Zandomeneghi e Degas. Impressionisti a Palazzo Roverella
Dopo le sorprendenti mostre dedicate a Hammershøi e ai pittori del silenzio e alla fotografia surreale di Rodney Smith, Palazzo Roverella inaugura una nuova grande esposizione dedicata alla stagione dell'Impressionismo, a distanza di tre anni da quella che nel 2023 aveva visto protagonista Renoir. Zandomeneghi e Degas - Impressionismo tra Firenze e Parigi mette a confronto due artisti, uno italiano e l'altro francese, legati da una lunga amicizia maturata a Parigi.
Federico Zandomeneghi, Al Caffé Nouvelle Athènes, 1885, collezione privata (dettaglio)
A partire da venerdì 27 febbraio, Palazzo Roverella ospita una nuova mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l'Accademia dei Concordi. L'esposizione, curata dalla storica dell'arte Francesca Dini, indaga il rapporto artistico e umano tra due protagonisti della stagione d'avanguardia della seconda metà dell'Ottocento, nota come Impressionismo, riportando l'attenzione sulla figura di Zandomeneghi, in dialogo con uno dei protagonisti più noti e amati del movimento pittorico che tanto ha inciso sul rinnovamento della pittura europea.
Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917), veneziano di nascita e formatosi nell'ambiente dei Macchiaioli, si stabilì a Parigi nel 1874 dove avrebbe vissuto per il resto della vita. La sua era una famiglia di tradizione scultorea: il nonno Giuseppe e il padre Pietro erano entrambi scultori di riconosciuta fama. Si formò all'Accademia di Belle Arti di Venezia, dove ricevette un'istruzione classica di stampo accademico, ma la sua indole inquieta lo spinse presto ad allontanarsi dalla laguna. Lasciò Venezia anche per sottrarsi all'arruolamento nell'esercito austriaco, e, trasferitosi a Firenze, nel 1860 partecipò alla spedizione dei Mille con Garibaldi.
Fu a Firenze, nei primi anni Sessanta, che entrò in contatto con il gruppo dei Macchiaioli (Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini tra gli altri) frequentando il Caffè Michelangiolo, luogo di incontro e dibattito del movimento. L'influenza macchiaiola fu profonda e duratura: il lavoro diretto sulla luce naturale, la franchezza della pennellata, il rifiuto del virtuosismo accademico divennero le fondamenta del suo modo di guardare al reale.
Federico Zandomeneghi, Autoritratto, 1875, olio su tela - collezione privata
L'arrivo nella capitale francese nel 1874 lo immerse nel fermento dell'avanguardia impressionista proprio nel momento della sua affermazione pubblica: quell'anno stesso si tenne infatti la prima mostra del gruppo. Zandomeneghi strinse amicizia con Edgar Degas, che divenne il riferimento più prossimo e duraturo della sua maturità artistica: come Degas, privilegiò le scene di vita moderna, donne in interni, caffè, teatri, boulevard, con un interesse tutto particolare per la figura femminile colta in momenti di intimità quotidiana. La sua tavolozza si schiarì, la luce divenne protagonista, e la composizione si fece sempre più audace nei tagli e negli angoli visuali, risentendo anche dell'influenza della fotografia e dell'arte giapponese che circolava nell'ambiente parigino.
Partecipò a quattro delle mostre impressioniste: nel 1879, 1880, 1881 e 1886, consolidando la sua integrazione nel gruppo. Eppure Zandomeneghi mantenne sempre una voce propria. La sua pittura conservò una grande attenzione al disegno e alla forma, eredità che lo accomunava a Degas e che rimandava anzitutto alla sua solida formazione artistica italiana.
Trascorse gli ultimi decenni della sua vita a Parigi in condizioni spesso difficili, sostenuto dalla fedeltà del mercante Paul Durand-Ruel e da una cerchia di collezionisti italiani che ne apprezzavano il lavoro. Morì nella capitale francese nel 1917, lasciando un'opera che, rimasta a lungo nell'ombra, è stata progressivamente rivalutata come uno dei ponti più originali tra la tradizione pittorica italiana del secondo Ottocento e la rivoluzione impressionista francese.
Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917) giunse a Firenze nel 1858, e anch'egli trovò nel Caffè Michelangelo un punto di incontro e confronto creativo con i giovani pittori toscani. Qui ebbe anche modo di approfondìre lo studio della pittura rinascimentale e affinò il proprio linguaggio grazie al contatto con gli artisti legati alla poetica della "macchia", come Vincenzo Cabianca. A ventiquattro anni, Degas arriva a Firenze al termine di una formazione già solida. Nato a Parigi nel 1834 in una famiglia borghese, abbandona presto gli studi di legge per dedicarsi alla pittura. Dal 1853 copia al Louvre, studiando sistematicamente i maestri italiani, olandesi e francesi e maturando una vasta cultura visiva.
