Si tratta di decenni che videro un passaggio decisivo per l'arte italiana. Nel corso di pochi decenni, la pittura abbandona progressivamente la concezione accademica ereditata dal Settecento e approda alle soglie della modernità. È una vicenda che attraversa tutta la penisola, da nord a sud, e che va letta in parallelo con quanto accadeva nel resto d'Europa. Proviamo qui a tracciare il quadro più ampio rispetto a quanto già delineato con riferimento specifico ai Macchiaioli, allargando lo sguardo e incontrando nuovi protagonisti più o meno noti al grande pubblico.
Il punto di partenza: il Romanticismo e Hayez
A metà del secolo, in Italia, la scena è ancora fortemente segnata dalla pittura di storia e dal Romanticismo. La figura centrale è Francesco Hayez (Venezia 1791 - Milano 1882), riconosciuto come uno dei principali interpreti, e il maggiore esponente, del Romanticismo storico italiano. Legato per gran parte della carriera all'Accademia di Brera, dove fu professore dal 1850 e poi direttore, Hayez costruì una pittura fondata su soggetti storici, letterari e religiosi e su un impianto formale ancora saldamente costruito sul disegno. La sua arte rispondeva a una duplice funzione: da un lato l'eleganza e il decoro richiesti dalla committenza aristocratica e borghese, dall'altro la capacità di veicolare, attraverso episodi del passato, messaggi di attualità patriottica destinati al pubblico risorgimentale.
Hayez rappresenta insieme il vertice e il punto d'arrivo di una tradizione. La sua opera resta ancorata a un'idea dell'arte come costruzione ideale e narrativa, in cui la realtà viene filtrata attraverso la storia e il sentimento. È proprio contro questo modello, e insieme a partire da esso, che si sviluppano nei decenni successivi le ricerche della nuova generazione. Non è un caso che Hayez figuri, con opere anche inedite, tra i protagonisti delle mostre di questa stagione: la sua presenza segna il termine di confronto da cui la pittura italiana prende progressivamente le distanze.
La rottura fiorentina: i Macchiaioli
La prima rottura organica con la tradizione accademica matura a Firenze, attorno alla metà degli anni Cinquanta, nel gruppo di giovani pittori che si riuniscono al Caffè Michelangelo e che verranno chiamati, dal 1862 e inizialmente in senso spregiativo, Macchiaioli. Contro il primato del disegno e della composizione levigata, questi artisti oppongono la "macchia": accostamenti di zone di colore e di luce capaci di restituire la percezione diretta del vero. La loro vicenda, i suoi protagonisti, da Fattori a Signorini a Lega, e il suo intreccio con gli ideali del Risorgimento sono stati oggetto di un nostro approfondimento specifico, a cui si rimanda.

Silvestro Lega Il bindolo, 1863 Olio su tela Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
Qui basti ricordare due elementi utili a inquadrare il resto del panorama italiano. Il primo: la rivoluzione dei Macchiaioli non fu un episodio isolato, ma parte di una più ampia tendenza europea che, negli stessi anni, spingeva la pittura verso l'osservazione diretta della realtà. Il secondo: Firenze, capitale d'Italia dal 1865 al 1871, funzionò come polo di attrazione e di irradiazione, un centro in cui si formarono o transitarono artisti provenienti da tutta la penisola.
Che Firenze fosse un crocevia obbligato non significa però che tutti coloro che vi transitarono ne uscissero macchiaioli. Ne è un esempio il bolognese Luigi Serra (1846-1888), che nel 1866 vinse il pensionato Angiolini e soggiornò a Firenze: pur frequentando la cerchia del Caffè Michelangelo, rimase estraneo al colorismo della macchia e guardò piuttosto ai maestri del Quattrocento toscano, da cui derivò un disegno netto e uno stile asciutto e arcaicizzante. Formatosi al Collegio Venturoli e all'Accademia di Bologna, attivo soprattutto nella pittura di storia e nelle grandi commissioni pubbliche, Serra morì a soli quarantadue anni; la sua parabola è oggi al centro di una delle mostre di questa stagione, al Museo Ottocento Bologna.
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Luigi Serra, L'Apoteosi di Gentile da Fabriano e il suo Secolo, 1875, tempera su tela di canapa, 12,5 x 12,7 mt, Teatro Gentile, Fabriano
Napoli e il Sud: la scuola di Palizzi e Morelli
Il secondo grande polo del rinnovamento pittorico italiano è Napoli. Qui, a partire dagli anni Cinquanta, la ricerca sul vero trova due maestri di riferimento: Filippo Palizzi e Domenico Morelli. Palizzi porta la pittura di paesaggio e di animali verso un naturalismo fondato sullo studio dal vero; Morelli rinnova la pittura di storia e di soggetto sacro, allontanandosi progressivamente dal purismo lineare e sviluppando un uso più drammatico del colore e dei contrasti chiaroscurali. Attorno a loro, e in dialogo con la tradizione paesaggistica della Scuola di Posillipo, si forma una generazione di pittori che contribuirà a diffondere la lezione napoletana anche fuori dalla città.
Da questo ambiente nasce anche la formazione del più importante paesaggista siciliano dell'Ottocento, Francesco Lojacono (Palermo 1838 - 1915). Figlio del pittore Luigi, ricevette i primi insegnamenti dal padre e dal 1854 circa fu allievo di Salvatore Lo Forte. Nel 1856, dopo aver presentato a Palermo alcuni paesaggi, ottenne una borsa di studio che gli consentì di trasferirsi a Napoli, dove frequentò lo studio di Filippo Palizzi e orientò sempre più la propria ricerca verso il paesaggio. Tra il 1860 e il 1862 partecipò con il padre e il fratello Salvatore alle imprese garibaldine, combattendo al Volturno e venendo fatto prigioniero in Aspromonte nel 1862 insieme a Domenico Menotti Garibaldi. Rientrato in Sicilia, ne fece il soggetto privilegiato della propria pittura. La sua capacità di restituire la luce intensa e il calore del paesaggio mediterraneo gli valse l'appellativo di "ladro del sole". La sua opera rappresenta uno dei vertici della pittura di paesaggio italiana del secondo Ottocento e un modello per un'intera generazione di pittori siciliani.

