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Rodney Smith: la fotografia del reale immaginato

Ricercato come fotografo di moda, Rodney Smith è stato un fine indagatore del visibile e dell'invisibile. Uomo colto, con una laurea in Teologia, ha fatto della "rivelazione" la sua missione d'artista e di uomo. La mostra allestita a Palazzo Roverella offre oggi l’occasione di riscoprirlo, attraverso una curatela e un percorso espositivo che ne restituiscono appieno la grandezza.
di Antonio Giuliani

Woman with Hat between Hedges, Parc de Sceaux, France, 2004 © Rodney Smith

Nelle sue mani, la fotografia — di cui possedeva una straordinaria padronanza tecnica — non era uno strumento per rappresentare la realtà, ma un mezzo per cogliere la forza rivelatrice della luce. Come un filosofo alle prese con il mito della caverna di Platone, Smith sembra voler aprire una breccia sul mistero che si cela oltre il tempo dell'uomo e la realtà che lo circonda.

Per inseguire questo obiettivo, "gioca" con il concetto di soglia e di equilibrio instabile, mascherando o celando i volti, insinuando l'assurdo nella costruzione dell'immagine e trasformando ogni fotografia in un varco verso un altrove che non si concede alla vista diretta. Per questo motivo ha sempre prediletto il bianco e nero, convinto che in esso si esprimessero "molti più colori di quelli che la fotografia a colori può restituire". Solo nel 2002 — dopo quasi trent'anni di attività — si avvicinò anche al colore, quando, grazie a una stampante che gli venne regalata, sentì di avere finalmente il pieno controllo del processo di stampa. Da allora cominciò a esplorare le potenzialità del colore, ricercando un effetto che ricordasse la pittura ad acquerello, con una palette cromatica volutamente limitata e delicata.

In occasione della presentazione della mostra "Rodney Smith. Fotografia tra reale e surreale", a restituirci un ritratto più intimo dell'uomo e dell'artista sono le parole della moglie Leslie Smolan, presidente della Estate of Rodney Smith. Racconta di un uomo spesso ansioso e timoroso, per il quale la fotografia era un mezzo per superare le proprie paure, conoscersi più a fondo e sentirsi parte del mondo. La sua innata propensione alla bellezza era come un sesto senso: lo rendeva intollerante alla bruttezza e all'imperfezione, e lo spingeva a perseguire costantemente la perfezione.
Applicava a sé stesso gli stessi standard elevati che richiedeva ai suoi collaboratori, lavorando in modo meticoloso e riflessivo, con l'unico scopo di produrre immagini di impeccabile bellezza.
Aveva perso i genitori in giovane età e questa consapevolezza della fragilità del tempo lo portava a vivere ogni istante con intensità, convinto di dover dare il massimo perché il suo tempo poteva finire in qualsiasi momento.

Smith - come precisato dalla curatrice Anne Morin - non era ironico, ma lavorava sul concetto dell'assurdo. L'ironia è radicata nella realtà, mentre l'assurdo porta fuori dal reale, che è ciò che gli interessava.

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La mostra

Il percorso espositivo rappresenta quasi tutta la traiettoria delle sua produzione lungo trent'anni, potendo contare su 120 fotografie suddivise in sei sezioni tematiche: La divina proporzione, Gravità, Spazi eterei, Attraverso lo specchio, Il tempo, la luce e la permanenza, Passaggi.  Ci sono tutti i grandi temi a cui ha lavorato, a dimostrazione di come il suo linguaggio unico è riconoscibile e applicabile a soggetti tanto diversi.

L'apertura della mostra, dedicata al tema della "Divina proporzione", introduce subito l'aspetto più profondo per comprendere l'artista e l'uomo. Rodney Smith desiderava che le sue fotografie mostrassero il mondo così come avrebbe voluto che fosse, non semplicemente come appariva. Ogni immagine nasceva da una costruzione meticolosa, guidata dalla ricerca dell'armonia classica. Diceva: "Il classico riguarda le dimensioni e le proporzioni... È qualcosa di imprescindibile e intangibile, ma incredibilmente importante."

Melissa sotto un arco

Rodney Smith, Viejo San Juan, Puerto Rico, 2005 © Rodney Smith... leggi il resto dell'articolo»

Eppure, dietro questa precisione formale, Smith inseguiva anche un'essenza di spontaneità e verità umana. Per lui, la chiave era scegliere con cura il tempo e il luogo più adatti alla sua idea: il resto - come ricordato ancora da Leslie Smolan - veniva da sé.
Amava utilizzare il linguaggio del corpo come strumento espressivo, mettendo i suoi soggetti in posizioni insolite o scomode per catturare quella naturalezza che, ai suoi occhi, era il segno più autentico dell'umanità.

Proseguendo nel percorso espositivo, ci si trova davanti a immagini che ci proiettano sul confine tra reale e surreale, tra naturale e assurdo. Le situazioni raffigurate sembrano porci di fronte a un enigma, invitandoci a un viaggio "Attraverso lo specchio", dove ogni fotografia racconta una storia e, al tempo stesso, la sovverte. In ciascuna immagine si avverte uno spiazzamento sottile: Smith ricorre a diversi espedienti compositivi per condurci in un mondo sospeso, in cui l'armonia perfetta delle forme appare troppo esatta per appartenere al reale, quasi fosse emanazione di una dimensione divina.

Rodeny Smith, Alberi

Rodneh Smith, Alberi - Cumberland Island, Georgia, 1991 © Rodney Smith

Le sue scene ci trasportano in Spazi eterei e senza tempo: è impossibile riconoscere l'epoca, la stagione o persino l'ora del giorno in cui sono state impresse sulla pellicola. Questa sospensione invita lo spettatore a cercare un significato che vada oltre ciò che si vede, aprendo uno spiraglio sull'essenza stessa del visibile. Ecco quindi "Il tempo, la luce e la permanenza".

