficilmente migliorabile: il «Tutto» di Schifano, scrive, non nasce dalla «patetica speranza di essere l'ombra e il doppio della realtà», ma dalla «impossibilità del mondo di essere rappresentato dal linguaggio dell'arte». Non è cioè la registrazione fedele di ciò che si vede, ma la constatazione che ciò che si vede, una volta passato attraverso il gesto pittorico, diventa qualcos'altro. In Schifano l'immagine non è mai un punto d'arrivo: è un punto di partenza.

Mario Schifano, Killmyhead, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Principali collezioni pubbliche: Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma; Museo del Novecento, Milano; Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino (GAM); Palazzo dei Diamanti, Ferrara; Museo Etrusco di Villa Giulia, Roma; Musée d'art moderne, Saint-Étienne; Fondazione Marconi, Milano.
Pubblicato il 05/08/2026dalla Redazione
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