Francesco Lojacono, Nelumbium, 1897. Collezione privata - esposto nella mostra "VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati" a Ferrara
Venezia e il Nord-Est: dal vedutismo al vero
A Venezia, città dalla gloriosa tradizione pittorica, il rinnovamento passa anche attraverso il recupero della pittura di vita popolare e lo studio dal vero. Il riferimento della nuova generazione è Giacomo Favretto, interprete di scene di genere ambientate nella Venezia quotidiana e settecentesca. In questo contesto si forma Ettore Tito (Castellammare di Stabia 1859 - Venezia 1941), figura centrale della pittura veneziana tra Otto e Novecento.
Nato in Campania da padre di origine greca e madre veneziana, Tito si trasferì con la famiglia a Venezia nel 1867. Nel 1871, ancora giovanissimo, fu ammesso all'Accademia di Belle Arti, dove compì un brillante alunnato sotto la guida di Pompeo Molmenti e di altri maestri, tra cui Napoleone Nani, diplomandosi nel 1876. Agli esordi si inserì nel filone delle scene popolari veneziane dominato da Favretto, mentre il sodalizio con l'amico Pietro Fragiacomo lo portò a condividere esperienze di pittura dal vero. La sua affermazione arrivò nel 1887, quando presentò all'Esposizione nazionale artistica di Venezia Pescheria vecchia, ottenendo il primo premio. Il dipinto, oggi disperso ma noto attraverso riproduzioni fotografiche, è considerato uno degli esempi più significativi della pittura del vero nella Venezia dell'epoca. Nel 1895 Tito divenne professore di figura all'Accademia di Venezia, incarico che mantenne per oltre trent'anni. La sua pennellata, sempre più libera nel corso degli anni, e i suoi tagli compositivi moderni lo resero uno degli interpreti più aggiornati della sua epoca.
Tra Livorno, Firenze e Parigi: Corcos e la ritrattistica moderna
Un terzo percorso, esemplare del modo in cui la pittura italiana si apriva alla dimensione internazionale, è quello di Vittorio Matteo Corcos (Livorno 1859 - Firenze 1933). Livornese come Fattori, Corcos si formò all'Accademia di Belle Arti di Firenze con Enrico Pollastrini e soggiornò poi a Napoli, dove nel 1878 frequentò l'ambiente di Domenico Morelli. La svolta della sua carriera fu il trasferimento a Parigi nel 1880, dove firmò un contratto con il celebre mercante Adolphe Goupil, entrò in contatto con artisti come Giuseppe De Nittis e Giovanni Boldini e frequentò, seppure saltuariamente, lo studio del ritrattista Léon Bonnat.

