Fotografia

La poesia di Steve McCurry nella mostra "Icons"


Rajasthan, India, 2010 ©Steve McCurry

Steve McCurry. Icons è un percorso espositivo, curato da Buba Giachetti, dentro lo stile e la poetica del grande fotografo americano. Le 100 opere esposte raccontano i diseredati della terra e della storia, senza pietismo, ma con compassione e curiosità.

La poesia di McCurry sta tutta lì, nella sua capacità di trovare sempre un punto di vista paritario rispetto al soggetto. Un rapporto di parità che diventa anche corporea come quando il fotografo si immerse egli stesso in acqua per fotografare la ragazza sulla staccionata della sua casa allagata (Giava Indonesia 1983). E così la guarda negli occhi, e la foto diventa un’opera d’arte perchè la sua fotografia non è mai a senso unico, ma è una comunicazione continua tra il fotografo e l’umanità, sguardi ricambiati che arrivano fino a noi, spettatori distanti nel tempo e nello spazio, ma ancora li, con lo sguardo di quella ragazza addosso che ci segue, come negli antici quadri dei grandi maestri, solo che stavolta si tratta una diseradata della terra, non di una madonna, a cui lo sguardo di McCurry ha ridato nobiltà, umanità e quella fierezza che sempre si trova nei suoi ritratti.

Giava, 1983

Giava - Indonesia, 1983 ©Steve McCurry

Questa mostra ci regala innumerevoli spunti di riflessioni: umani, storici, artistici, emotivi, politici, estetici. Sono queste le belle mostre, quelle che vengono a casa con noi e stanno lì nella testa, per giorni e giorni, e a distanza, quando meno ce lo aspettiamo, torna in mente un’immagine di infinita tenerezza: un ragazzo addormentato protetto dall’abbraccio di un anziano (Afghanistan, 1980). McCurry riesce sempre a scovare la profonda umanità che ci accomuna in tutti I paesi del mondo, anche quelli in cui la guerra sembrerebbe non lasciare spazio all’amore e alla compassione.

Afghanistan 1980
Afghanistan, 1980 ©Steve McCurry

Le sue opere, tutte, sono dense e leggere, analitiche, dettagliate, fino all’ultima ruga dei volti immortalati, e nel contempo sintetiche ed immediate.

Steve McCurry è artista prima che fotografo documentarista ed un umanista nel pieno senso del termine, egli ama gli esseri umani: “mi affascina scoprire e documentare le componenti comuni della natura umana che emergono nelle più disparate situazioni e condizioni di vita”.

Anche quando le opere sono paesaggi o edifici, si tratta sempre di “ritratti” talmente sono pervasi di umanità, come nella serie sul terremoto del 2011 in Giappone dove McCurry scelse di non fotografare le persone, ma solo gli edifici, o quel che ne rimaneva, nel silenzio assoluto, tra le ombre appena colte dei sopravissuti.

E l’impressionante serie sulla guerra del Golfo, il peggior disastro ecologico del ventesimo secolo dall’impatto devastante su flora e fauna, un paese avvolto da una notte perenne, un cielo sempre nero, il rischio continio di saltare per aria.

Al Ahmadi Kuwait 1991

Al Ahmadi Kuwait, 1991 ©Steve McCurry

A volte divertono anche, come il ritratto del Taj Mahal, uno degli edifici più visti e fotografati al mondo, eppure nessuno l’ha fatto mai con il talento straordinario di McCurry.

Quale che sia l’immagine da cui saremo più colpiti, da quale paese, di quale storia, quale sguardo ci toccherà, è sempre l’umanità delle emozioni ritratte che porteremo con noi perchè, come testimonia lo stesso McCurry “io amo l’osservazione. Se tu osservi, anche nel posto più conosciuto e frequentato del pianeta, prima o poi qualcosa di insolito e di unico succederà”.

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