Allievo di Louis Lamothe, guarda soprattutto a Jean-Auguste-Dominique Ingres, da cui assimila il primato del disegno come struttura dell'opera. Dopo un breve passaggio all'École des Beaux-Arts, lascia l'accademia per formarsi direttamente in Italia.
Dal 1856 soggiorna tra Napoli e Roma, copiando intensamente nei musei e approfondendo lo studio dell'arte classica. A Roma stringe un rapporto importante con Gustave Moreau, che rafforza in lui l'idea della tradizione come base per un linguaggio moderno.
Edgar Degas, studio per La famiglia Bellelli, 1858 - pastello, gouache e matita su carta e cartoncino - museo Ordrupgaard di Copenaghen
Nell'estate del 1858 giunge a Firenze, dove inizia a concepire il grande ritratto della La Famiglia Bellelli, poi completato a Parigi. L'opera rivela già rigore compositivo e profondità psicologica. A Palazzo Roverella, provienente dal museo Ordrupgaard di Copenaghen, è presente il prezioso quadro preparatorio, per la prima volta esposto in Italia, evento davvero straordinario anche per la delicatezza della tecnica a pastello che ne ha fin qui sempre scoraggiato il prestito. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito del Musée d'Orsay, trovano spazio confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.
Il percorso espositivo prosegue con un approfondimento sugli anni italiani di Zandomeneghi, con figure come Giuseppe Abbati – di cui viene esposto il restaurato Monaco al coro (Museo e Real Bosco di Capodimonte) – e lo stesso Cabianca, rappresentato con studi di ciociare strettamente connessi al dipinto dei poveri che mangiano la zuppa sulla scalinata di una chiesa romana. È in questi anni infatti che Zandomeneghi realizza I poveri (1868), oggi a Brera, opera che la tradizione critica ricorda come apprezzata da Manet durante un suo soggiorno milanese. Il dipinto testimonia una fase di intensa maturazione stilistica, precedente ma già coerente con la successiva esperienza parigina.
La mostra prosegue documentando la piena adesione di Federico Zandomeneghi all'Impressionismo dopo il trasferimento a Parigi. Opere come A letto (Gallerie degli Uffizi - Palazzo Pitti) e Le Moulin de la Galette (Fondazione Enrico Piceni) evidenziano l'assimilazione di soluzioni legate alla modernità visiva di Edgar Degas: tagli compositivi arditi, attenzione all'istante, gesti sospesi. Tali elementi vengono però filtrati attraverso una sensibilità autonoma, radicata nella tradizione cromatica veneziana. Il confronto con Dans un cafe di Degas, conservato al Musee d'Orsay, chiarisce la natura di questo dialogo, fondato su affinità tematiche ma non su mera imitazione.
Edgar Degas, Dans un café, 1876, Paris, Musée d'Orsay. Photo Credit: RMN-Grand Palais / Adrien Didierjean/ Dist. Foto SCALA, Firenze
Nel contesto del Caffè Nouvelle Athenes, centro nevralgico della vita artistica parigina, Zandomeneghi entra in relazione con figure quali Mary Cassatt, Jean-Louis Forain, Henri Rouart, Marie Bracquemond e Jean-Francois Raffaelli. Nel 1878 lo raggiunge il critico Diego Martelli, favorendo ulteriori scambi con Degas, Duranty e Camille Pissarro. L'anno seguente Zandomeneghi partecipa alla quarta mostra impressionista, consolidando la propria posizione nel gruppo.
La sezione dedicata agli anni Ottanta evidenzia la piena maturità dell'artista. Dipinti come Mere et fille, Le madri o Visita in camerino testimoniano una partecipazione consapevole al linguaggio impressionista, pur mantenendo una coerenza personale nella costruzione della figura e nella qualità del colore. In dialogo, compaiono opere di Degas quali Lezione di danza e la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, proveniente dall'Albertinum di Dresda, presentata dopo un recente intervento di restauro documentato in catalogo (Silvana Editoriale).
Federico Zandomeneghi, Bambina dai capelli rossi, 1895 ca., collezione privata, Milano. Courtesy Archivio Dini, Firenze
Il percorso si conclude con il 1886, anno dell'ultima mostra impressionista. Da quel momento Zandomeneghi, pur restando vicino ai compagni di stagione, orienta la propria pittura verso una sintesi più autonoma: maggiore morbidezza formale, equilibrio compositivo e una misura narrativa più raccolta caratterizzano opere come Sul divano, Il giubbetto rosso o La tasse de the.
La mostra restituisce così non solo un intenso rapporto artistico, ma anche il quadro di un'epoca in cui tradizione e avanguardia, cultura italiana e ambiente parigino, dialogano in modo strutturale, offrendo una lettura articolata del contributo italiano alla modernità europea.
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