Vittorio Corcos (Livorno, 1859 - Firenze, 1933), Sogni, 1896. Olio su tela, cm 160 x 135. © Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea
Tornato in Italia nel 1886 e stabilitosi definitivamente a Firenze nel 1887, Corcos divenne uno dei ritrattisti più richiesti del suo tempo, interprete della società cosmopolita della Belle Époque. La sua opera più celebre è Sogni, esposta a Firenze nel 1896 all'Esposizione nazionale di belle arti, nell'ambito della Festa dell'Arte e dei Fiori, e oggi alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il ritratto di una giovane donna dalla posa disinvolta fece discutere per la sua modernità e divenne una delle immagini più note della nuova figura femminile di fine secolo. La vicenda di Corcos mostra come, a fine secolo, i confini tra la scuola italiana e i grandi centri europei fossero ormai permeabili, e come il ritratto borghese fosse diventato uno dei terreni di prova della pittura moderna.
Il contesto europeo: Realismo, Naturalismo e Impressionismo
Le vicende italiane vanno collocate dentro un movimento europeo più ampio. Il riferimento comune è il Realismo francese di Gustave Courbet, che a partire dagli anni Cinquanta rivendica il diritto di rappresentare la realtà contemporanea, la gente comune e il lavoro, senza la mediazione nobilitante del mito o della storia. A questa istanza si affianca la pittura di paesaggio sviluppata dalla Scuola di Barbizon, orientata verso una più diretta osservazione della natura. Le sue esperienze arrivano a Firenze anche attraverso gli artisti italiani che visitarono l'Esposizione Universale di Parigi del 1855 e, in particolare, attraverso Serafino De Tivoli e Saverio Altamura.

Jean-François Millet (Gréville-Hague 1814 - Barbizon 1875) - Des glaneuses (Les Glaneuses, 1857 - Salon de 1857) Olio su tela - Foto di Itinerarinellarte.it - © Musée d'Orsay, Parigi
È in questa grande corrente che vanno lette le ricerche italiane sul vero, dalla Toscana a Napoli a Venezia. L'Impressionismo francese, che si afferma con la prima mostra del 1874, rappresenta un ulteriore sviluppo di questa direzione verso lo studio della luce e della percezione; ma è bene ricordare, come si è detto trattando dei Macchiaioli, che questi ultimi avevano avviato ricerche in parte affini con un anticipo di circa due decenni e attraverso un percorso autonomo. La pittura italiana del secondo Ottocento non fu quindi una versione ritardata di quella francese, ma una vicenda parallela, con proprie radici e propri esiti.
Verso il Novecento: Divisionismo e nuova pittura
Nell'ultimo quarto del secolo la ricerca italiana compie un ulteriore passo. A partire dalla fine degli anni Ottanta, il Divisionismo rielabora lo studio della luce attraverso la separazione metodica dei colori in filamenti, pennellate o punti, secondo principi che presentano affinità con il Neoimpressionismo francese ma con esiti spesso di natura simbolica e sociale. I suoi protagonisti, da Giovanni Segantini a Gaetano Previati a Giuseppe Pellizza da Volpedo, portano la pittura italiana verso una nuova stagione, in cui la resa della realtà si carica di significati ideali e di attenzione alle trasformazioni sociali del tempo. Il movimento si impone in particolare a partire dalla Prima Triennale di Milano del 1891.

Plinio Nomellini, Sulla costa ligure, olio su tela, 59×96,5 cm, 1891 - Foto di Itinerarinellarte.it alla Pinacoteca Divisionismo di Tortona
È a questo punto che si chiude il ciclo aperto da Hayez. Nel giro di mezzo secolo, la pittura italiana si è mossa dalla concezione accademica e romantica, fondata sul disegno e sulla narrazione storica, a una pittura moderna fondata sull'osservazione diretta, sulla luce e sul colore. Da questa base prenderanno le mosse, all'inizio del Novecento, le avanguardie, a cominciare dal Futurismo. Le mostre di questa stagione permettono di ripercorrere quel passaggio non come una successione di nomi isolati, ma come un processo articolato che ha coinvolto, da nord a sud, l'intera pittura italiana.
Le opere degli artisti citati sono visibili in alcune delle mostre in corso o in apertura in questa stagione, tra cui «Da Monet a Van Gogh a Kandinsky» a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, «Ritratti di donna tra Hayez, Boldini e Carrà» a Palazzo Sarcinelli di Conegliano, «VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati» alla Galleria BPER di Ferrara e «Luigi Serra (1846-1888)» al Museo Ottocento Bologna.
Per approfondire:
- VANITAS. Fiori e simboli, da Hayez a Casorati
- Da Monet a Van Gogh a Kandinsky. Nuovi sguardi sulla natura e la modernità
- Silvestro Lega. La causa della Patria, la causa dell'Arte
- Ritratti di donna tra Hayez, Boldini e Carrà
- Luigi Serra (1846-1888). Vorrei un'altra vita per imparare il colore

Pubblicato il 23/09/2026dalla Redazione
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