L'idea della sospensione della realtà trova continuità nella sezione intitolata "Gravità". Qui Smith sembra interrogarsi su come sfidare la legge fisica per eccellenza, mettendo in discussione non solo l'evidenza dei suoi effetti sulle nostre vite, ma anche i limiti simbolici che essa impone all'azione umana. I suoi soggetti sembrano spesso sul punto di cadere o di librarsi in volo, sospesi in un equilibrio impossibile: è un altro modo per insinuare nel reale un desiderio di trascendenza, un'aspirazione verso una dimensione altra, capace di trasformare l'immagine di un gesto precario in una rappresentazione ideale e poetica.

Ancora una volta l'immaginazione diviene creatrice, insinuandosi in quel confine che separa la sfera del reale da quella dell'ideale e del trascendente.

Rodney Smith sfida la gravità

A sinistra: Don Jumping Over Hay Roll no. 1, Monkton, Maryland, 1999 © Rodney Smith
A destra: Up, Up, And Away, 2001 © Rodney Smith

Proseguendo nel percorso espositivo, incontriamo alcune opere che rivelano l'influenza esercitata su Rodney Smith dal lavoro di Walker Evans, celebre per aver documentato gli Stati Uniti durante la crisi economica degli anni Trenta nel progetto della Farm Security Administration. È negli stessi luoghi in cui anche Dorothea Lange realizzò alcuni dei suoi scatti più iconici — fotografie che, di recente, abbiamo avuto modo di ammirare anche in Italia. Una parete della mostra è dedicata proprio a questa importante eredità visiva, che Smith ha reinterpretato con la sua inconfondibile sensibilità formale.

Tra i fotografi che la curatrice Anne Morin ricorda come punti di riferimento per Smith figura anche Ansel Adams, innovatore e padre della fotografia paesaggistica americana. Le sue immagini in bianco e nero dei grandi spazi naturali degli Stati Uniti si distinguono per precisione e meticolosità — qualità che ritroviamo anche nel linguaggio fotografico di Smith, seppure declinate in chiave più concettuale e surreale.

La prima parte percorso espositivo culmina con la fotografia scelta come immagine simbolo della mostra: Skyline, Hudson River, New York (1995), che la curatrice definisce una vera opera magistrale. In questa composizione tutto sembra trovarsi al posto giusto: l'allineamento tra le figure in primo piano e le architetture sullo sfondo è perfetto, creando quella linea ideale che separa il mondo reale da quello divino. Ancora più sorprendente è sapere che lo scatto fu realizzato in un giorno di pioggia, quando il committente avrebbe voluto annullare la sessione. Smith, invece, amava la pioggia: gli ombrelli sotto cui si riparano i soggetti diventano parte integrante dell'equilibrio compositivo, contribuendo a quella congiuntura di piani e coordinate che richiama le geometrie prospettiche del Rinascimento italiano.

Rodney Smith, tuttavia, non ha bisogno di linee prospettiche per costruire la profondità: la sua straordinaria capacità di comporre e sommare elementi visivi dà vita a una sorta di collage armonico tra sfondo e soggetto, in cui ogni dettaglio concorre a creare un'idea di perfezione sospesa e senza tempo.

Rodney Smith, Skyline Hudson

Skyline, Hudson River, New York, 1995 © Rodney Smith

Giunti a questo punto del percorso, abbiamo già visto abbastanza — nelle stampe di grande formato come in quelle più piccole — per essere pienamente convinti di trovarci di fronte all'opera di un grande artista e di un autentico genio dell'immagine. Eppure, la mostra di Palazzo Roverella continua a sorprenderci, offrendo altri splendidi frammenti dello straordinario universo creativo di Rodney Smith.

Gli scatti finali rafforzano l'evidenza delle sue affinità con altri maestri: dai pittori che hanno ispirato l'immaginario del cinema americano, come Edward Hopper, ai giganti della settima arte come Buster Keaton e Alfred Hitchcock, con cui condivide la costruzione meticolosa della scena e il senso sospeso del mistero.

Tra i momenti più affascinanti, spiccano i ritratti della sua musa prediletta, Bernadette Twirling, scelta per la sua fisionomia singolare e il suo carisma enigmatico. In queste immagini, ancora una volta, le fotografie di Smith si rivelano atemporali, capaci di evocare la pittura olandese del Seicento e del Settecento, senza mai perdere l'originalità e l'unicità del suo linguaggio.

Rodney Smith, Bernadette

Rodney Smith. Fotografia tra reale e surreale - foto allestimento

L'uso magistrale della luce naturale diventa strumento di rivelazione, mentre la cristallizzazione della bellezza femminile, talvolta celata e altre volte mostrata senza filtri, conferma la sua straordinaria capacità di fermare il tempo e di proiettare lo sguardo — suo e nostro — verso quell'eternità che appartiene al divino.


Pubblicato il 15/10/2025


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Co-fondatore e attuale editore di Itinerarinellarte.it, oltre che ideatore e editore di Itinerarinelgusto.it, appassionato e collezionista di arte contemporanea, in qualità di fisico si è occupato di indagini micro-climatiche per la conservazione di manufatti artistici ed è tra gli autori di "La tomba di San Pietro: restauro e illuminazione della Necropoli Vaticana". edito da Electa. Dal 2017 coordina l'attività editoriale di questo magazine online e scrive di mostre d'arte moderna e contemporanea e di turismo dell'arte.

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